Dato Carmine 1882 – 1967

Dato Carmine 1882 – 1967 a cura di  di Mimmo Caruso

 

Il mio bisnonno Carmine Dato, padre di mia nonna materna, nato nel 1882 fu sposato con Spampinato Natala Francesca classe 1878.

Solamente a nominarlo già mi commuovo.

Sono cresciuto nella loro casa, essendo mio padre emigrato in America, sentendo la mancanza della figura paterna mi affezionai molto a lui. Nonostante le tenerezze e l’affetto di mia madre e di tutti gli altri parenti, il mio bisnonno mi trasmetteva una sicurezza fuori dal comune.

Persona intelligente sapeva leggere e scrivere benissimo, cosa molto rara per quei tempi, aveva viaggiato moltissimo facendo tante esperienze in giro per il mondo.

Quando l’ho conosciuto era già anziano e lentamente stava diventando cieco a causa delle cataratte che all’epoca non erano curabili. Nonostante questo mi ha dato tanta di quella ricchezza umana che ancor oggi ne faccio tesoro.

Seduti al braciere lo ascoltavo per ore, dal suo scrigno venivano fuori storie e racconti cariche di emozioni, le vere ricchezze della vita. Attorno al calore del fuoco si sprigionava un colore umano oggi impossibile da trovare, da ricostruire. Le sue narrazioni mescolate con gli accadimenti del quotidiano raccontate da mia nonna erano il sale su cui poi ho basato la mia vita. Le loro esperienze, i sacrifici, le guerre, le emigrazioni, le grandi difficoltà e gli sforzi per superarle mi hanno dato sempre la forza di andare avanti seguendo il loro esempio. Dialogando al tepore della brace i parenti più grandi capivano come eravamo fatti noi bambini, il nostro temperamento, e da li ci davano consigli utili per affrontare la vita. Le serate, lunghe ma affascinanti finivano spesso con le caldarroste messe li a cucinare e che accompagnavano con il loro sapore la vita, oggi antica, dei miei avi ed il loro smisurato sentimento umano che mai nessuna ricchezza materiale potrà ripagare. Oggi davanti alla televisione, a un cellulare o un pc, si è soli, lontani dal contatto umano e dalla vita reale.

Egli mi raccontò che un giorno si prese la libertà di non andare a scuola e suo padre che si chiamava Santo  ed era un “capo mastro mannisi” dei De Leo, lo legò quasi per tutta la notte fuori in balcone. Dal quel momento fu sempre presente ed attento a tutte le lezioni.

Il mio bisnonno emigrò in Argentina all’alba del 1900 e fece ritorno nel 1907 con due bambini maschi che  morirono di infezioni a causa delle fognature a cielo aperto che allora si evidenziavano nella cittadina e della mancanza di anticorpi in questi due fanciulli, abituati ad una realtà completamente diversa e più agiata.  Durante il terremoto del 1908 sua moglie, che era a fine gravidanza, restò sotto le macerie per tre giorni e lui riuscì a tenerla in vita dandogli da bere tramite un buco. Protetta da una trave riuscì a sopravvivere e lui stesso riuscì a tirarla fuori scavando a mani nude grazie alla sua prestanza fisica e alla sua forza. Dopo qualche giorno nacque quella che poi sarebbe stata mia nonna.

Partecipò alla prima guerra mondiale nel corpo degli alpini, al suo ritorno ripartì come pioniere in Australia per ritornare a Bagnara e fare il suo vero mestiere, quello di “mannisi”, come suo padre. Era sempre tra i boschi per settimane, dove si costruiva assieme ad altri un pagliericcio di fortuna dove dormire, coscienti di essere facili prede di attacchi briganteschi.

Durante i periodi impervi, spesso i briganti stessi di notte bussavano al loro pagliericcio per chiedere ospitalità o cibo. Loro non si preoccupavano mai delle intenzioni dei personaggi, chiedevano solo se erano anime Cristiane di farsi il segno della croce, dopo aprivano la porta e li accoglievano.

Quei boscaioli non avevano paura dei fucili dei briganti ma si preoccupavano solo di accogliere ed ospitare anime cristiane, coscienti che un anima cristiana non avrebbe mai fatto loro del male.

Quando rimase cieco, diventai la guida del mio bisnonno, che aveva bisogno di uscire e partecipare alla vita quotidiana. Spesso lo accompagnavo alla villa comunale e seduto con a lui ascoltavo i discorsi che faceva assieme ai suoi coetanei, restavo affascinato, mi sentivo partecipe delle loro avventure, dei loro racconti. Storie e valori che non sono scritte in nessun libro e che fanno parte di quella tanto amata e sana cultura popolare della nostra cittadina.

Ero legato al suo sapere, alla sua saggezza, alla sua esperienza di vita, ai suoi principi. La cosa che oggi apprezzo molto di lui era il suo adattamento al rinnovamento. Praticamente era uno moderno, un contemporaneo, uno che viveva il presente con una mentalità molto aperta.

Egli fumava la pipa di creta che si consumava subito dopo poche volte che veniva usata. Andavo a Porelli dove c’era l’unico negozio che le vendeva, per comprargliele. Non voleva fumare altri tipi di pipe, forse ricordi di gioventù; ne compravo 10 alla volta perché la strada per arrivare in quella bottega in località Calvario era lunga a farla a piedi.

Non so che grado si cultura avesse, ma durante la malattia di sua moglie, costretta a letto, che durò tre anni, egli rimase quasi sempre seduto con lei a leggere libri di diversi generi, corrispondeva spesso con un suo figlio rimasto in Argentina. Quando alle 2 di una notte del 1963 morì sua moglie, per non disturbare nessuno, la vestì e preparò come si usava fare all’epoca da solo e tranquillamente tornò a dormire accanto a lei. Solo alle sette e mezzo del mattino venne a casa nostra a darci la cattiva notizia. Lo fece per non disturbare durante la notte.

Il primo agosto del 1965, a casa di sua nipote in via G. Denaro, nel palazzo dei Morello, mentre era li seduto gli crollò addosso il cornicione della casa colpendolo in pieno sulla testa e su una mano. Quella mattina fu accompagnato di corsa all’ospedale di Scilla, dove ricevette quarantasette punti di sutura in testa e sedici su una mano senza mai perdere i sensi e senza lamentarsi, il pomeriggio fece ritorno a casa.

Un’esperienza dove si mette in risalto uno dei valori dell’epoca, ovvero il rispetto, la ricordo come fosse ieri e la voglio raccontare per intero. Quando lo accompagnavo alla villa comunale, passando davanti alla casa di suo compare, mi chiedeva di dirli quando ci avvicinavano alla sua porta, ed una volta li vicino, togliendosi il cappello salutava: “ Bonasira cumpari”, (Buonasera compare) anche se  la porta era chiusa e sull’uscio non c’era nessuno. Naturalmente io gli dicevo che non c’era nessuno e che non serviva salutare, mentre lui continuando rispondeva: “Quandu a porta e chiusa, si saluta a porta, è u rispettu chi aju pè me cumpari.” (Quando la porta è chiusa si saluta la porta, è il rispetto che ho per mio compare).

Il mio bisnonno è morto nel 1967 ed io l’ho assistito fino all’ultimo respiro seduto al suo capezzale. A quel tempo gli feci una promessa “Caro nonno il mio primo figlio maschio porterà il tuo nome”. A distanza di 40 anni ho dato a mio figlio il suo nome, Carmine. Il nome del mio gigante buono.

Post Author: Gianni Saffioti