Storie di vecchi lupi di mare bagnaroti a Buenos Aires – di Maria Delfino Vega

 

STORIE DI VECCHI LUPI DI MARE – bagnaroti a Buenos Aires –

di Maria Delfino Vega

 

 

Come ha cambiato la tecnologia la vita sul mare, specialmente per coloro che ogni giorno ci lavorano?

Premetto che non sono un dinosauro, ho appena 64 anni ma da sempre sono attratta dal mare, forse per le mie radici, l’influenza delle mie estati passate a Necochea, provincia di Buenos Aires, a casa dei miei nonni bagnaresi, con i miei zii, tutti lupi di mare.

Immaginatevi una ragazzina di Buenos Aires, sono cresciuta proprio nel micro centro, di una grande metropoli, in un appartamento, sebbene grande, però un appartamento al settimo piano. Il micro centro da sempre è stato vietato ai ragazzi per uscire a giocare sui marciapiedi, come facevano i ragazzini

negli altri  quartieri. L’arrivo dell’estate, significava per me la “libertà” così tra virgolette.

Libertà per correre sulla spiaggia di Quequen, libertà per condividere i giochi con i miei cugini maschi, libertà per ficare il naso in tutti gli angoli della casa, del cortile, dell’orto, e perchè no nel pollaio della casa dei nonni. Significava mettermi in contatto con la natura.

Durante queste scorribande, un giorno con il mio cugino Carlos, aprii uno dei tanti bauli (casce) portati dalla nonna dall’Italia col suo “curredu”, che era in un angolo del cortile, e ci trovai: lunghe calze di lana lavorate ai ferri dalla nonna, dei lunghissimi stivali di gomma, che arriverebbero agli inguini degli zii e certe

cose per me stranee, una sorta di mantelle di stoffa gommata, molto pesante. Curiosa come al solito domandai a Carlo a che servisse

tutto ciò e lui mi rispose: – “E’ la roba che indossano gli zii quando devono uscire con le barche se c’è tempesta e quella roba che attira la tua attenzione si chiama “encerado” (mantella cerata) e sono gli impermeabili dei lupi di mare”.-

Pensate che negli anni ’50, sì diciamo ’50 e rotti per telefonare dalle case, a Necochea, era necessario chiamare la centralinista per comunicare con Quequen (si attraversa un ponte su un fiume per andarci), non si pensava alla tecnologia odierna.

Sulla parete del salotto della casa del nonno c’era un barometro con cui, lui sapeva quando il clima sarebbe cambiato: vento, mareggiata, tempesta.

Il telefono una notte di tempesta squillava in continuazione, Era zio Pispicia che abitava a Quequen,

che trasmetteva le ultime informazioni che aveva ricevuto dalla Guardia Costiera.

Il problema era che gli zii dovevano uscire in alto mare per portare il pratico a mezzanotte fino alla nave che stava nella rada, aspettando per entrare al porto.

E pochi minuti dopo apparvero zio Daniele e zio Rocco indossando l’abbigliamento che io avevo trovato dentro “la cascia” nel cortile. Per me, zio Rocco con il suo metro ottanta e passa era il capitano Achab di Moby Dick e tutti e due partirono per compiere il loro dovere.

Sono rimasta molto scioccata, pensando al pericolo che correvano i miei zii per compiere il loro lavoro, allora per parecchi giorni continuavo a chiedere al nonno di raccontarmi queste storie di lupi di mare, delle tempeste sul mare, meglio dire sull’oceano e lui me le raccontava mentre si faceva la barba col rasoio, un’altra cosa che mi affascinava, perchè ormai era l’unico uomo della famiglia che usava questo attrezzo.

Mi raccontò che quando mia madre era piccola, lui andava a pescare con il suo fratello Tommaso su un battello coi remi. Pensate che mia madre era nata nel 1916, così che forse sarà stato l’anno 1920. Un giorno loro erano come al solito a pesca e proprio quando dovevano tornare in porto, calò una fitta nebbia che gli impediva di vedere dove era la spiaggia. Strumenti di navigazione non ce n’erano loro si guidavano dalla vista. Allora decisero di aspettare finchè la nebbia si alzasse. Ma passava il tempo e la nebbia non andava via.

Intanto in paese erano preoccupati perchè loro non si facevano vivi, allora la “zia Cuncetta” moglie dello zio Tommaso si sedette sul ciglio della strada si sciolse la crocchia, si strappava i capelli e gridava: “Mariteio miu non turna, u mare me l’ha mangiato!!! Masiteio torna, Massiceio miu torna!!!!.-“

Nel porto lei era conosciuta perchè portava le provigioni a bordo, allora tutte le navi che erano ormeggiate cominciarono a suonare le sirene ed il nonno e suo fratello si orientarono, questa volta non tramite la vista, bensì con l’orecchio sentendo i suoni delle sirene o “pitate” come diceva la Zia Cuncetta.

Alcuni anni dopo, gli zii erano cresciuti e ormai il nonno aveva fondato la ditta Fratelli Melluso che si dedica, ancora oggi, all’ ormeggio delle navi e a portare il pratico a bordo.

Mio nonno ancora ci lavorava, una notte di tempesta che stavano lavorando, a bordo c’erano lo zio Daniele e il nonno, vestiti come ho detto con gli stivali fino agli inguini e con pesanti mantelle incerate.

Siccome il faro di Quequen è mal piazzato, non è sulla spiaggia, è un po’ all’interno la sua luce non serve come guida perchè le navi si incagliano, allora loro usavano parcheggiare il loro camioncino sulla scogliera e lo zio Pispicia li guidava con le luci della macchina.

Quella notte l’oceano era a forza quattro almeno e un cavallone rovesciò la navicella.

Sebbene il nonno e lo zio fossero dei grandi nuotatori l’acqua cominciò ad infilarsi dentro gli stivali ed il peso li faceva andare giù. Zio Daniele credeva di annegare e aggrappato al collo del nonno gli gridava che non ce la faceva più, fortunatamente erano vicini alla scogliera da dove lo zio Pispicia li lanciò una grossa fune e li trascinò in salvo, altrimenti questa storia non ve l’avrei potuta raccontare.

 

Post Author: Gianni Saffioti