Panorama del centro visto dalla Lena nel 1995

Panorama del centro visto dalla Lena nel 1995

Il terremoto del 1783 ha deformato notevolmente il territorio del nostro centro cittadino, le cose più evidenti che ancor oggi influiscono sulla visione del paesaggio cittadino sono le grandi frane del cosiddetto monte Cucuzzo, che ha anche deviato verso nord la foce dello Sfalassà  seppellendo case e magazzini e la frana che ha creato la zona del piccolo altopiano della Sirena che ha delimitato e non poco la struttura del centro cittadino, praticamente dividendolo in due, lasciando solo un corridoio di poche centinaia di metri tra il monte e il mare.

Per chi si trova in località Lena e si guarda attorno, si vede circondato da colline in tutte le direzioni tranne che a ovest, colline che impediscono la vista verso gli altri tre punti cardinali con il Cucuzzo a sud a la Sirena a nord che come muri impediscono allo sguardo di andare oltre.

Davanti si presenta il centro cittadino, un territorio umiliato dall’uomo, il filmato è del 1995, oggi è ancor peggio. L’edilizia, senza alcun criterio, ha creato uno spettacolo indecoroso che mortifica lo sguardo e l’animo di chi guarda. Invano con l’obbiettivo e lo zoom, lo sprovveduto dilettante che riprende cerca di passare oltre la disordinata bruttura paesaggistica che le costruzioni sparse e confuse hanno creato. Più volte si cerca di bucare col teleobiettivo il Cucuzzo, l’adiacente valle dello Sfalassà verso la fine della sua corsa, il palmento in ristrutturazione sulla cima della Sirena. Il teleobiettivo buca dove più bucare, tra le strade, sui tetti, sui luoghi ancor oggi martoriati a continuazione del deturpamento del paese che non ha limiti e ne riguardi nell’indifferenza totale e la rassegnazione di chi ci vive.

Nella ricerca di qualcosa in più, di diverso, l’ingenuo operatore si incammina verso l’alto attraverso la località Vardaro o Vardaru da dove si gode una vista leggermente più ampia e almeno si riesce con lo sguardo a scavalcare a nord la Sirena.

Le colline bloccano i suoni che provengono dal centro del paese e li rimandano indietro, si crea quindi una colonna sonora inaspettata che tra suoni, schiamazzi e ricordi ricreano un epoca di speranze, impegno e volontà di cercare inutilmente di invertire le tendenze allo sfascio. Le immagini, riguardandole molti anni dopo, danno spazio alla creazione di una base audio colorata e caotica come il paesaggio, in un misto di ricordi musicali emersi durante una sosta per bere un sorso d’acqua nello spostamento dalla Lena verso Vardaro.

Ricordando alcune  registrazioni audio più recenti del filmato, i giardini a orto della valle dello Sfalassà fanno riaffiorare nella mente una poesia di Rocco Nassi, ancora alle prime armi, dedicata a “Mastru Carmini”. Le voci che in lontananza arrivano sulle colline assomigliano al chiacchiericcio di un giorno di mercato o dei bambini che escono da scuola e corrono a comprare le figurine al chiosco di giornali, altri clienti chiedono un quotidiano coi numeri vincenti della lotteria e un altro bambino il numero nuovo di Topolino. Vicino all’edicola sul lato opposto c’era fino a poco tempo prima del 1995 la sartoria di Francesco Versace dove egli mi raccontava della fame durante il fascismo, che cominciò nel 1938, e poi da lì tutto un ricordo sull’indigenza di quel periodo con una storia molto cruda della signora ultracentenaria Iannì di Marinella, che pone nella fede e nella credenza la sopravvivenza di tante persone in quel periodo. Certamente periodo triste che vide Bagnara anche terra di confinati come Pietro Famà, che si guadagnava da vivere grazie al suo lavoro e alla sua bravura come ci racconta Carmelo Perrello in uno stralcio d’intervista dove ricorda anche Vincenzo Oriana, maestro nella costruzione delle imbarcazioni. Approfittando della veduta di qualche stralcio di terreno ancora coltivato, un’altra una poesia di Rocco Nassi mi torna alla memoria, un’allegra storiella di Micu e Peppi che si ubriacarono con il vino delle terrazze bagnaresi. Ancora ricordi di Patri Carmini, Micu e Cicciu sul 24 maggio 1927 ricostruiti dalla signora Grazia del rione Valletta. Tutto questo mentre le voci del mercato si amplificano e le venditrici di pesce che girano il paese reclamizzando a voce alta i loro prodotti sembrano voler rubare la scena alle altre voci, come le campane delle chiese dei SS. Pietro e Paolo e di San Nicola che sovrastano il frastuono generale. Nel finale l’accenno della banda musicale in lontananza e poi un sassofono che tenta inutilmente di dire la sua in un paese oramai non più legato alle tradizioni ma tradizionalista radicato e che sconfigge oggi forma di sensibilità al cambiamento nel tentativo atavico, che ha sempre successo, di mantenimento del potere a discapito della qualità di vita sempre più scadente ogni giorno che passa, dell’evoluzione sociale. Il breve pianto sconfortante di un bambino completa il periodo.

Fanno da sottofondo il rumore delle onde del mare, il cinguettio degli uccelli e alcuni accenni di musica popolare che seguono imperterriti il massacro sociale come un lutto antico e pesante della tradizione cittadina come alla fine del filmato ci ricorda la signora Barilà.

Volontariamente ho evitato a chi ascolta il rumore e i frastuoni che in ogni angolo del paese in qualsiasi stagione si sentono a causa degli innumerevoli lavori edili di ristrutturazione, oramai entrati anche questi assieme al frastuono delle auto nella conclamata tradizione del vivere cittadino.

Le registrazioni sono di epoca diversa del filmato, alcune fatte anni prima altre fatte molti anni dopo.

Questo lavoro vuole essere un modo, molto disilluso, di contribuire all’evoluzione della ricerca della cultura popolare, probabilmente sarà molto poco apprezzato ma è una strada per non arrendersi allo sfascio, al disastro, alla totale incuria che ha investito oramai da tanto tempo la cittadina. Sfascio che cresce sempre di più in maniera indisturbata nonostante il profuso impegno dei salvatori di turno della cittadina.

Post Author: Gianni Saffioti