24 maggio 1927, storia di una tragedia

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Intervista alla signora Maria Iannì di Marinella  – Luglio 1993

 

U VINTIQUATTRU MAGGIU’

U vintiquattru maggio chi sventura

successi alla Marina di Bagnara.

Successi  na timpesta  troppu dura

per ogni piscaturi chi piscava.

all’undici a tramuntari ri la luna

lu mari cchiù staciva e cchiù ‘ngrossava.

Lu pudestà DeLeo cummendaturi

fici dispacciu a tutti li cittati

“mi veninu cu navi e cu vapuri

ca se ‘nc’è dannu pagu li spisati.”

‘Nci rispundiru cu lu telefùni

ca non ponnu veniri pe’ nuia cosa

pecchì  la timpesta è assai periculosa.

Chindici belli onesti marinari

sono rimasti sutta l’unda di lu mari.

 

“ Me frati ‘nci cumandava a palamatara o patri i Coppulinu, e capisciu ca ‘mmanazzava i prima sira. Ma ‘nci rissi a jiu u patruni: ” Se vai na varca a mari a mia av’ essiri a prima ” Me frati, piscaturi i nascita ‘nci rissi “E vui aviti a veniri u primu”. E cosi jru. Ca varca erinu  ‘ccaffora. I corpi i mari erinu ati quanto e scogghi. Me frati; a palamatara, (intesa come rete) a jettau a mari, pigghiau e a ttaccau o vancu ra varca, a ‘ttaccau mentri veniva na mareggiata i fora, mi batti supra sutta faciva cosi a rizza, (gesto con le mani) e a varca na battiu. Si jsava u mari quantu a na muntagna, i terra, e nautra mareggiata veniva i fora e nui ne virivimu ‘cchiuni e ‘ndi pistavimu. Aviva du frati jeu. Calammu a Maronna i Portusalvu ‘nta riva, tutti i cattolichi chi patrinosti e mani fandu preghieri. Erinu tutti bandunati, sulu  u frati meu cu nu pagghiolu cacciava mari ra varca ma ‘lleggerisci. ‘Nda stu mentri spunta u vapuri ” ‘Ca rriva u nostru salvataggiu  ” ‘nci griravimu i riva,  ” Si ” ‘nci facivinu chij, morti, menzi morti e basci. ” Alluccà ca veni ” ‘Nci jettau u salvagenti, me frati ‘nciù mollau a natra varca aundi nc’era nu marinaru pè perdiri eppuru u ‘cchiappau. ‘Nda stu mentri chi arrivava u vapuri, a giungiri na pioggia di nivi, ma la fini del mondo, chi non si viriva chiù. Ausu scuru e ‘ddera menziornu. Non virivimu ‘cchiù ne u vapuri e ne i varchi.

Jmmu tutti a stazioni mi ndi nbarcamu mi virimu aundi i levavinu. I levaru o Faru, a Ganzirri. U vapuri i salvau.

Vui aviti a viriri, scapulandu Favazzina, u mari, maretteia, oh maretteia, ma meretteia, e ‘ccà ja timpesta.

Si mentivinu a remari, non c’’nerinu motori,  mi si sarvinu ma u mari i rifilava sempri pe ja. Cosi i salvaru. I salvaru, ma chij chi moriru, moriru. ‘Mbestivinu ‘nte scogghi varchi, cristiani. U mari era mpezzu i sangu.

‘Nci fu na varca furtunata, non mi ricordu quali fu, ma ‘ncorpu i mari a chiappau e da minau ‘nte giardini cu tutti i marinari. Quandu calau u mari, arrestaru tutti ja, ca varca. Fu propria nu miraculu chiju.

All’undici ra notti, a tramuntari ra luna, u mari ‘chiù staciva e chiù ngrossava. Si ndi jvinu mi si sarvinu pe Scilla, ma ne faciva passari, u mari.  “       

     Traduzione

     Mio fratello comandava la barca del padre di Coppulinu, e capì che si metteva subito male. Ma il padrone gli disse:

“ Se una barca va a pescare, la mia deve essere la prima ”.

     Mio fratello, pescatore di nascita, gli rispose “ va bene ma voi venite con noi ”. Così partirono, mentre le onde diventavano alte quanto gli scogli. (riferimento a quelli sotto la torre).

     Mio fratello gettò la rete in mare e poi la legò al banco della barca per tentare di difendersi dalle onde che tentavano di capovolgerla. Con quel sistema la barca non si rovesciò.

     Si alzava il mare come una montagna e quando la barca era nel mezzo di due onde, da terra non li vedevamo più e ci disperavamo.

     Avevo due fratelli. Portammo la Madonna di Portosalvo in spiaggia e tutti i credenti  con i Padrenostri in mano a pregare. Erano tutti abbandonati, solo mio fratello con un secchio svuotava il mare dalla barca per alleggerirla.

     In quel momento arrivò il battello di salvataggio. “Arriva il nostro Salvatore”, gli gridavamo dalla riva. “ Si ” gli rispondevano quelli che annaspavano moribondi in mezzo al mare. “ Eccolo che arriva ”

     Lanciarono un salvagente a mio fratello che lo passò ad un’altra barca dove c’era un marinaio in pericolo così lo salvarono.

     Mentre arrivava il vapore, giunse una fitta grandinata che non si riusciva più a vedere. Come fosse buio. Non si vedevano più ne il battello ne le barche.

     Andammo tutti alla stazione per salire sul treno e seguire il battello che dopo aver salvato tante persone, adesso andava via verso il faro di Ganzirri. Il battello li salvò.

     Dovevate vedere il mare superando Favazzina. Era calmo che sembrava quasi impossibile; e qui c’era quella tempesta!

     Remavano per tentare di salvarsi, ma il mare li portava sempre più al largo. Così li hanno salvati, ma per quelli che erano morti, oramai era tardi. Il mare sbatteva sugli scogli le barche e gli uomini e si colorava di sangue.

     C’è stata una barca fortunata, non mi ricordo quale, che fu alzata e portata dalle onde fin dentro un giardino senza ferire nessuno degli uomini dell’equipaggio. E’stato proprio un miracolo.

     Alle undici di notte, il mare ingrossava sempre di più, le barche cercarono di spostarsi verso Scilla ma il mare le ostacolava.

Altre notizie e testimonianze legate alla tragedia del 24 maggio del 1927

     Il ventiquattro maggio del millenovecentoventisette, verso le cinque del mattino, una dura tempesta colpì decine di pescatori che si erano attardati in mare.

     La sera precedente, come di consueto nel periodo di pesca di alalunghe e pescespada, poco dopo l’ora del vespro i pescatori si ritrovarono sulla spiaggia vicino alle loro imbarcazioni pronti a scendere in mare ( a varari).

     Le nuvole in cielo e le onde del mare erano accarezzate da un vento insolito che non faceva prevedere nulla di buono per la notte prossima a venire.

     I più anziani, forti della loro esperienza, percepirono subito che quello che si stava preparando non sarebbe stato molto piacevole e dopo animate discussioni molti rinunciarono al varo. Altri, giovani e temerari, insieme ad alcuni capi barca poco prudenti decisero di non rinunciare alla nottata di pesca, anche perché nei giorni precedenti il pescato era stato scarso.

     Maggio era il mese dell’anno più ricco per la pesca e perdere una nottata con la palamatara pensando alla carestia del periodo invernale, era come rinunciare ad una fetta di guadagno. Forse questa ragione favorì la decisione di alcuni capibarca molto esperti all’uscita notturna.

 La signora Grazia del rione Valletta, testimone del tragico evento, ci narra quanto ricorda di un dialogo tra due pescatori: Carmini e Cicciu.

CICCIU – Carmini, è moriri! Pe na sira non si mori, pe sta sira non si vara.

CARMINI – E pecchì, Cicciu?

CICCIU -Pe na sira non si mori: stanotti c’è lu tirribiliu ri lu tempu.

      Cicciu, parente della nostra testimone, tornò a casa. Ma Carmini, più bisognoso, fu quasi costretto dal destino fatto di fame e miseria a trovarsi un’altra imbarcazione ed affrontare il pericolo. Forse anche contro la sua stessa volontà, andò incontro alla morte.

     A quei tempi la vita dei pescatori era molto dura ed il tipo di pesca che quella notte doveva fare Carmini richiedeva molta fatica. Grazie alla sua prestanza fisica trovò facilmente posto ai remi di un’altra palamatara.

     Le palamatare erano barche a otto remi e prendevano il nome dalle reti con le quali si pescavano le alalunghe ed i pescespada. In genere erano di proprietà dei signorotti del paese, i quali annualmente rifacevano la ciurma in base alle esigenze del capobarca a cui veniva data la licenza stagionale di capitano di piccolo cabotaggio.

     Il guadagno del pescato veniva diviso in parti già prestabilite fra il padrone, il capobarca e la ciurma. Gli uomini dell’equipaggio, oltre al loro lavoro di pescatori, avevano altri compiti, come la manutenzione delle reti, della barca, il tiraggio della stessa, la preparazione dello scalo per far scivolare meglio la barca in mare.

     La pesca con la palamatara non era delle più facili, soprattutto se si pensa che dopo il calo delle reti nel luogo prefissato chiamato posta bisognava mantenere la barca più vicina ad esse, faticando contro il vento e le correnti marine. Davanti allo stretto di Messina le correnti ” scindenti e muntanti ” spesso mettono in serie difficoltà anche delle grosse imbarcazioni.

     All’epoca di Carmini, la potenza di queste correnti aggiunta a quella del vento veniva misurata in base a quanti remi della barca riuscivano a contrastarla: ” i rimi i ventu, ” che potevano essere due se debbole,  quattro  sei o addirittura otto quando non si riusciva a vincere la corrente e bisognava tornare in dietro. I rimi i ventu, erano dunque l’unità di misura della potenza delle correnti e del vento in mare aperto.

     Carmini sapeva tutto ciò, ma il destino di chi nasce povero e deve sempre lavorare e rischiare la vita giorno per giorno per poter sopravvivere, si misura con la vita stessa che gli riserva sempre duro lavoro senza alcuna certezza.

     Quella notte la pesca fu molto proficua e più il mare si increspava e più le barche si riempivano di pescato.

     Durante le prime ore del giorno il tempo mutò in peggio. Quando doveva cominciare ad albeggiare, il cielo si fece più scuro ed il vento più forte.

     Alcune imbarcazioni, a fatica riuscirono a conquistare la riva, altri non avvertirono in tempo l’arrivo della tempesta e si ritrovarono in preda alle onde, con i marinai stanchi ed inermi a lottare contro le onde. Erano le cinque del mattino quando, sotto una pioggia battente, i familiari degli sventurati intuendo la sciagura si riversarono sulla spiaggia nel tentativo di aiutarli.

     Lentamente il litorale si gremì di gente che portava come poteva il proprio aiuto e la propria solidarietà a dei compaesani che stavano lottando contro la morte in mezzo a quel mare che li aveva  traditi.

     Le barche furono tutte rovesciate e per i pescatori si presentarono ore molto tragiche. Stremati dalla fatica, molti lottarono contro le onde aggrappati ad un pezzo di legno. Quando finalmente il cielo si rischiarò, uno spettacolo penoso si presentò agli occhi della gente del paese che era oramai tutta riversata sulla spiaggia.

     Si cominciarono a recuperare i primi corpi privi di vita che il mare aveva scaraventato sulla spiaggia. Fu subito trovato il corpo di Carmini che pagò con la vita il guadagno di un pezzo di pane. Due furono ritrovati sulla spiaggia di Palmi.

     Molti furono salvati, aiutati da chi dalla riva lanciava funi in mare nel tentativo di raggiungere i disperati. Altri, accecati dal sale marino, annaspavano tra le onde con la sola forza della disperazione come appiglio alla vita. Per alcuni la sorte fu maligna. Mentre stavano giungendo salvi a riva, una mareggiata li stroncò da terra sbattendoli sugli scogli. Li raccolsero con le schiene spezzate fra le lacrime e la disperazione dei familiari. Le vittime furono quindici e quando si avvicinarono i primi mezzi di salvataggio chiamati alla disperata dal podestà De Leo era quasi tutto finito, ma riuscirono a portare in salvo parecchi pescatori.

     Oltre a Carmini, morirono pescatori forti e potenti come Marrazzu, di cui parleremo anche dopo e il Melma che ottantenne andava ancora per mare. Altri nomi di pescatori morti che abbiamo strappato alla memoria del mare di quella notte sono quelli di Cornu r’oru e Basili, u Lallo, Pisciapanara sei della famiglia dei Pirignocchi e due di  quella dei Nenna.

Alcune persone nel tentativo di portare il loro aiuto rischiarono di essere risucchiate dalle onde. Le barche vennero sbattute a pezzi sulla spiaggia insieme a parte del pescato.

Una seconda e preziosa testimonianza c’è stata offerta dal Sig. Luigi Oriana, indimenticabile ex presidente della pro loco bagnarese.

     Il suo racconto si concentra tutto in un dialogo fra suo nonno Micu ed un altro proprietario di barca, Patri Rosariu Gioffrè, vecchio marinaio tra i pochi a tenere la bussola in barca.

                MICU – E chi  ‘nriciti Patri Rosariu?

PATRI ROSARIU – E’ malutempuni Micu. Ieu mandaia tutti a casa.

     Così Micu si lasciò ben consigliare e per quella sera congedò il suo equipaggio. Due suoi marinai, dopo aver protestato per il mancato varo, decisero di trovarsi un’altra barca. Trigghia e Marrazzu, quest’ultimo citato anche nella testimonianza precedente, erano due muratori molto forti e capaci e quindi non trovarono difficoltà a farsi ingaggiare dai Nenna, famiglia numerosa di pescatori.

     La sorte non risparmiò questa palamatara ed il giovane Marrazzo perì ingoiato dalle onde assieme a due dei proprietari della barca. Secondo il sig Oriana le cause di quelle morti violente sono state la fame e la grande carestia del tempo, che assillavano i marinai alla ricerca un pasto per la famiglia.

     Questo triste evento fu tema di ampie e rissose discussioni fra pescatori per tanti anni ogni qual volta si presentava il tempo incerto. Da allora questa tragedia viene temuta e ricordata grazie ad una filastrocca dialettale della quale siamo riusciti a recuperare alcuni stralci grazie alla memoria di una donna anziana.

 

 

U VINTIQUATTRU MAGGIU

U vintiquattru maggiu chi sventura

successi alla marina di Bagnara.

Successi na timpesta cosi dura

pè ogni figghiu i mamma chi piscava.

Chindici belli e onesti marinari

restaru sutta l’unda ri lu mari.

Lu putestà De leo, cummendaturi

fici dispacciu a tutti li cittati:

” veniti cu navi e cu vapuri,

ca se nc’è dannu pagu li spisati.”

‘Nci rispundiru cu lu telefuni

ca la timpesta è assai periculusa.

 

     Come si potrà notare, a distanza di tanti anni, restando fermo il contenuto saliente di quella cronaca, la filastrocca qui ancora riproposta subisce alcune variazioni rispetto a quella narrata dalla signora Maria, e senza dubbio altre decine di versioni ancora diverse potremmo ascoltarle da altre persone.

     Il tempo ed il tramandarsi oralmente di queste strofe, solo dopo poche generazioni acquistano forme diverse, come è prassi della cultura popolare, mantenendo invariata la sostanza.

     Dalla testimonianza precedente, notiamo che l’ora in cui viene fissata la fase cruciale della tempesta è intorno alle cinque del mattino, mentre qui sotto si parla delle undici di sera del giorno precedente e quindi del 23 maggio.

     Dettaglio, anche se poco indicativo, invece molto utile per capire i vari modi con cui poi i pescatori narrarono la vicenda.

     Probabilmente il maltempo si manifestò verso le undici di sera, ma cominciò a rendere difficile la pesca, trasformandosi in burrasca verso le cinque del mattino. E  sta in questa chiave di lettura gran parte del rapporto di sensibilità che i pescatori avevano con il mare. Alcuni capirono il mutare del tempo e la pericolosità che poteva recare già verso le undici. Altri pur notando un cambiamento meteorologico, non intuirono il pericolo e si accorsero della gravità solo verso le cinque del mattino. Piccole sensazioni, elaborate in attimi in cui si pensa all’abbondanza del pescato, alla famiglia, ai figli e si sceglie in base ad un qualcosa di non razionale e che forse non si riesce a spiegare. In quell’attimo, apparentemente come tantissimi altri, un niente decise la sorte di quindici persone. Nello stesso attimo, altri, forse più paurosi, forse obbedendo al primo istinto, forse ragionando, tornarono a riva. Altri ancora pur restando in mare, lottarono contro le intemperie e si salvarono: fortuna, destino, chissà?

Tra le testimonianze più interessanti sulla tragedia, quella che Carmelo Pavia ha ricavato dopo un’intervista al sig. Rosario Iannì, nato il  10 febbraio 1920 e di cui riportiamo le fasi salienti,  è tecnicamente la più valida. Si comincia a capire l’andamento del tempo meteorologico e le previsioni azzeccate dei marinai più esperti che confermano la tesi che la strage si poteva evitare.

Il signor Iannì spiega che quel tempo meteorologico non è stato improvviso, ma già da cinque giorni i sintomi si vedevano chiari e tondi. Il vento soffiava forte dalla Sicilia ed era sempre in aumento, rasava le montagne. In gergo marinaro il fenomeno si chiama “tempu liscuni” che con il cambiare della luna poi, arrivo a terra. Per cinque giorni quel vento lisciava le montagne, poi col cambiamento della luna si abbassò fino al livello del mare. Il cambiamento della luna creò una situazione per la quale il vento forte si mise a spirare da nord ovest e non più da sud est. Ora era frontale fora dirittu.  Da sud ovest il tempo meteorologico, ‘ddestrau quasi improvvisamente e mutò in quello che tutti i pescatori anziani, conoscitori del tempo temevano, tempo da nord ovest. E’ interessante questo passaggio del signor Iannì perché ci fa capire e ci conferma come un tempo, sia i pescatori che i contadini conoscevano il tempo e lo temevano. Lo prevedevano anche mesi prima, secondo alcuni calcoli che facevano in determinati periodi di luna. Difficilmente sbagliavano.

Nella nostra zona, ancora oggi c’è qualche persona anziana che, ad esempio, all’inizio della primavera riesce a prevedere in base allo spostamento delle nuvole e l’andamento delle onde del mare, quando quante e quali tipi di “lavatura” farà poi in estate.

Ma tornando al signor Iannì, suo padre “Patrie e Peppi, aveva consigliato sin dal principio di non andare in mare, ma uno dei Foti, appartenente alla famiglia dei Pirignocchi, che ebbe più morti, volle andare in mare lo stesso nonostante le lacrime della moglie che lo scongiurava di desistere. Il marito invece la mandò a casa in malo modo a prendere una coperta per la notte da passare in barca. Della famiglia dei Pirignocchi ne sono morti sei tra i Foti e i Savoia. Un altro chiamato Lallo morì più a sud, ed ancora uno di Porelli chiamato Pisciapanara  non riuscì a salvarsi, mentre altri furono raggiunti dal rimorchiatore e portati verso il faro di Ganzirri.

Il mare raggiunse la chiesetta di Portosalvo ed il piccolo cimitero di fronte dove riposavano i caduti di Marinella della grande guerra.

L’ultima versione che vi propongo della celebre filastrocca è quella più ricordata al rione Porelli, che è uno dei rioni che nelle notti di pesca con le palamatare dava più braccia ai remi delle barche e quella notte purtroppo a rimetterci la vita ci furono pure marinai di questo rione. La riportiamo così com’è stata trascritta nel periodico Albatros del 8 dicembre 1995, giornalino di quel rione stesso.

U VINTIQUATTRU MAGGIU

“ O 24 maggiu chi sventura,

successi a la marina di Bagnara.

Successi na timpesta rossa e dura,

pe’ ogni piscaturi chi piscava.

La sira a la curcata di la luna,

lu mari chi ‘cchiu’ stava e cchiu’ ngrossava.

Pudestà  De Leo cummendaturi telefonava a tutti li città,

mi venunu  cu navi e cu’ vapori,

mi salvunu a chii poveri sventurati.

Ci rispundiru cu telefunu,

c’ ‘a tempesta grossa non si puo’ passari.

Li poviri marinari hannu rittu,

ca terra di Bagnara non virunu ‘cchiu’ “

Ho scelto questa versione tra le tante che ho sentito perché è quella che si discosta di più dalla prima che ritengo più vicina all’ originale. Completamente diverso è il dialetto, e stravolto è il finale che sembra quasi tirato per i capelli da una memoria oramai sbiadita. E’ pur sempre, comunque, una valida testimonianza di come il dialetto bagnarese varia da rione a rione e da generazione a generazione. Per la cronaca aggiungiamo che la filastrocca fu scritta, da un cantastorie di Sant’Eufemia d’Aspromonte chiamato dai parenti delle famiglie che ebbero più vittime e che raccolsero notizie tra la gente bagnarese. Stonano infatti, dialettalmente parlando alcune parole come “successi”, che nulla ha che spartire con il  “succeriu” bagnaroto.

    Vista oggi, la sciagura  del 24 maggio 1927 sembra quasi un racconto drammatico che non è più radicato nei ricordi della cittadina, per circa trent’anni le campane di tutte le chiese bagnaresi in quel giorno hanno suonato a lutto, poi niente più, ne una via ne una piazza dedicata a quell’evento. Mai nessun tipo di manifestazione per ricordare, per approfondire e salvaguardare l’evoluzione di un mestiere che si è completamente trasformato e non sempre in maniera positiva.

  Una analisi sociale completa del quadro sopra descritto va letta in riferimento a ciò che succedeva in Italia in quel periodo e a quali erano le situazioni economiche e politiche; come veniva contrattato il lavoro e tutte le varie restrizioni che il regime fascista attuava contro i lavoratori che giorno dopo giorno si vedevano ridurre sempre più i loro salari in qualunque tipo di lavoro.

A Bagnara il ventennio non fu poi così esageratamente repressivo, vuoi per la mancanza di fabbriche e di organizzazione dei lavoratori, vuoi per il camaleontismo di chi al solito approfittò dell’occasione per raggiungere il potere, vuoi perché un paese piccolo non creava grossi problemi. Possiamo dire che fu un fascismo all’acqua di rose rispetto al resto d’Italia; ma nonostante tutto la paura per la repressione faceva rendere prudente ogni accenno di opposizione.

     Quindi la situazione sociale non era di quelle ottimali per chi non aveva da mangiare e doveva ad ogni costo lavorare per sfamare la famiglia. Se il clima fosse stato diverso e la situazione economica migliore, certamente nessuno quella notte sarebbe andato in mare a pescare con le palamatare e così 15 uomini non sarebbero morti e 15 famiglie non avrebbero portato il lutto. Il numero di 15 morti è quello ufficiale del primo documento del sindaco, ma alcune testimonianze parlano addirittura di 19 morti.

 A conferma di quanto detto sopra riporto una tabella del 1927 con tutti i passi salienti che il regime fascista fece contro i lavoratori, opprimendoli fino all’inverosimile. Proprio il 24 maggio i sindacati fascisti decisero e ottennero una riduzione generale dei salari del 10 per cento. Alla faccia dei sindacati! Il 4 gennaio di quello stesso anno veniva sciolta la Confederazione generale del lavoro (CGL), e in tutto quell’anno molte altre cose contro la classe lavoratrice vennero approvate, come pazientemente ci riporta la tabella sotto, che è solo verità storica per stabile la realtà del momento, e non contrapposizione ideologica.

Tabella  Riassuntiva dati 1927

4 Gennaio           Viene sciolta la Confederazione generale del lavoro.

7 Gennaio           La Carta del lavoro è presentata al Gran Consiglio del fascismo (sarà approvata il 22 aprile).

1 febbraio           Il Tribunale Speciale inizia la sua attività, condannando a 9 anni di prigione ciascuno due                                         muratori romani che avevano deplorato ad alta voce il fallimento dell’attentato a Mussolini.

12 marzo             Prime dure condanne del TS: 28 comunisti toscani sono condannati a pene da 1 a 14 anni di                                     reclusione .

25 marzo             Il ministro della Pubblica istruzione (Pietro Fedele) illustra alla Camera il programma                                              fascista per la scuola (“Fascistizzare la scuola […] è il mio compito”).

5 maggio             Il Consiglio dei ministri delibera la riduzione della indennità di carovita agli impiegati statali.

7 maggio             Vengono ridotti gli stipendi ai dipendenti degli enti locali.

24 maggio           I sindacati fascisti decidono e ottengono una riduzione generale dei salari del 10 per cento.

26 maggio           Mussolini pronuncia alla Camera il discorso cosiddetto “dell’Ascensione”. Riaffermando la                                   propria dittatura personale, enuncia il programma: sviluppo demografico della popolazione,                               messa a punto delle forze armate (“Bisogna poter […] mobilitare cinque milioni di uomini”),                                   creazione dello “Stato fascista”.

23 luglio               Condannati dal TS 19 comunisti imolesi a pene fino a 12 anni.

1 settembre      Nomine di nuovi prefetti. Si completa rapidamente il processo di fascistizzazione della                                              pubblica amministrazione.

17 ottobre          9 dirigenti comunisti vengono condannati dal TS a pene sino a 17 anni di reclusione.

21 dicembre      Con decreto ministeriale viene “rivalutata e stabilizzata” la lira a “quota 90” (90 lire per 1 sterlina). La politica di deflazione si ripercuote duramente sul livello di vita dei lavoratori.

31 dicembre      9 dirigenti comunisti vengono condannati dal TS a pene sino a 17 anni di reclusione.

Conforto fino a quanto detto ci viene dato da una pagina del libro del Dott. Alessandro Carati dal suo “I CAVALIERI DELL’ASPROMONTE  – ed. Marafioti Polistena P. 2004”, egli sostiene: «Fatta eccezione per il pescespada, la cui pesca ed il cui mercato davano credito ad una piccola ma assai remunerativa industria locale, della quale il pescatore non costituiva altro che manodopera a basso prezzo, anche il pesce nostrano, quello più pregiato, in genere poteva oscillare sulle lire una al chilo, dunque era caro, perché la prima scelta ed i prezzi li facevano i proprietari delle barche, che davano la preferenza e la pri¬ma possibilità di scelta alle famiglie più agiate, mentre in genere la quasi tota¬lità dei pescatori, come gli altri lavoratori salariati, tiravano avanti alla giorna¬ta; tuttavia, poiché il pesce è un prodotto facilmente deperibile e il suo consu¬mo non si allontanava oltre i confini del mercato locale e dei paesi limitrofi, il suo prezzo, una volta servite le mense dei più facoltosi, scendeva alquanto e le qualità meno pregiate si potevano acquistare, a seconda del prodotto, anche a qualche decina di centesimi al chilo: riusciva dunque a rientrare tra gli alimenti fondamentali della povera gente e della città. Con l’avvento del fascismo i prezzi al consumo del pesce, verranno rigidamente calmierati e tenuti sotto controllo; la qual cosa non contribuì di certo a sollevare le sorti della maggio¬ranza dei pescatori, ovvero di una categoria di lavoratori tra le più disagiate economicamente e tra le più prolifiche a livello coniugale.»

Documento del Podestà in riferimento a quanto accadde il 24 maggio 1927

     Il Regio Podestà del comune suddetto, comm. Antonio De Leo, assistito dal segretario Comunale Sig. Porpora Luca, ha adottato la seguente deliberazione:

      Considerato che la mattina del giorno 24 maggio corrente a causa del fortunale abbattutosi in questa spiaggia, furono sorprese in mare e distrutte quattro barche pescherecce con un numero complessivo di 32  uomini di equipaggio.

     Considerato che in tale disgrazia trovarono la morte ben 15 pescatori, lasciando sul lastrico le povere famiglie che del loro lavoro traevano i mezzi di sostentamento.

     Considerato che tale sciagura oltre a colpire i congiunti delle vittime ha anche colpito la cittadinanza tutta, apportando un lutto cittadino. Ritenuto che a riconoscimento del grande spirito di abnegazione e di sacrificio degli scomparsi è doveroso siano eseguite solenni esequie alle vittime del lavoro.

DELIBERA

Che il giorno 30 volgente mese abbiano luogo nella chiesa Madre i funerali suddetti ed il trasporto delle salme rinvenute; il tutto a carico del Comune, imputando la spesa occorrente all’art.84 bilancio corrente esercizio. Del che è stato redatto il presente processo verbale, sottoscritto come appresso.

 il Segretario Capo: Porpora

Il Podestà: De Leo

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La signora Maria e la figlia.  Foto 1993.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il sig Iannì Rosario vecchio pescatore di Marinella testimone della tragedia.  Foto C. Pavia.

Post Author: Gianni Saffioti