Storia e radici delle bagnarote. Prologo e introduzione

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Storia e radici delle bagnarote

Prologo e introduzione

E’ in preparazione un video che accompagnerà questo articolo per rendere l’argomento più appetibile anche ai meno curiosi.

Si consiglia di visualizzarlo su PC per apprezzare le immaggini mentre si scorre il testo.

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L’articolo nasce con l’intento di iniziare e indirizzare le ricerche sul fenomeno delle bagnarote nella direzione corretta, soprattutto lontano dalle speculazioni, enfatizzazioni, e nostalgie varie. Situazioni immeritevoli dove, dal dopoguerra in poi, questa figura simbolo attivo della società bagnarese è stata ingiustamente relegata.

Oggi viviamo in quella che oramai da decenni, in maniera sempre più esasperata, è diventata la società dell’immagine. Si fa dell’apparenza il principale modo di essere e si lasciano abbandonati a se stessi i contenuti, le idee, le informazioni, lo studio, la lettura, la comprensione e la ricerca. In poche parole l’immagine fa tendenza, mentre la cultura, quella fatta di concretezza e documenti viene relegata come non necessaria, spesso come ostile ad una vita apparentemente più comoda, più ovattata e chiusa verso il nostro egoismo e non aperta allo sviluppo degli argomenti. Diciamo che non si sente la necessità di approfondire e invece comodamente guardiamo le immagini senza sapere, senza capire, senza sentire necessità di apprendere. Accettiamo quello che ci viene imposto senza che il dubbio, la curiosità ci portino a scoprire che dietro ogni immagine c’è una storia, molte volte diversa da quella conosciuta.

Quindi tornando al fenomeno delle bagnarote, patrimonio indecentemente sfruttato come immagine dal dopo guerra in poi e ma mai valorizzato come fenomeno sociale insito al territorio, vorrei esprimere dei concetti elementari e delle considerazioni che derivano semplicemente da dubbi che ho cercato di colmare da persona curiosa e certamente non da studioso o ricercatore.

Più che altro la mia è la necessità di capire un fenomeno tanto maltrattato e poco studiato nel tentativo di cercare la radice antica da dove è sbocciato per darle il giusto risalto storico e sociale prima che le ripetute e insistenti speculazioni la trasformino completamente in un prodotto da vendere e consumare svuotandolo dai suoi veri contenuti.

Come avere in casa il souvenir di una miniatura della torre di Pisa non significa conoscerne la storia, allo stesso modo  avere o guardare un’immagine delle bagnarote non significa essere dotti in materia.

La differenza tra le due cose sta che mentre per la torre di Pisa è facile documentarsi, nel nostro caso la cosa è più complicata perché non esiste una storia di questo fenomeno e la stragrande maggioranza delle notizie che abbiamo, spesso articoli di giornali molto forvianti o addirittura falsi sono di datazione recente, dal dopoguerra in poi. Anche di queste notizie cercherò di parlare, per smentirne tante spiegandone il perché e il grande danno che hanno recato a questa così importante figura cittadina.

Sicuramente la nascita e lo sviluppo del fenomeno delle bagnarote è parallelo a quello della società bagnarese fino all’ultimo stravolgimento sociale che si è compiuto tra fine dalla seconda guerra mondale e fino agli anni 70, dove lentamente come una lampadina che si spegne in dissolvenza così si è spenta l’era delle bagnarote.

Il percorso sociale imposto dal nuovo modo di vivere, velocizzato dai motori a scoppio, facilitato dalla sempre più fitta rete di comunicazione e scambio di merci, ha cancellato dalle esigenze quotidiane della cittadina l’impegno costante, faticoso e vitale che le bagnarote davano ad una società geograficamente chiusa in un arco delimitato da colline attraversate da piccoli sentieri percorribili  a piedi o coi muli e dal mar Tirreno.

Adesso che le strade permettono l’arrivo di una moltitudine di merci da qualsiasi parte del mondo anche a Bagnara, delle Bagnarote resta solo il ricordo che non va sintetizzato in un’immagine male adoperata, posta come souvenir o trofeo da esibire all’occorrenza per scopi futili o privati, ma va approfondito e studiato ricercando testimonianze e documentazioni nei luoghi da loro frequentati durante i loro peregrinaggi alla ricerca di mercanti con cui scambiare o vendere le loro mercanzie per contribuire alla sopravvivenza della piccola e isolata comunità bagnarese, che rimase tale fino alla costruzione delle strade e della ferrovia.

E’ chiaro che per affrontare un tema così vasto che si sa quando è finito ma non quando è cominciato, bisogna avere dei punti di riferimento precisi da dove partire e indagare e che non si può fare a meno di legarlo all’indagine storica cittadina e gli avvenimenti che ne hanno cambiato le sorti nel bene e nel male.

Non sapendo con certezza l’origine del primo nucleo che si è insediato nell’attuale territorio bagnarese e soprattutto il luogo preciso, per aprire un varco a una ipotetica strada per azzardare una storia molto antica delle bagnarote, più in là svilupperò la teoria del Fiumanò sulla storia di Bagnara che potrebbe essere una via alla ricerca delle origini.

 Un punto storico fermo invece da dove possiamo cominciare a discutere è il terremoto del 5 febbraio del 1783. Da questa data in poi si ha la certezza dell’esistenza delle bagnarote per i motivi che andrò a spiegare, da questo punto storico in poi si hanno i documenti della loro attività fuori dal paese di Bagnara tanto che il Rholfs nel suo immenso lavoro le annota subito come viaggiariche.

 Il tentativo quindi è quello di andare a ritroso nel tempo, naturalmente avendo coscienza di cosa stiamo parlando senza fantasticare su episodi storici che nulla hanno a che vedere con il lavoro e la storia di queste donne.

E per capire e sapere di cosa stiamo parlando, prima di entrare nel merito, leggiamo quanto scrisse il Cardone sulle donne di Bagnara, altro punto ed altra testimonianza cruciale sulla ricerca di una verità storica sul mito delle bagnarote.

Dal capito IV del libro notizie storiche di Bagnara Calabra di Rosario Cardone del 1873 leggiamo:

“Che diremo ora dei donneschi lavori, che fannosi nella nostra città?

Le donne di “ceto civile, e soprattutto le signorine, istruite dalla moderna scuola, eseguono egregiamente lavori di cucito a costura semplice e alla Francese; lavori al croscè, e al filè svariatissimi ricami di tappezzeria in seta e in oro sopra canavaccio e sopra casimiro, e marche ancora ancora di ogni specie, e di ogni carattere. V’intrecciano pure assai bene le margheritine, formandone buchè, ed altri graziosissimi oggetti.

Le donne poi del ceto medio attendono a cucire, filare, e tessere lavori di maglie e tele cosi fine, che possono tavvolta quest’ultime gareggiare con quelle di Ollanda.”

Sempre nello stesso capitolo, poco dopo scive:

“L’inclinazione al negozio pero ed a ogni sorta d’industria e speculazione non si osserva tra gli uomini soltanto in Bagnara, giacché le donne, principalmente del basso ceto, sono pur troppo animate a far ciò.

    Veggonsi in fatti partire dalla nostra città assai di ben mattino e quasi giornalmente, più centinaia di tali donne divise in varie torme per diffondersi in tutt’i paesi della provincia con grandi ceste sulla testa cariche a ribocco non solo de’ prodotti ortalizii del nostro territorio, ma ancora di pesci, stoviglie, tessuti, ed altri diversi oggetti, i quali vengono rivenduti da esse non solamente in contante, ma studiandosi ogni mezzo che possa tornare loro vantaggioso ne fan cambio con oleo, legumi, biade, frutti verdi o secchi ed altro che producesi nelle contrade ov’esse si recano. De’ quali generi poi, ritenendo il superfluo con bastante guadagno, vengono, così industriando, a percepire lucri siffatti da essere sufficienti ad alimentare non pure le proprie famiglie, sovente numerose, ma a renderle ancora più comode, ed agiate.

    Altre di tali donne poi si addicono a travagli più onerosi; poiché ad oggetto di procurarsi il giornaliero alimento si esercitano da mattina a sera a trasportare, anco sulla testa, carichi assai pesanti di grossi fasci di cerchi, di tavole, e di legname di vario lavoro, camminando per burroni, ed altri pericolosi sentieri, per abbassare dalle più erte montagne detti oggetti alla marina: Or siccome per potersi sostenere siffatte non ovvie fatiche si richiede una valida fisica costituzione, da ciò si rileva come le nostre donne travagliatrici esser debbono vigorose e gagliarde.

Esse, come quelle del ceto civile, furono sempre dotate di molta avvenenza;  tantochè il Mazzarella, il Nicolosi, il Fiore, ed Elia Amato non trascurarono celebrarne la bellezza nelle opere loro.”

Vediamo dunque come lo storico Rosario Cardone distingue le donne bagnaresi in tre diverse categorie, le donne del ceto civile, quelle del ceto medio e quelle del basso ceto.

Il tema ci impone chiaramente di interessarci delle donne del basso ceto che a sua volta il Cardone distingue nettamente in due parti. Quelle con “l’inclinazione al negozio”, ovvero le nostre bagnarote viaggiariche, quelle che partivano presto al mattino per essere di ritorno alla sera sempre prima del calar del sole, quelle che erano conosciute in giro per la provincia come le bagnarote e quelle che invece, come tutte le altre donne del mondo, in base alle esigenze e alle epoche storiche hanno sempre lavorato all’interno delle mura cittadine occupandosi di una moltitudine di mestieri in base alle loro qualità e capacità soprattutto fisiche.

Il Cardone ci fa una lista più o meno precisa di cosa barattavano o vendevano le nostre donne. E’ importante capire che andavano in giro vendendo quanto si produceva in paese, prodotti del mare o di orti e giardini coltivati ad una temperatura mite e compravano prodotti necessari per la vita cittadina, olio, legumi e altri alimenti che a Bagnara non si producevano e le biade per dare da mangiare ai cavalli, agli asini da soma che in una cittadina, ai tempi del Cardone, in provincia molto affermata e punto di riferimento importante, erano in gran numero.

Quindi già il Cardone comincia a fare chiarezza sulle donne di Bagnara ai suoi tempi e ci spiega da quale classe deriva la bagnarota, oggetto di queste riflessioni’ e il distinguo tra le bagnarote che avendo “l’inclinazione al negozio” partivano all’alba e quelle invece che come tutte le altre donne del mondo lavoravano abitualmente in paese.

Adesso ci occuperemo di quelle che partivano al mattino presto, le così dette viaggiariche, provando che esistevano già prima del 1783, quasi un secolo prima che il Cardone scrivesse di loro.

Tutte le notizie che darò adesso sono tratte da un libro del 1982 di Augusto Placanica edito dalla casa del libro dal titolo l’Iliade funesta che tratta del terremoto del 5 febbraio del 1783, che è una data triste ma importantissima nella storia della Calabria Ulteriore. Morirono in tutto oltre 30.000 persone, il 10% della popolazione tra le attuali provincie di Reggio Calabria, Vibo e Catanzaro.

Per chi vuole saperne di più su questo terremoto, l’Iliade funesta è un libro che vale la pena leggere.

Le pagine che interessano la mia ricerca sono quelle che riguardano i dati su Bagnara, ovvero la 62 e 63, poco più che una trentina di righe che il maresciallo Francesco Pignatelli, scrive nella sua relazione sullo stato generale della Calabria al Re Ferdinando IV dal quale, per l’occasione era stato nominato suo vicario.

Dopo aver visitato Sinopoli, Melicuccà, Seminara e Palmi, Pignatelli arriva a Bagnara, la perlustra assieme ai suoi uomini e poi scrive:

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Dopo aver letto la relazione del Pignatelli che già i primi del mese di Aprile dello stesso anno fu esposta alla corte di Re Ferdinando IV e conscendo le scrupolose attenzioni che i Borboni avevano delle terre del loro regno, tornando quindi al nostro interesse principale, veniamo a sapere che su una popolazione di poco più di 5500 abitanti morirono 2883 uomini e solo 384 donne. La differenza netta è di 2499.

Il Cardone scrive che a centinaia andavano in giro, fuori paese a vendere o  barattare la propria merce e il resto delle altre faceva lavori in paese quasi esclusivamente all’aperto, mentre gli uomini in prevalenza addetti alla costruzione delle barche, lavoravano anche alle forge come fabri o maniscalchi, o come impiegati nei lavori edili. Lavoravano quasi tutti in luoghi chiusi considerando che febbraio è una stagione poco propensa per la pesca e i lavori nel boschi.

Le donne dunque si salvarono perché erano fuori paese a vendere le loro merci.  E’questo quindi il documento indelebile che testimonia a quel tempo il lavoro delle bagnarote viaggiariche. Stormi di donne organizzate quasi a livello di sorveglianza militare si difendevano da eventuali attacchi di male intenzionati con lo stratagemma dell’avanguardia e lo spostamento organizzato nei luoghi aperti di campagna. Quindi nel 1783 la popolazione femminile di Bagnara si salvò dal terremoto perché lontana dalle grandi frane che seppellirono qualsiasi cosa che era vicino alle colline o dentro le case o a magazzini dove lavoravano gli uomini.

Il primo dato che il maresciallo Pignatelli fece recapitare con urgenza a corte è che tutti i lavori di marineria, dei boschi e delle vigne avevano bisogno di manodopera maschile. Credo fu il governo borbone stesso a incentivare o a spostare a Bagnara molti cittadini maschi dei paesi limitrofi approfittando anche del fatto che le bagnarote erano conosciute e rispettate in tutti i luoghi che frequentavano.

Sicuri dunque che questo è un punto di partenza sulle ricerche di questo fenomeno di costume, se non unico, sicuramente raro nella storia italiana e probabilmente europea, sarebbe opportuno capire l’importanza di andare a ritroso e scavare per sapere quando è iniziato e soprattutto come mai avevano conquistato una così grande fiducia dai loro uomini che le lasciavano affrontare da sole pericoli non indifferenti. Su questo bisogna riflettere e ricercare, il problema è quasi impossibile da risolvere ma se non si perde tempo e non si sviano i discorsi sul folklore e sul pettegolezzo credo che si potrà portare lo studio e le ricerche sulla storia delle bagnarote viaggiariche a livelli molto alti.

Alcune interpretazioni errare che risalgono già al libro di Rosario Cardone e riportate da tutti quanti coloro che hanno scritto su Bagnara durante il 1900 e che hanno lasciato quanto meno dubbi sull’etica dele bagnarote, riguardano l’orario del terremoto che non fu alle 19, 15 dell’ora attuale come scrive il Cardone stesso e quanti da lui hanno copiato la fonte, ma alle 19, 15 dell’ora del computo napoletano che si usava in quel periodo, che era diverso dal sistema attuale. Tanto per farla breve la mezzanotte arrivava quando faceva buio, circa sei ore prima, quindi d’inverno alle 18.00. Nel febbraio del 1783 le 19,15 erano le 13, 15 dell’ora nostrana come in tutta l’Europa moderna.

Il terremoto avvenne dunque alle 13,15 con la luce del sole mentre le nostre bagnarote erano lontane dal paese. Cadono così tutte le insinuazioni strumentali che volevano le bagnarote lontane da marito e figli anche durante la notte. Nulla di più falso in tal proposito è stato mai scritto e detto, le viaggiariche tornavano alla loro a casa sempre prima del tramonto a riordinare casa, accudire i figli, preparare la cena per i mariti che lavoravano fino a quando non faceva buio.

Chiarito dunque quello che è l’inizio della nostra storia sulle bagnarote viaggiariche, nei prossimi articoli cercherò di spostare ancora il livello indirizzandolo sempre più su una base scientifica ed allontanandolo per quanto sarà possibile dall’inflazione e dal petulante consumismo in cui lo stanno sempre di più trascinando corrodendo un valore sociale inestimabile che rischia di sparire a favore di un mercimonio sfrenato che al sapere e alla cultura preferisce smerciare souvenir.

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Post Author: Gianni Saffioti