Il priore di Bagnara le maschere e i paglietti. Luglio 1759

Il priore di Bagnara le maschere e i paglietti

Un articolo di Franz Von Lobstein tratto dal suo libro “Settecento Calabrese”

Editore fiorentino P.1973

“Luglio 1759”

Di seguito l’articolo dello studioso napoletano di origini tedesche, in basso gli scritti sul tema del Cardone, del Macrì e del Minasi.

Rosario Cardone sul tema:

     Re Carlo III. Allora regnante, con suo decreto del 14 luglio 1759 nominò priore, o Abate, o Rettore della chiesa di S. Maria e de’ XII. Apostoli della nostra città il reverendo Sacerdote D. Giovambattista Cristiani.

Prendeva intanto quistione tra il Pontefice ed il Re se fosse diritto dell’uno, ovvero dell’altro di eliggere, nominare, e presentare alla nostra chiesa il novello eletto Abate.

    Il sovrano opinava di poterlo fare da se liberamente in forza di antichi autentici documenti; ma sua Santità essendo di contrario avviso, non volle perciò spedire le Bolle al Suddetto Abate. Allora il detto Sovrano dispose, che Monsignor D. Gioacchino Castelli, Vescovo di Cefalù, confirmasse, canonicamente instituisse, ed immettesse nel possesso della chiesa di Bagnara membro e filiale del Vescovado Regio di Cefalù, cosi dichiarato dal Re Ruggiero I. Per il che quel Vescovo spedì il 7 agosto di detto anno le sue Bolle all’Abate Cristiani in Napoli, ove ancora si ritrovava.

Il 24 settembre dell’anno medesimo fu mandato qui un Fiscale, per intimare a Fra Tommaso Stillitano Priore dè Domenicani, e a Frati tutti che tosto dovessero evacuare il convento e recarsi in Catanzaro per sentire ivi le ulteriori disposizioni. Eglino perciò partirono da Bagnara la notte del 25 Settembre dell’anno indicato; ed il giorno 29 dello stesso mese ed anno il novello Abate prese possesso della nostra chiesa tra le più vive acclamazioni di tutta la città.

    Or siccome la sopradetta instituzione e confirma dell’Abate fu riguardata dal Pontefice come non canonicamente eseguita, perciò ei fulminò le sue censure contro l’uno e l’altro prelato; de’ quali il Vescovo Cefalutano essendo stato a tempo opportuno da Roma avvertito, immediatamente si pose in S. visita, che protraendo a lungo, nel decorso di essa cessò di vivere in Palizzi.

    L’Abate Cristiani d’altronde, essendo stato chiamato in Napoli dal Sovrano, lasciò un suo Vicario generale per governare la nostra chiesa, nomato D. Nicola Canfora. Ma essendo morto dopo poco tempo il mentovato Abate, i Canonici di Bagnara si elessero un Vicario Capitolare nella persona del reverendo Sacerdote D. Domenico Patamia l’anno 1775; al quale successero D. Francesco Saverio Muscari il 1783; D Tommaso Savoja nel 1791; D. Felice Savoja il 1799; e finalmente l’anno 1800. D. Matteo Fedele, il quale avendo per sé e pei suoi antecessori ottenuta dalla S. Sede l’assoluzione di ogni censura, per gli antecedenti di sopra esposti, d’allora in poi i superiori della nostra chiesa assunsero il titolo di Vicarii Apostolici.

Dal libro: NOTIZIE STORICHE DI BAGNARA CALABRA.

 

Francesco Macrì sull’accaduto:

Dopo una causa dispendiosa lunghissima il capitolo di Bagnara, ottenne vittoria e i Padri Domenicani l’anno 1759, 24 settembre dovettero lasciare per sempre la cura di Bagnara. Re Carlo III nominò Abate Giambattista Cristiani. Bisogna osservare che la causa tra i Padri Domenicani e il capitolo di Bagnare non riguardava la cura delle anime, che entrambi ritenevano spettare alla collegiata sebbene ebbe per oggetto vedere a chi spettasse la giurisdizione quasi vescovile, se ai Padri Domenicani, oppure al Capitolo di S. Giovanni in Laterano, come giudicava il clero di Bagnara.

Nel 1775 morto l’abate Cristiani per la increscevole questione della nomina, l’Abazia rimase sede vacante e per lo spazio di 43 anni 1775-1818 la nostra Collegiata come nel passato, esercitò la cura delle anime e della S. Sede e si riservò la giurisdizione quasi vescovile. In virtù del Concordato del 1818 la giurisdizione vescovile e la sorveglianza sulla nostra chiesa dalla S. Sede passò all’Arcivescovo di Reggio, il quale a tale scopo nominò un suo rappresentante col titolo di Luogotenente. Questi insieme al Capitolo della Collegiata, fino al 1889 esercitò sempre la cura delle anime. Morto il Luogotenente Giuseppe Ventre, per la prima volta, (spettacolo degno dì lacrime! ….) la nostra Regia Abazial si vide diretta da un semplice Economo Curato; però la Collegiata secondo la secolare tradizione cooperò nella cura delle anime insieme col curato fin’ oggi continua a prestare servizio al coro, si vive di una massa comune, si mantiene la gerarchia tra i canonici e nella persona del Decano, cui spetta regolare le varie funzioni, i Canonici riconoscono il loro capo.

Dal Libro: LA COLLEGIATA DELLA  REGIA ABADIAL CHIESA DI BAGNARA CALABRA

G. minasi scrive:

     Finito il clamoroso giudizio quale utilità ne ricavava il clero di Bagnara? Eccola. Pubblicata la sentenza, Carlo III prima di abbandonare questo regno per cingere la corona di Spagna, rigettando tutti gli ambiziosi del clero locale, anche i dottori in utroque, il 14 luglio 1759 nominava priore di quell’abazia il sacerdote Giovanni Battista Cristiani, cioè uno straniero sconosciuto a Bagnara, a cui il papa clemente XIII rifiutava la istituzione canonica. Per ottenerla a dispetto del papa, che cosa escogitarono i ministri del Sovrano indettati dal clero di Bagnara. Ricordandosi che nella prima metà del XII secolo la chiesa di Bagnara fu sottoposta benché per pochi anni, alla chiesa di Cefalù, i regi ministri argomentarono che quel vescovo avesse il dritto d’immettere il Cristiani nel possesso del priorato. O come è pur vero che l’ambizione accieca, e spesso irrompe ne’ più funesti errori. Quei dottori del clero non doveano ignorare, che la istituzione canonica di un beneficio apparteneva all’autorità legittima, e che essendo quel priorato un’abazia nullius potea conferirlo il solo Romano Pontefice, il quale l’avea già dinegato al novello eletto. Ne poi doveva un vescovo concedere l’istituzione in opposizione alla decisione pontificia.

Era allora vescovo di Cefalù M.r. Gioacchino Castelli, il quale, o per ignoranza ovvero per timore cedendo agl’imperiosi ordini del ministro Tanucci, si prestava a quell’opera ingiusta, ed il 7 agosto 1759 ne spediva  le bolle. Però bisognava prima allontanare dall’abazia i religiosi Domenicani, per non suscitare qualche dimostrazione contraria  nel popolo, che generalmente li amava e li venerava. Perciò il 24 settembre di quell’anno un fiscale della Regia Udienza intimava a fra Tommaso Stillitano allora priore dell’abadia ed a tutt’i suoi confratelli religiosi di allontanarsi subito dal priorato e dalla città, e di recarsi a Catanzaro per sentire colà le disposizioni della regia corte; al che cedendo alla violenza ed alla forza quei benemeriti religiosi partirono da Bagnara la notte del 26 di quel mese. Con questo metodo selvaggio (oggi imitato dal Cembes in Francia ) dopo 177 anni (1592 – 1750) da che quell’abazia era stata lodevolmente governata da quei santi religiosi, di cui tuttora si conserva qualche memoria che ricorda la loro pietà, il giansenismo del Tanucci e della corte di Carlo III, come pure la cieca ambizione del clero di Bagnara, scacciavano da quella pacifica dimora quei zelanti ministri della religione e della civiltà.

     Il 29 settembre di quell’anno. Cioè quasi immediatamente dopo la partenza dei Domenicani, fu giorno di tripudio per il clero di Bagnara, perché dopo tante ostinate lotte era finalmente secolarizzata la loro abazia. Intanto avuta conoscenza di tutti questi fatti Clemente XIII « fulminò, cosi il Cardone, le sue censure contro l’uno e l’altro prelato; de’ quali il vescovo Cefalutiano essendo stato  a tempo opportuno da Roma avvertito, immediatamente si pose in s. visita, che protraendo a lungo, nel decorso di essa cessò di vivere a Palizzi (p. 78). Il Cristiani poi forse sentendo i rimorsi della coscienza innodata da censure, ritornò subito in Napoli, chiamato colà, dice il Cardone senza indicarne il motivo, dal Sovrano, lasciando nel partire per suo vicario generale del priorato il sacerdote Nicola Canfora. Morto l’intruso priore Cristiani i canonici di Bagnara, cosi il Cardone, si elessero un vicario capitolare nella persona del r. sac. Domenico Patamia l’anno 1775; al quale successero Francesco Antonio Cesario il 1779; Francesco Saverio Muscari il 1783; Tommaso Savoia il 1791; Felice Savoia 1799; e finalmente l’anno 1800 Matteo Fedele » (p. 78). Qui si vede chiaro il fine onde quei reverendi del clero aveano tanto lottato per secolarizzare la loro abazia. Era stata appunto l’ambizione di dominare, che li aveva talmente accecati da non riconoscere il marchiano errore di nominare un vicario capitolare non esistendo il capitolo, né avente quei reverenti la giurisdizione dell’abazia per comunicarla ad un loro collega.

 Finalmente dopo quaranta anni e più di un governo ecclesiastico ribelle alla suprema autorità della Chiesa, venne il tempo della resipiscenza. L’ultimo preteso vicario Matteo Fedele rientrato in se stesso e riconosciuto il gravissimo danno sopravvenuto a quel piccolo gregge, separato da tanti anni dall’unità della Chiesa

Cattolica, si rivolse al sommo Pontefice Pio VII, che di quei giorni era ritornato a Roma da Venezia, ove era stato eletto papa. Correvano allora tempi difficilissimi per la chiesa; e quel Santo Pontefice che nel suo ritorno a Roma, passando da Firenze, avea perdonato allo sciagurato Scipione Ricci, fu anche largo di perdono al Fedele ed al clero di Bagnara. Egli per riparare a’ mali cagionati dalla illegale amministrazione di quella chiesa, prima proscioglieva da tutte le censure, i in che erano incorsi il Fedele e gli altri ecclesiastici, che aveano usurpato il dritto di conferire e di esercitare giurisdizione nel territorio abaziale, privi di mandato pontificio; come ancora tutti coloro che aveano prestato la loro opera nel ledere i dritti dell’abazia e de’ legittimi possessori della medesima. Quindi sanava tutti gli atti illegalmente emanati da’ pretesi vicarii capitolari, compresi quelli dell’intruso priore e del suo vicario generale. In fine per la futura amministrazione di quella chiesa, non potendo allora prendere una decisione definitiva, delegava l’istesso Fedele a governarla come vicario apostolico sino a novella disposizione.

Dal libro: L’ABAZIA NORMANNA IN BAGNARA CALABRA

Post Author: Gianni Saffioti