Nascita di una città, la toponomastica antica di Bagnara Calabra del dott. Alessandro Carati.

Nascita di una città, la toponomastica antica di Bagnara Calabra del dott. Alessandro Carati

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I documenti per prima cosa e poi l’elaborazione critica e storica come la conseguenza naturale di anni e anni di ricerche e studi. Chi realmente oggi sviluppa idee approfondendo con passione il suo lavoro, frequenta archivi, biblioteche, librerie e costruisce attorno a se un castello di libri che altri autori hanno scritto prima sul tema e dai quali si traggono spunti, si incrociano tesi, si pensa su cosa si possa fare ancora per dare un contributo alle ricerche.

In relazione alla storia di Bagnara Calabra, gli studi del dott. Alessandro Carati che sono iniziati da una semplice tesi di laurea, nel corso dei decenni si sono  sempre orientati sulle fonti, quasi sempre primarie. In cinquant’anni di passione, mai appassita, sono migliaia le pagine scritte dalla nascita dell’abazia normanna a questo ultimo studio sul territorio. Quasi nessuno conosce i suoi studi perché ancora non li ha dati alle stampe perché sempre in cerca di perfezionarli, tranne  alcuni articoli pubblicati su riviste specializzare come Deputazione di Storia Patria per la Calabria o Calabria Sconosciuta. Ci sono pagine corpose come quelle svolte sulle terre dei Ruffo dove l’autore tenta di offrire una corposa panoramica generale sulle terre in possesso dei Ruffo di Bagnara e Scilla ai tempi dell’eversione della feudalità, enumerando ben 600 voci. La normale conseguenza è stata quella dello studio sul territorio bagnarese e la sua evoluzione toponomastica, che deve essere vista e letta solo ed esclusivamente come studio storico e nient’altro. Speriamo che almeno questo lavoro, mai pensato da altri prima di oggi, venga dato al più presto alle stampe.

L’autore anticipa, in occasione delle imminenti feste natalizie, estrapolando dalle bozze dello stradario di Bagnara  i nomi di due delle strade più importanti del paese.

Ps: capita che ogni tanto, più che ogni tanto, nell’ambito di un continuo confronto e collaborazione che da curioso e appassionato di storia e cronaca della cittadina, io gli dia un supporto, come un revisore esterno, per contribuire a portare avanti il corposo materiale di studio. Siamo difronte ad una collaborazione con ruoli complementati tra uno studioso molto scrupoloso e un curioso appassionato di storia locale pieno di dubbi, che speriamo dia i suoi frutti.

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APPUNTI DI TOPONOMASTICA STORICA DI BAGNARA CALABRA – Nascita di una città Di ALESSANDRO CARATI

 

La storia dell’attuale corso Vittorio Emanuele II di Bagnara Calabra

bozza estratta da uno studio di toponomastica antica

del dott. Alessandro Carati

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Vittorio Emanuele II (Corso -): Ms 1(Corso -). In questo caso, più che altrove, la testimonianza di Rosario Cardone assume un particolare rilievo. Egli afferma che Amilcare Corrado, Intendente della provincia di Reggio Calabria, mentre nel Gennaio 1858 dimorava a Bagnara, <<invitato a fare la ripartizione e censuazione del suolo comunale della nostra marina>>, ispirandosi all’<<antico progetto>> del 1784 dell’architetto Ferrarese,   promosse vivamente l’idea di aprire una strada, e, “ … entusiasmato per una tale opera, bramoso perciò di vederla, se non  compiuta, tracciata almeno sotto i suoi occhi, ordinò che si desse principio prontamente al lavoro… in meno di cinque dì si ebbe il compiacimento di vedere lo stradone medesimo interamente tracciato sotto la sua presenza. La lunghezza di esso, a contare dalla foce del Canalello infino alla estremità del rione Valletta, in direzione di tramontana a mezzodì, è di palmi duemila; e di quaranta n’è la larghezza[1]. Dal lato superiore di esso stradone fu disposto che si dovesse fabbricare una fila di uniformi palagi, simili a quelli che si veggono incominciati. E dal lato opposto, ove sono i sedili di pietra Siracusana, si piantarano alberi di Acacia e di castagno Americano per servire di ornamento a detto stradone e dare ombra e frescura ne’giorni estivi. In tutto il suo corso sono stati pure impiantati, sopra colonnette di marmo da Siracusa, de’ grandi fanali, simili a molti altri che vi sono in tutta la città, affinchè fosse essa costantemente illuminata la notte; e tre fontane dovranno formare il suo compimento: delle quali finora se n’è formata una sola, che stà di rimpetto alla chiesa delle anime del Purgatorio.”[2]. Il Cardone, come appare ovvio, esalta oltre misura l’operato dell’Intendente, tanto è vero che nel corso della sua narrazione, tempi e modi dell’opera verranno parzialmente delucidati e definiti, non certo del tutto chiaramente e compiutamente, ma per lo meno in alcune delle loro dinamiche più rilevanti. Nella fattispecie possiamo così riassumere e concludere: in cinque giorni si fa il tracciato provvisorio della strada, dai pressi dello Sfalassà, o per essere esatti dall’attuale Via Medina[3], fino quasi alla Rupe di Marturano dove vi erano non poche baracche  che arrivavano quasi fino alla spiaggia ovvero fin dove, allora, il rione Canneto  estendeva il suo abitato (Vedi Viale delle Rimembranze); si pianifica l’assetto urbano superiormente al percorso della strada, e noi, anche e non per ultimo, da questa testimonianza intuiamo che la città non si era ancora del tutto allargata verso la marina, ma che vi erano ampie zone libere da costruzioni ed ancora occupate dai cosiddetti <<giardini>>. Giardini ed orti non facevano difetto neppure a monte del Corso, e le nuove abitazioni ed i magazzini vi erano costruiti in maniera discontinua, via via sul sito già occupato da altri <<giardini>>, adeguandosi in linea di massima alla pianta fatta dall’ing. Ferrarese, ma senza una adeguata e ben precisa pianificazione. Per il resto, nell’operato dell’Intendente non vengono delineati i tempi effettivi della costruzione della strada, che, come vedremo, si prolungheranno per svariati decenni, e ciò per il fatto che i terreni erano per lo più adibiti ad una prospera agricoltura, e dunque tra le principali fonti di reddito a cui si era particolarmente legati, ed a causa pure di una iniziale diffidenza o titubanza ad occupare i suoli della marina, non bene protetti dalle mareggiate invernali, e ciò concerneva soprattutto le contrade agricole degli attuali rioni Centro, Calcoli, Valletta, e non per ultimo il rione Oliveto (che allora, dall’attuale rione Inglese si estendeva fin oltre l’odierna SS 18), ovvero terre che fino ad allora erano state il fiore all’occhiello della vecchia economia agraria del paese, già terre dei Ruffo Duchi di Bagnara, poi in possesso dei maggiori possidenti del paese, fra i quali spiccavano, fin dopo il terremoto del 1908, i Patamia ed i De Leo, che da soli possedevano quasi per intero i rioni Calcoli, Valletta, Inglese e Oliveto. Nel paese, e dunque anche sul C.so Vitt. Em. II, il primo impianto d’illuminazione fu senz’altro installato verso la seconda metà dell’800, ritengo negli anni stessi in cui il Cardone ultimava la stesura della sua opera, ma non andava molto oltre l’odierna piazza Fondacaro. Il grande sviluppo edilizio avvenne ad opera di quelle famiglie che lungo il corso già possedevano le terre, dunque, inizialmente, ad opera dei De Leo (che già sul C.so Garibaldi possedevano i loro palazzi residenziali), e dei Patamia, così che vi costruirono i loro palazzi in prossimità dei loro magazzini, dove avevano i loro depositi di olio e legname; ma la vera svolta avvenne dopo il terremoto del 1908, quando l’assetto urbano della città venne totalmente rivoluzionato a seguito di una serie di leggi e provvedimenti a favore dei terremotati, che videro la nascita di quei baraccamenti, dai quali, in breve volgere di tempo, nasceranno ex novo gli odierni rioni Valletta, Inglese, Milano, Pavia, e aggiungerei Marinella, dove però già esisteva il piccolo rione di Porto Salvo, minuscolo davvero di fronte al futuro sviluppo urbano, ecc.

Scorrendo i documenti del tempo, diversi dei quali in nostro esclusivo possesso, possiamo così riassumere.

 In una delibera del Consiglio Comunale in data 13 gennaio 1912, tra le altre cose si dice che “L’assessore Sig. Marra [= Biagio Marra di professione notaio] … ricorda quanto ebbe a dire nell’odierna seduta sulla necessità della sistemazione del Corso V. E. quando proponeva i provvedimenti per lo sgombero del materiale ivi portato dalla mareggiata dell’8 corr. Rileva come lungo il Corso suddetto, una volta quartiere inabitato, si siano ora costruite numerose baracche le quali formano uno dei centri abitati più notevoli della nuova città. Osserva che ivi si svolge l’importante commercio legnamario che dà pane a centinaia di famiglie e che, in ogni tempo, ha costituito elemento di ricchezza per la cittadinanza bagnarese. Rileva ancora come per la sua posizione topografica il corso V. E. che è di fronte al mare, che è soleggiato d’inverno e ventilato d’estate, che è rettilineo, che è sufficientemente lungo e largo, che è fornito di numerosi sbocchi in comunicazione con le arterie principali del paese, sia l’unica via su cui si possa passeggiare. E poiché attualmente è in deplorevoli condizioni di viabilità, sia per le frequenti mareggiate, sia per le alluvioni[4], sia per i guasti che vi arrecano continuamente i carri addetti al trasporto del legname, e poiché in tali condizioni non consente nemmeno l’ordinaria vigilanza sulla nettezza, insiste perché sia provveduto alla sistemazione nel modo più perfetto e più rispondente alle esigenze della civiltà, dell’igiene e del commercio.”[5]. dunque il corso già qualche decennio dopo la sua prima apertura, assolve la funzione di luogo di passeggiate ed intrattenimento, ma soprattutto quella di un importante arteria commerciale, per il deposito e lo smistamento delle merci, e in particolare dell’olio e del legname. Con il nuovo piano regolatore, verrà  prolungato ad entrambe le sue estremità (rione Canneto a nord e rione Calcoli, oggi Valletta, a sud), fino ad assumere negli anni quaranta del 900, dopo gli ultimi espropri, l’ attuale lunghezza, in particolare alle soglie del 1940, si da avvio al suo prolungamento tagliando Via Medina (si demolisce per poco più di due terzi la casa di Vincenzo Pirrotta, mio bisnonno paterno), per farlo proseguire fin quasi alla fiumara Sfalassà. Ma a questi ultimi sviluppi si arriverà dopo anni e anni di rivolgimenti e gestazione. Tra l’altro, nei primi anni venti (il piano regolatore venne definitivamente approvato il 23 Gennaio 1921), leggiamo: “…sistemazione dei piani nobili del Corso Vittorio Emmanuele e della via ad esso parallela verso il mare, indicata nel piano regolatore col nome di via A, e recentemente intitolata “Viale Peri”, nonché della traversa e piazze comprese fra le vie anzidette.”[6].

 Carmela Pirrotta fu Vincenzo possedeva una casa di mq. 178,25, che a seguito del terremoto del 1908 viene recensita come <<casa in parte utilizzabile e riparata>>; e altra definita <<in parte utilizzabile>> di mq. 99[7]. Alfredo Patamia possedeva una <<Palazzina in Bagnara Corso Vittorio Emanuele>> che in data 19 Apr. 1912 risulta sotto ipoteca assieme a svariati altri beni, e che per questo passa in possesso di Vincenzo De Leo fu Giovanni di Bagnara[8]. Come accennato, Patamia e De Leo, ma specialmente questi ultimi, che ancora abitavano quasi tutti in città, furono i primi a costruire case e magazzini lungo il detto Corso.  Diversi beni immobili vi possedeva Santi De Leo deceduto il 21.03.1875. Infatti, negli atti di divisione dei suoi beni del 03.02.1886, rogati dal notaio Michele Minasi, leggiamo: “…Due magazzini sulla strada Corso Vittorio Emmanuele colla quale confinano da occidente, da oriente il palazzo dello stesso Sig. De Leo da settentrione colla proprietà dei Sig. Parisio valutati per £ 4250

…Inchiusa per legname denominata Lopes sita sul corso Vittorio Emmanuele, confina col detto corso, la strada Soccorso, Palazzo del Sig. Candido e casa eredi Vincenzo Morello, valutata per £ 1700

… Inchiusa per cerchi, pure sul Corso Vittorio Emmanuele, confinante col vico Pellegrino, col detto corso, col Sig. Alfonso De Leo e Comm Sig. Antonio De Leo, valutata per £ 2550

… Magazzino in detto Corso Vittorio Emmanuele confinante coll’inchiusa dello stesso Sig. De Leo, corso Vittorio Emmanuele e casa eredi Vincenzo Morello, valutato per £ 1275. (…)”[9].

Anche Rosario De Leo fu Vincenzo, deceduto il 19.05. 1904,  e padre di quell’Antonio a cui si deve la costruzione di Villa De Leo a Porelli, vi aveva le sue case; infatti negli atti di divisione dei suoi beni rogati dal notaio Vincenzo Borruto il 16.05.1906, leggiamo: “ … Fabbricato sito … sul Corso Vittorio Emanuele,  confinante con gli eredi del Signor Giuseppe De Leo fu Vincenzo, e Vico Parini, colla via Giacomo Denaro e col detto Corso Vittorio Emanuele, riportato in catasto alla partita N° 459 dettagliato e descritto e valutato per £ 6284 //  al N° 9 del Capo I° della sudetta relazione di perizia. “ , fabbricato che alla sua morte passerà alla moglie Emilia D’Elia.[10]

In un atto del notaio Vincenzo Borruto fu Antonio concernente  il <<Verbale di rimozione di suggelli ed inventario di eredità>> dei beni del defunto dott. Antonio Candido fu Cesare, apprendiamo che in data 04 Gen. 1909, i testimoni e gli aventi causa, fra cui l’erede testamentario, <<dottor fisico>>, ovvero (come altrove si legge), il medico chirurgo Cesare Candido fu Rosario, si recano presso il <<palazzo>> del defunto onde provvedere alle operazioni in oggetto[11]. Il <<palazzo>>, che si dice <<crollante e per le sue misere condizioni statiche pericoloso per l’incolumità pubblica>>, ovvero pericolante a causa dei danni subiti dal terremoto del 28 Dic. 1908, si trova sul Corso Vitt. Em.  al N° 18[12].

Come si può constatare i terreni della marina su cui in seguito insisterà il corso, erano per lo più occupati dai magazzini e dai depositi di legname, ma poi, fin dal suo nascere, diviene uno dei luoghi di elezione per il domicilio delle famiglie più facoltose del paese, tra l’altro quelle che già vi possedevano le “nchiuse” e i magazzini, e però molti non disdegnano di mantenere le vecchie dimore presso il corso Garibaldi o negli antichi rioni storici quali S Maria delle Grazie (oggi Aranciara), o Matrice.

[1] ASRC, PREFETTURA, AFFARI GENERALI, INV. 25, BUSTA 18, FASC. 27, Atto di divisione dei beni di Santi De Leo.[1] ASRC, PREFETTURA Affari Generali, Inv. 25, B. 18, Fasc. 27, Atto di divisione dei beni di Rosario De Leo fu Vincenzo[1] ASAC: Copia manoscritta dell’atto notarile, recante il timbro notarile, e regolarmente firmata dal notaio Vincenzo Borruto in calce al documento e di lato all’inizio di ogni doppio foglio (escluso quello del frontespizio che è quello firmato in calce alla fine del documento); in tutto 4 fogli uso bollo da cent. 50, per un totale di otto pagine manoscritte su r e v..[1] Quindi è da supporre che vi fosse un uso regolare della numerazione civica, che andava a crescere via via che le costruzioni lungo il corso aumentavano.

[1] Il palmo napoletano equivale a cm. 26,367. Duemila palmi corrispondono a cm. 52734; quaranta a cm. 1054,68. Dunque il corso era lungo poco più di mezzo chilometro e largo una decina di metri, e si prospettava fin dall’inizio come alternativa al C.so Garibaldi e la maggiore arteria della città, tenuto anche conto che di norma le altre strade avevano una larghezza dai 28 ai 30 palmi. Se l’attuale larghezza è oggi pressappoco quella detta dal Cardone, la lunghezza del corso è tuttavia di gran lunga maggiore, in quanto a differenza di allora, nei primi decenni del 900, con l’esproprio delle baracche ubicate ai piedi della Rupe di Marturano, esso si fece poi proseguire fino ai piedi della stessa Rupe. Vedi V.le delle Rimembranze, ovvero quella che inizialmente fu progettata come via di collegamento fra il rione Centro e il rione Marinella. Si rammenta che la città di Bagnara, quale si rappresenta nella mappa dell’architetto Ferraresi, si estendeva sul mare per una lunghezza di 3230 palmi circa, pari a 850 metri, e viene progettata quasi per intero sullo stesso luogo che occupava prima dei terremoti, altri afferma <<sullo stesso luogo>>, ma ritengo eccessiva tale affermazione (di  Ilario Principe), in quanto la nuova città del Ferraresi si estende ben oltre la Rupe della Sirena e lungo la marina, laddove l’antica del post terremoto non si era ancora sviluppata.  Cfr. Principe Ilario, Città nuove in Calabria nel tardo Settecento, Gangemi ed., Roma 2001, p. 160

[2] Cardone R., Notizie storiche, cit., pp. 117-118

[3] Qui ci sovviene non poca documentazione, ovvero alcune mappe di Bagnara già presso lo Studio dell’Ing. Pietro De Nava, e cioè il Piano regolatore edilizio e di ampliamento per l’abitato di Bagnara Calabra (senza data);  il Piano di classifica delle aree private da sgombrare nel centro urbano (a. 06-03-1913 redatto dall’aiutante di 1° classe Pasquale Versace); e il Piano regolatore edilizio e di ampliamento per l’abitato di Bagnara Calabra (a cura dell’Ing. Pietro De Nava, Reggio Cal. 12 Giugno 1919). Come si può constatare, il corso aveva termine laddove c’era la casa fatta costruire da Vincenzo Pirrotta, mio bisnonno dal lato paterno. Questi ebbe a fabbricarla negli ultimi anni dell‘800 su di un giardino già di proprietà di Antonio Saffioti fu Vincenzo.

[4] Si rammenta che la città non si era ancora ripresa dai danni causati dalla grande alluvione del 27 Sett. 1911.

[5] ASRC, Bagnara, Inv. 24/2, B.16

[6] cfr. la relazione dello Studio Tecnico Ing. Pietro De Nava, Attuazione del Piano Regolatore di Bagnara Cal., Progetto del 1° lotto dei lavori.

[7] Progetto, cit., al n° 432, 433 presso ASAC.

[8] Elenco delle iscrizioni vigenti dal 1866 al 31 dicembre 1928 a carico di Patamia Alfredo fu Carmelo, ai n° 64.

[9] ASRC, PREFETTURA, AFFARI GENERALI, INV. 25, BUSTA 18, FASC. 27, Atto di divisione dei beni di Santi De Leo.

[10] ASRC, PREFETTURA Affari Generali, Inv. 25, B. 18, Fasc. 27, Atto di divisione dei beni di Rosario De Leo fu Vincenzo

[11] ASAC: Copia manoscritta dell’atto notarile, recante il timbro notarile, e regolarmente firmata dal notaio Vincenzo Borruto in calce al documento e di lato all’inizio di ogni doppio foglio (escluso quello del frontespizio che è quello firmato in calce alla fine del documento); in tutto 4 fogli uso bollo da cent. 50, per un totale di otto pagine manoscritte su r e v..

[12] Quindi è da supporre che vi fosse un uso regolare della  numerazione civica, che andava a crescere via via che le costruzioni lungo il corso aumentavano.

La storia dell’attuale corso Giuseppe Garibaldi di Bagnara Calabra

bozza estratta da uno studio di toponomastica antica

del dott. Alessandro Carati

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GARIBALDI (Via, Corso): Ms 1 (Corso -), Ms 2 (Via -). Già strada San Nicola, poi Corso Garibaldi. Prima dell’apertura del C.so Vitt. Em. II era questo il corso per eccellenza del paese. Da esso si dipartivano regolarmente cadenzate e perpendicolari alla marina una quantità di strade e stradine, che conducevano ai siti lungo la marina occupati in gran parte dalle cosiddette ‘nchiuse”, ovvero spazi recintati per grossi depositi di legname, e dai magazzini di varia mercanzia che fungevano pure da punti di imbarco delle merci.  Antonio De Leo fu Vincenzo, eletto sindaco di Bagnara nell’aprile 1888, provvede al prolungamento e alla sistemazione del vecchio tracciato viario, allungandone il percorso, fino al limite allora abitato del paese, dove si congiungeva e univa a se Via Fiumara che ne diventava parte. Il suddetto De Leo ne promuove la costruzione per venire incontro soprattutto agli interessi dei commercianti di legname (fra i quali lui e il suo omonimo nipote, nonché i loro parenti Patamia, erano fra i maggiori), e, non per ultimo, per assecondare un bisogno, che oseremmo dire fisiologico dello sviluppo urbano, che tendeva ormai irreversibilmente ad espandersi alle sue estremità e verso la marina. In tal modo “realizzò la costruzione di questa strada parallela allo stradone, dove, in alternativa a quello, i carri che trasportavano il legname potevano liberamente transitare, sia per raggiungere i vari depositi della marina (‘nchiuse), sia per trasportare il legname ai punti di imbarco, di cui quello corrispondente alla spiaggia sotto le attuali scuole elementari Vincenzo Morello era uno dei più importanti, in una con quello del Rione Centro posto proprio sotto il palazzo dei Patamia – De Leo. Sulla parte più antica di questa strada, fino dalla metà dell’800 e a cavallo del ‘900 sorsero diversi palazzi signorili, la cui quiete venne credo agevolata dall’apertura del nuovo tracciato che si dilungava a mezzogiorno verso la parte più periferica del paese.

 Il più antico nonché il più signorile e bello nella sua austera ed essenziale forma esteriore, fu quello dei Patamia De Leo, che vi si affacciava, avendo però il suo grande portale d’ingresso volto a meridione, presso l’attuale Via Francesco Catalano, di poco defilato dal Corso Garibaldi; un altro ingresso l’aveva sulla parte opposta presso l’attuale Via Guglielmo Oberdan[1]. Questa costruzione si prolungava fino a breve distanza da dove poi ebbe a nascere il Corso Vitt. Em., e, con i suoi adiacenti recinti (‘nchiuse), per i depositi del legname superava il corso per arrivare in prossimità della spiaggia. Il Cardone ci ricorda il grande incendio doloso avvenuto ai suoi tempi proprio in questi depositi. Oggi questo splendido palazzo, dall’ampio cortile interno, munito di sotterranei e magazzini con le cisterne di deposito dell’olio, di fontane e abitazioni per la servitù, con le dimore padronali ornate di marmi e stucchi, e rifinite all’interno con legname di pregio, non esiste più: venne distrutto negli ultimi del ‘900 per costruire uno dei più grossi mostri dell’edilizia cittadina, che posto sotto sequestro venne lasciato incompiuto e abbandonato fino ad oggi, come una gigantesca e orrida ragnatela urbana in rovina. Ma tentiamo, sulla scorta dei nostri documenti, di offrire qualche ragguaglio storico. Quando  la Società Patamia De Leo venne sciolta, fra gli aventi causa (famiglie De Leo e Patamia), si addivenne ad un atto di divisione dei beni, ed in comune di Bagnara, tra gli altri immobili (case e magazzini di varia natura dispersi fra  il centro e la marina, e di cui nel Cardone rinveniamo un vago estemporaneo accenno[2]), si annovera il nostro palazzo, sorto da poco,  un “palazzo incompleto sito in questo abitato di Bagnara”, che “confina da tramontana e levante e mezzogiorno colle strade, e da ponente collo spiazzo appartenente al fabbricato, quale spiazzo si estende fino al lido del mare”,  “Questo incompleto edificio comprende quattordici magazzini, due portoni d’entrata, l’uno dal lato di mezzogiorno [quello di cui abbiamo accennato], e l’altro dal lato di tramontana, due incomplete gradinate per andare ai due piani superiori incompleti”, e distribuite nei vari magazzini si annoverano quattro cisterne per la raccolta dell’olio[3].  Questo palazzo, che sorgeva su di una superficie di circa mille metri quadrati, con le sue infrastrutture si apriva su di un terreno che con i suoi adiacenti depositi di legname (‘nchiuse) arrivava fino al lido del mare, e fungeva sia da residenza signorile, sia da struttura commerciale, donde quotidianamente, sotto lo sguardo dei padroni lavoravano decine di persone: allo scioglimento della “Società” tutto il complesso viene diviso in due parti uguali fra De Leo e Patamia[4].

A questo, che era il palazzo più illustre ed antico sorto sulla marina del paese, verso gli inizi del’900 i aggiunsero altri palazzi dei De Leo, come quello di Rosario De Leo, padre del più noto Antonio, palazzo tuttora esistente; e alla morte di Rosario, la moglie Emilia D’Elia abiterà proprio su Corso Garibaldi, presso la Piazzetta del Commercio. Tutti questi palazzi De Leo lungo il C.so Garibaldi erano lato mare sottesi tra le attuali Piazza Morello e la vecchia Piazza del Commercio. Anche i Tripodi, ricchi possidenti e commercianti agli inizi del ‘900, vi possedevano “Casa sita in Bagnara Via S. Nicola Municipio N° 7 riportata in catasto all’Art. 3496 per l’imp. di £ 64,80”[5]

Fra le più prestigiose residenze lungo il C.so Garibaldi si annovera pure quella del senatore Vincenzo Morello fu Rosario, che alle soglie del XX sec si era costruito il proprio sontuoso palazzo, e lo vediamo descritto come <<casa pianterreno con I°, II°, e III° piano>> ai numeri 15-17[6]. Oggi la casa di V.zo Morello ospita il liceo comunale. A circa una cinquantina di metri da casa Morello, De Leo Antonio fu Vincenzo possedeva una casa così recensita: <<casa diruta in parte utilizzabile>> ovvero <<casa terrena al I° piano>> di mq. 307,12, intestata a Patamia Alfredo fu Carmelo[7].

 Giuseppe Garibaldi fece il suo ingresso trionfale a Bagnara il 27 agosto 1860, e venne ospitato in casa Romano che sorgeva, allora come oggi, con una facciata sul Corso che da lui prese il nome e l’entrata su via Nastari, di poco defilata da detto corso. “Garibaldi pernottò in casa Romano, alla cui porta ad attenderlo vi era donna Carmela Romano, sorella del Capitano della guardia nazionale assieme alla figlia Giovannina Denaro [sorella del sindaco Denaro] che porgendogli un mazzo di garofani, raggiante di gioia gridò <<Viva l’Italia! Viva il Dittatore!! …Viva la libertà!>>” [8].

Fra i beni in possesso di Rosario De Leo fu Vincenzo leggiamo “Palazzo sito nell’abitato del Comune di Bagnara Calabra confinato dalla via Dante // Alighieri, dalla Via Tesoro, dal Corso Garibaldi e dai fabbricati di De Leo Vincenzo e degli eredi di De Leo Giuseppe, riportato in catasto alla partita N° 405 dettagliato, descritto e valutato al N° 10 del Capo I° della sudetta relazione di perizia per £ 18.309,50.”[9].

Fra i beni lasciati in eredità da Santi De Leo leggiamo “Casa con due magazzini e cantina, e due piani superiori, locali in atto per Pretura, Scuole e Municipio è sita sulla strada San Nicola [= Corso Garibaldi], colla quale limita da mezzogiorno, da settentrione limita con Parisio, da oriente la proprietà di esso Sig. De Leo e da occidente col corso Vittorio Emmanuele, valutata per £ 17.000, proprietà di Santi De Leo.

Rosario De Leo eredita dal padre Santi De Leo metà casa, sita nella strada San Nicola in atto locata al Municipio, composta dalla metà cantina cui si accede dal vico, dall’adiacente atrio, dal magazzino sotto la scala da tutto l’intero quarto in atto tenuto dal Municipio. Valutata £ 8500. E accettando l’eredità paterna, assume l’obbligo di costruire a proprie spese e fra due anni da oggi, la scala dal lato del vico, dovendo l’attuale restare libera pel quarto inferiore, oggi fittato all’Ufficio di Pretura e per scuole, e con facoltà di chiudere tutte le aperture sporgenti in detto vico, che necessariamente vengono ad essere otturate per la costruzione della scala, rispettando però l’ingresso nell’attigua casa, denominata D.a Margherita, acquistata dal defunto germano Sig. Domenico. Per eredità di Santi De Leo passa agli eredi di Domenico De Leo suo figlio la casa nomata D.a Margherita valutata £ 5100. Per eredità avuta dal fratello Domenico (testamento atti notaio Gennaro Leonardis del 24 maggio 1880), a Rosario va l’usufrutto della casa denominata D.a Margherita valutata £ 5100; la proprietà va invece ai suoi figli “nati e nascituri”.

Suo fratello Vincenzo De Leo eredita l’altra metà della casa sita nella strada S. Nicola, oggi locata al Municipio, composta della metà cantina, coll’ingresso dal magazzino sporgente sulla strada oggi fittato a Vincenzo Dato, dall’adiacente atrio e da tutto l’intero quarto a primo piano fittato per l’ufficio della Pretura e della Conciliazione ed uso di Scuole.

A tal parte di casa come si è detto nel descrivere l’altra assegnata a Rosario De Leo, dopo due anni da oggi si appartiene esclusivamente tutta la scala valutata £ 8500.”

  “- Casa sulla strada Garibaldi in atto locata alle Sig.re Baviera con sottostante magazzino, confinante con Alessandro Barilà, casa Municipale e collo stesso Sig. De Leo e casa denominata D.a Margherita valutata per £ 5100, proprietà di Santi De Leo. Agli eredi di Domenico De Leo per eredità di Santi De Leo va il Casa fittata alla Sig. Baviera del valore di £ 5100.

Per eredità avuta dal fratello Domenico (testamento atti notaio Gennaro Leonardis del 24 maggio 1880), a Vincenzo De Leo va l’usufrutto della casa fittata alle Sig. Baviera valutata £ 5100; la proprietà va invece ai suoi figli “nati e nascituri”.”.

Sotto il commissario Giulio Cesare Steiner, con delibera del 15 Giu.1925 N° 327 si approvano i “Lavori selciatura a secco Corso Garibaldi, Via Catalano, e Via Nastari.”[10].

[1] Abbiamo preferito porlo alla voce del Corso Garibaldi, anche se andrebbe posto sotto Via F. Catalano, perché tale via era la principale arteria commerciale del tempo e perché su tale via ebbero a sorgere diverse altre case dei De Leo, come vedremo in seguito.

[2] Cardone R., Notizie storiche, cit., p. 141 “essendosi costruite, fin da più anni, vicino alla stessa marina delle grandiose cisterne, per deporvi ricchi acquisti di olei, che si fanno da’nostri facoltosi negozianti e proprietari Signori Patamia, e De Leo…”.

[3][3][3][3] Quanto riferito sul “palazzo incompleto”, rimasto per un buon lasso di tempo tale a causa dello scioglimento della Società Patamia-De Leo, fa capo ad una copia manoscritta, costituente lo stralcio della perizia riguardante la liquidazione dei beni immobili della Società Patamia-De Leo, recante la data dell’agosto 1848, pp. 14v, 15, 15v, 17v. Da ora in avanti solo “Perizia agosto 1848” di cui copia in ASAC. Come riferisce detta perizia, alla data del 1846 risultava ancora incompleto. Costruito a regola d’arte per venire incontro alle esigenze abitative e commerciali dei titolari, resistette mirabilmente ai vari terremoti che si successero dalla fine ‘800 agli inizi del ‘900, compreso quello del 25 dicembre 1908. All’esterno aveva un aspetto austero, frugale, quasi imponente, e le vaghe finestre che si aprivano sul pianterreno erano tutte munite di robuste grate di ferro; poco o nulla concedeva agli ornamenti, ma varcato il grande portone dell’ingresso principale e superato il loggiato d’ingresso, si apriva in un magnifico cortile interno in fondo al quale stava una fontana monumentale, sita al centro sotto un porticato con alte logge dalle volte a botte, il cui disegno viene ripreso e completato dal porticato anch’esso con le volte a botte del piano superiore, e finalmente nel secondo e ultimo piano,  e senza molto sporgere dalla loro facciata, vi comparivano del le graziose balconate. Distanziate e quasi agli angoli opposti del cortile interno, vi stavano delle sontuose scalinate monumentali, di cui una esterna, che conduceva agli alloggi della servitù, ed un’altra inglobata nell’edificio, di più recente costruzione, sita poco a dx appena si entrava nel cortile, ed era quella voluta da Antonio De Leo fu Vincenzo, e che conduceva  ai <<piani nobili>>, ovvero alle stanze di abitazione padronale, con la volta a tutto sesto ornata di pregevoli stucchi dai disegni floreali di ispirazione barocca. Il palazzo, come riferito, venne totalmente e perentoriamente demolito alla fine del ‘900 per far posto ad una costruzione di gusto assai discutibile. Qualsiasi paese rispettoso del bene pubblico, o semplicemente del proprio patrimonio storico ed edilizio, avrebbe provveduto alla salvaguardia, al restauro, e ad un utilizzo ottimale di tale monumento, o, se pure se ne doveva autorizzare la demolizione, avrebbe dovuto offrire le linee guida per una ricostruzione in sintonia con l’aspetto urbanistico preesistente. Passerà interamente in proprietà di Antonio De Leo fu Rosario, ma ancora nel 1911 figurava intestato ad Alfredo Patamia. Degno di rilievo è il fatto che detto palazzo, a quanto si dice nella citata perizia, non aveva altre costruzioni fra se e la linea di spiaggia, mentre al giorno di oggi l’area in cui sorgeva è convogliata nel cuore del

centro urbano, e fra il sito del palazzo ed il mare vi passano due delle principali arterie del paese: il Corso Vittorio Emanuele e la Via Marina.

[4] “Lo spiazzo adiacente per lato di ponente sino al lato del mare in cui si potrebbe edificare o formare un giardinetto, per consenso delle parti si è stabilito non potersi fare sul momento alcuna fabbrica, ne ridursi a giardino, senza la reciproca approvazione, restando però per reciproco deposito di legname, e si divide in due parti uguali, restando la parte che guarda a mezzogiorno per la prima colonna (De Leo), e quella che guarda tramontana per la seconda colonna (Patamia). Gli ammassamenti di legname però dovranno formarsi ad una distanza di almeno palmi trenta dai magazzini, e di una altezza mai superiore al tavolato dei balconi del primo piano nobile, e ciò onde non rivelarsi di ostacolo alla veduta.” Perizia agosto 1848, pp. 25v, 26.

[5] In ASAC, dove in data 01 Ag 1909 il notaio Vincenzo Borruto procede alle operazioni d’inventario dell’eredità di Giuseppe Tripodi. Nell’atto inventarile tra l’altro si legge: “In conformità del Decreto del Giudice di questo Mandamento in data di ieri 30 Luglio, che al presente verbale rimane alligato (All. A), in virtù del quale io Notaio, in surroga del Notaio Carmelo Minasi coadiutore del defunto Notar Domenico Minasi, venivo nominato affine di procedere alla continuazione del predetto Notaio Minasi coadiutore, il quale era stato delegato a procedere alle operazioni d’inventario dell’eredità del Sig. Giuseppe Tripodi fu Giuseppe giusto Decreto del sullodato Signor Giudice di questo Mandamento del 13 Giugno corrente anno,…”

[6] ASAC: Manoscritto II n° 157.

[7] ASAC: Progetto, cit., al n° 419. I motivi per cui i grandi signori del paese ebbero inizialmente a prediligere questa via al corso Vitt. Em. II erano di svariata natura, ma riteniamo preminente il fatto che il corso era assai esposto al rischio delle mareggiate, inoltre, essendo più vicino alla spiaggia, dove si svolgeva gran parte della vita lavorativa del paese, si rivelava più caotico.

[8] Antonio Latella – Paolo Scordo, Garibaldi e le camicie rosse nell’area dello Stretto, Il contributo di Bagnara all’unità d’Italia, Laruffa ed., RC 2011, p. 61. Gioffrè A., Storia, cit., p. 144

[9] ASRC, Prefettura Affari Generali, Inv. 25, B. 18, Fasc. 27, donde si trova l’ atto di divisione dei beni di Rosario De Leo fu Vincenzo, rogato dal notaio Vincenzo Borruto residente in Bagnara Calabra in data 16 maggio 1906 e registrato a Bagnara addì 9 giugno 1906 al N° 482, Vol. 45, Fol. 71. L’atto viene stipulato “Addì 16 maggio 1906 nella casa di abitazione della Signora Emilia D’Elia, sita in “strada Garibaldi”, …”.

[10]ASAC:  Relazione Steiner, cit., p. 27

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Post Author: Gianni Saffioti