Archivio storico fotografico bagnarese

    Enciclopedia multimediale della cultura popolare bagnarese – libri, storia, documenti, articoli, testimonianze, immagini, audio e video

ARCHIVIO STORICO FOTOGRAFICO BAGNARESE

Presenta

BAGNARA CALABRA

IL TERREMOTO DEL 1908

DOCUMENTI TESTIMONIANZE E FOTOGRAFIE

 

A cura di Gianni Saffioti

 

Pubblicato dal comune di Bagnara Calabra nel 2008

In occasione della ricorrenza dei 100 anni dal terremoto del 1908

Oggi in aggiornamento

 

 

ARCHIVIO STORICO FOTOGRAFICO BAGNARESE

Presenta

BAGNARA CALABRA

IL TERREMOTO DEL 1908

 

DOCUMENTI TESTIMONIANZE E FOTOGRAFIE

 

CON LA COLLABORAZIONE DI:

MUSEI CIVICI DEL CASTELLO VISCONTEO CITTA’ DI PAVIA

FONDO LUIGI ROBECCHI BRICHETTI

ARCHIVI CIVICI CITTA’ DI PAVIA

BIBBLIOTECA CIVICA DI TORINO via della Cittadella

ARCHIVIO  ON. GIUSEPPE ALBANESE

ARCHIVIO STORICO FOTOGRAFICO BAGNARESE

Sig.ra MARIA CARMELA IANNI’

Sig.ra GRAZIA MORELLO

Sig.ra GIULIANA VILLARI

Dott.ssa GIGLIOLA DE MARTINI

Dott.ssa ELEONORA UCCELLINI

Ing. CARMELO MORELLO

Dott. DOMENICO GENTILUOMO

Sig. FRANCESCO CREA

Sig. CARMELO PAVIA

Sig. LO PRESTO LUIGI

Sig. EUGENIO della biblioteca civica di Torino

Prof. GIUSEPPE DOMINICI

 

Introduzione

Dopo il terremoto del 5 febbraio 1783 il governo borbonico emanň delle norme concettualmente “moderne” e pragmatiche[1] per la scelta delle localitŕ idonee per la riedificazione e regolando la tipologia ed i cantieri costruttivi previsti per i nuovi fabbricati “norme per le case baraccate”. Anche in questo caso venne adottato per le ricostruzioni un nuovo impianto per il tessuto urbano, che riguardň 33 “nuove cittŕ” tra le quali Reggio, Palmi e Bagnara. 

Nel XIX secolo lo Stato Pontificio, a seguito del terremoto umbro del 22 agosto 1859, emanň un Regolamento Edilizio[2] per la cittŕ di Norcia ponendo limiti nelle dimensioni dei nuovi edifici, stabilendo criteri per le costruzioni e qualitŕ dei materiali da impiegare e prevedendo quali dovessero essere le caratteristiche dei terreni di fondazione.

Dopo l’unita d’Italia il governo piemontese non recuperň, estendendoli al territorio nazionale, i principi di tali norme, perseguendo piuttosto una politica ispirata alla filosofia delle “libere case in libero paese”. Solo il terremoto di Ischia del 28 luglio 1883, che distrusse la localitŕ di Casamicola, pose lo stato unitario di fronte alla necessitŕ di emanare apposite norme per la scelta dei siti idonei alla riedificazione, norme per la definizione delle caratteristiche tipologiche e costruttive degli edifici.

Tali norme, tuttavia, trovarono applicazione nella sola Isola di Ischia e si dovette attendere il terremoto di Reggio e Messina del 28 dicembre 1908, con le sue 85.926 vittime, perché fosse affrontato a scala nazionale il problema della riduzione degli effetti del terremoto attraverso la classificazione sismica del territorio e l’applicazione di speciali norme da adottare per le costruzioni nelle aree classificate.

La serie di decreti emanati a seguito del terremoto di Reggio e Messina, furono riuniti nel Testo unico del 19 agosto 1917 n.1399, che costituisce il “corpus legislativo” di riferimento per l’azione di prevenzione degli effetti del terremoto sviluppata in seguito a basata su classificazione sismica normativa. Da ricordare che l’intero territorio della regione Calabria e l’area dello stretto č classificato sismico e che in questa zona il 28 dicembre del 1908 si č verificato uno degli eventi piů forti (magnitudo 7.1) mai registrati in Italia, questo sisma, assieme a quello della Val di Noto del 1693 rappresenta uno dei due eventi sismici piů catastrofici che la storia italiana ricordi. L'evento sismico di maggior intensitŕ (XI grado MCS) si č verificato nelle prime ore del mattino del 28 Dicembre ed č stato seguito, nello stesso giorno, da tre repliche che hanno raggiunto intensitŕ massima pari all'VIII grado della scala MCS. La profonditŕ ipocentrale dell'evento principale č stata stimata a circa 15-20 Km, in corrispondenza dello Stretto di Messina.

Zone colpite dal sisma del 28 dicembre 1908 e zona dell’epicentro in prossimitŕ di Gallico


Malgrado il terremoto venga comunemente ricordato in letteratura come il "terremoto di Messina", gli effetti di massima intensitŕ sono stati registrati nella cittŕ di Reggio Calabria, dove i danni percentuali al patrimonio edilizio e la perdita di vite umane sono stati certamente piů elevati. I danni assoluti sono stati, perň, decisamente maggiori a Messina, e ciň in virtů del fatto che la cittŕ di Messina era a quel tempo molto piů densamente popolata (circa 90.000 abitanti contro i 27.000 di Reggio Calabria). Ampia incertezza sussiste ancora sul numero totale di vittime che, secondo i diversi Autori, oscilla tra 60.000 e 120.00. Il terremoto e' stato associato ad una violenta onda di marea che ha interessato le coste siciliane e calabresi, confermando la localizzazione in mare dell'epicentro.

 

 

Brevi notizie sul terremoto del 1783

     Il mattino del 5 febbraio del 1783 si presentň sotto le sembianze di una bellissima giornata, poche nuvole contrastavano l’azzurro del cielo mentre lo Stromboli si vedeva chiaro e fumante come di consueto in quel tempo nelle belle giornate.

     L’unica cosa che lasciava presagire la grave sciagura era la frenesia inconsueta degli animali.

     La mattinata trascorse tranquilla fino alle ore tredici e quindici circa, quando, dopo un grande lampo seguito da un potentissimo tuono, le prime e violente scosse fecero sussultare la terra provocando morte e distruzione.

     E’ molto importante conoscere l’ora esatta delle prime scosse, perché gli storici locali hanno sempre sostenuto che le stesse cominciarono verso le diciannove e quindici. L’errore č dovuto al fatto che alla fine del settecento, nel regno di Napoli l’ora era data dall’antico computo napoletano per il quale le diciannove e quindici corrispondono alle tredici e quindici dell’orario moderno.

     Le scosse si susseguirono durante tutta la giornata ed anche la notte. Il mattino seguente un maremoto ingoiň le imbarcazioni che si trovavano sulla spiaggia. I danni furono incalcolabili anche perché quasi tutte le abitazioni si incendiarono a causa dei fuochi accesi. La popolazione fu decimata.

     Se ci affidiamo ai dati forniti dal Placanica tratti dal suo libro L’Iliade funesta che a sua volta riporta quelli che il Sarconi su incarico del re Ferdinando IV raccolse per verificare la gravitŕ del disastro; si capisce che Bagnara perde tre abitanti su cinque e da 5658 passa a 2300 persone circa.

SPECCHIETTO RIASSUNTIVO DEI MORTI A BAGNARA E NEI PAESI VICINI

CITTA’

ABITANTI

MORTI

Bagnara

5658

3331

Palmi

4900

999

Melicuccŕ

1902

167

Seminara

1823

1281

CONTA DEI MORTI IN BASE AL SESSO ED ALL’ ETA’

CITTA’

Bagnara

Palmi

Melicuccŕ

Seminara

UOMINI

2883

241

 48

421

DONNE

384

345

  97

334

BAMBINI

   57

407

  15

526

PRETI

7

6

7

n.c.

TOTALE

 3331

  999

  167

1281

 

     Come si puň notare nei due specchietti riassuntivi, l’alta densitŕ di morti si ha nelle due zone collocate geograficamente su territori a rischio. Seminara, sita su una collinetta che franň quasi totalmente e Bagnara stretta fra le sue colline.

     Dai dati a nostra disposizione, quello che piů risalta č l’enorme divario di mortalitŕ fra uomini e donne del nostro paese. Se i dati del Sarconi sono esatti, l’unica ipotesi  che si puň azzardare e che non ritengo lontana dalla realtŕ, č che le donne siano scampate alla morte perché si trovavano nei paesi vicini a vendere i prodotti locali come loro costume  e quindi si trovavano lontane dalle zone piů accidentate.

     La fortuna delle bagnarote, mogli di pescatori, contadini ed artigiani č stata quella di essere dedite al commercio e di viaggiare per i paesi della provincia vendendo i prodotti locali spesso aiutate dai loro figli.

     All’alba partivano con i loro carichi per raggiungere, dopo ore di cammino, i paesi vicini. Tornavano in paese prima del tramonto, ecco perché le prime scosse, quelle mortali, non furono alle diciannove e quindici. A quell’ora, le donne insieme ai loro figli, giŕ rincasati, avrebbero subito la stessa sorte degli uomini.

     Per evitare l’espandersi di epidemie, i cadaveri furono cosparsi di pece greca ed adagiati in fossa comune nel luogo in cui oggi č posta piazza Morello. Qui furono bruciati e sepolti.

     A ricordo di ciň venne edificata la cappella delle Anime al purgatorio e nella stessa piazza da quell’anno si celebra la festa della resurrezione del Cristo che prima si svolgeva in altro luogo.

 

FERRARESE1

La mappa della cittŕ disegnata dal Ferrarese dopo il terremoto del 1783 e mai realizzata.

 

 

Cosě il Cardone nel suo libro ci descrive la tragica sventura.

 

Volgendo il 1783, il mattino del 5 febbraio non dava nulla a divedere di straordinario. Il mare era perfettamente in calma: i venti imbrigliati non facevano sentire il suono del loro sibilare; né alcuna fumigazione, o eruzione del vicino Stromboli si vedeva, ma solo di poche lontane nubi rivestivasi il bello azzurro del cielo.

     I brutti animali perň erano tutti in movimento, ed essi soli bastavano a far presagire l’eccidio funesto che imminentemente succeder dovea.

     Ma l’uomo, in mezzo all’agitazione delle irragionevoli creature, punto non si destava dal suo letargo. Poteva ben egli leggere nelle pagine della storia del Napoletano Regno (13) quali orribili tremuoti vi erano stati  negli anni 1599, 1619, 1626 e 1638, e quali danni ancora apportato essi aveano alla nostra provincia. Ma non volendo ei forse nulla di ciň rimembrare,  proseguiva con indifferenza nelle giornaliere sue occupazioni. Quand’ecco, che il giorno di sopra indicato, alle ore diciannove ed un quarto dopo un gran lampo un orrido rombo si udě per l’aere, pari al muggito di procelloso mare; al quale rumore tenner dietro immediatamente le piů terribili e violente scosse.

     Qual fervida penna potrŕ ora descrivere i lagrimevoli effetti di quegli urti mai intesi, e la luttuosa catastrofe in quel dě avvenuta?

     Si mossero in quei tristi momenti, vertiginosi i monti, e la terra in molti luoghi scissa altro non presentava allo atterrito spettatore, se non che orribili voragini.

     Essendo il nostro territorio tutto scosceso, e pieno di valli, venne perciň tutto quasi a sconvolgersi con notabile danno di moltissimi fondi.

     Nella contrada Canale e Fiumara dilamaronsi gran parte del monte Cucuzzo ed altre colline, atterrando vigne, molini, e case di campagna.

     Il colle detto la Sirena, soffrě abbassamento.

 Nelle contrade Torre, Acqua d’aranci, Melarosa, Rustico, Scirtari, ed Arča quelle colline scivolarono al basso per lungo tratto, mettendo sossopra le vigne, e i giardini sottoposti; e screpolandosi da per tutto il terreno si confusero i campi, si disseccarono i fonti .

     Templi, in somma, palagi, case ed ogni sorta di edifizii si videro crollare in un istante, e cosi, in cento minuti secondi, adeguata perfettamente al suolo l’antica cittŕ nostra, non si ravvisň piů di essa che un nembo di polvere, e mucchi dovunque di calcine e di sassi; essendo soltanto rimasta in piedi la Cappella di S. Maria di Portosalvo alla marinella, e pochissime abitazioni attaccate alle falde dei vicini.

     In cosě tristo ed orroroso spettacolo vedevansi qua e lŕ molte abitazioni non del tutto crollate incendiarsi, e rimanervi in esse i miseri loro abitatori arsi e consunti dal fuoco divoratore senza che amica mano avesse potuto prestarsi a salvarli: dappoichč se la pietŕ avesse mosso il cuore di qualcheduno a voler porgere aiuto a quegl’infelici, o avesse voluto andare in cerca de’ propri congiunti per dissotterrarli o estinti, o morenti dai pesanti materiali sotto cui miseramente giacevano, era ognuno trattenuto dal timore, per l’imminente pericolo di potervi rimanere sepolto sotto le ruine degli ancor non del tutto caduti fabbricati, perché i tremiti della terra senza interruzione l’uno all’altro si succedevano.

     Ma quando meno frequenti si sentivano le scosse dell’agitato suolo, e tornava a qualcheduno in pensiero di dissotterrare da quelle rovine le vittime di morte che gli appartenevano, nel vederle poi peste, mutilate e orribilmente contraffatte; ed essere astretto ad abbandonarle con un eterno addio, e con dirotto pianto, giŕ al solo pensarlo l’uomo si accora, e in mille pezzi gli si squarcia il cuore. In breve altro non videsi in quel giorno di morte  che una cittŕ in soqquadro, né altro in essa si udivano, se non che voci di soccorso, urli, gemiti, pianti, lamenti, sospiri, il cui complesso atterriva sempreppiů, ed accresceva lo spavento dei miseri avanzi di quella orribile strage, che rimasero per tramandare alle future etŕ la tristissima ricordazione di un giorno sě memorabile e funesto.

      Computatasi la perdita di tutti coloro che perirono sotto le rovine della distrutta cittŕ, si rilevň essere stata di oltre a 4000 persone, i cui cadaveri furono dati alle fiamme, per allontanare l’epidemia che avrebbe potuto apportare ai superstiti l’ira di putride esalazioni infetta.

    Di tale memorando avvenimento ne facciamo, in ogni cinque di Febbrajo, la luttuosa anniversaria commemorazione .

 

Bagnara prima del terremoto del 1908

(Brevi cenni ed album fotografico)

Conseguentemente al sisma del 1783, fu abbandonata la cittŕ fortificata e si preferě edificare una nuova cittŕ lungo la marina, dove esistevano terreni coltivati ad ortaggi e frutteti. In poco tempo si occupň tutto il territorio che da Marturano va alla Sirena. Dopo anche la parte alta venne occupata formando il  grande rione di Porelli. Si edificň lungo la strada che attraversando questo quartiere porta verso nord, mentre il vecchio centro fu definitivamente trascurato. Porelli si sviluppň secondo una caratteristica geometrica condizionata dal territorio, mentre nella parte bassa del paese un nuovo centro cittadino cominciava a delinearsi lungo l’attuale via Umberto I che fu il nuovo centro cittadino dove vi fu costruita la nuova abbazia.

Per circa un secolo, fino al 1908, la cittŕ si espanse verso sud dando forma ad un agglomerato urbano simile a quello odierno. La Marinella si espanse molto poco.

 

Il mandamento di Bagnara facente parte del circondario di Reggio Calabria tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 era organizzato come segue:

 Bagnara era capo collegio uninominale, faceva parte della diocesi di Reggio Calabria. La cittŕ collocata a Greco di Reggio vantava due corsi d’acqua, lo Sfalassŕ ed il Gaziano. Produceva vini pregiati e legname,  la pesca era molto attiva.

Esisteva un ufficio postale di seconda classe, l’ufficio del telegrafo locale con orario completo,  la stazione ferroviaria sulla linea Bari – Reggio servizio omnibus. Vetture da e per Villa S. Giovanni.

Il delegato scolastico mandamentale era Tripodi Paolo, l’ufficio del registro era diretto da Maschio Enrico, la delegazione di porto dipendeva dal compartimento marittimo di  Pizzo, il pretore  era Cosentino Nicola, mentre il cancelliere era Zangari Raffaele. In cittŕ c’erano due notai, Borruto Antonio e Minasi Michele ed un vice console Antonio De Leo.

 

Elenco dei  negozi e delle professioni esistenti all’epoca in cittŕ in ordine alfabetico:

Albergatori: Cosentino Rosa, Leuzzi Giovanni, Polimeni Giuseppe, Versace Carmina, Lo Presto Rosario

Armaiuoli: Patanč Vincenzo e figlio.

Banche: banca popolare cooperativa.

Berrettai: Cardone Carmine.

Barche (costruttori): Barbara Giuseppe, Barbara Gregorio, Barbara Sante.

Bottai: Leuzzi Rosario, Lopez Pasquale, Lopez Vincenzo e figlio, Parisi Domenico, Parisi Fortunato.

Calzature (negozi): Aiello Rosario e Salvatore, Barilŕ Francesco, Calarco Francesco, Candido Rosario, Carbone Antonio, De Leo Giuseppe, Idŕ Giuseppe e Francesco, Isma Luigi e Vincenzo,

Leonardis Pietro Emilio e Rocco, Macrě Gaetano, Macrě Raffaele, Messina Vincenzo, Molinaro Francesco, Parisi Pasquale, Veneziano Domenico.

Candele di cera (fabbricanti) Dipino Antonio, Dipino Domenico, Frosina Giuseppe Carmelo.

Cantine Fedele Antonina.

Cerchi per botti (negozi): Barilŕ Vincenzo, Tripodi Giuseppe.

Cereali (negozi): Barbaro Serafino, Barilŕ Alessandro, Barilŕ Carmine, Barilŕ Domenico, Barilŕ Giuseppe, Barilŕ Rosario, Barilŕ Vincenzo, Dato Giuseppe, Gentiluomo Vincenzo, Gioffrč Pasquale, Messina Domenico, Morello Antonio, Morello Francesco, Musumeci Domenico, Santagati Vincenzo, Spampinato Giovanni, Surace Saverio.

Confettieri: Cardona Carmine e Gregorio, Cardona Francesco, Castellano Carmine, Castellano Pasquale, Castellano Vincenzo, Cardone Domenico, Cardone Francescantonio.

Cordami (fabbriche): Coletta Giovanni, Coletta Vincenzo e figlio.

Distillerie spiriti (esercizi): Pirozzi Domenico.

Droghieri: Leonardis Rosario,  Marra Rosario, Monteleone Antonino, Poleti fratelli Maria e Vincenza,

Farmacisti: Cardona Paolo, Mancuso Domenico, Pentimalli Francesco, Tripodi Paolo.

Farine (negozi): Pedace Demetrio, Surace Saverio.

Generi diversi (negozi): Dato Achille, Delgaudio Eustachio, Farina Giovanni, Pavia Vincenzo, Punturi Pasquale. Fedele Pasquale, Fedele Antonina.

Legnami (negozi): Buonfiglio Antonio, Cacciola Giuseppe, De Leo Rosario, Leuzzi Antonio, Lupini Rocco, Savastano Nicola, Tripodi Giuseppe, Ventre Rocco.

Lino (negozi): Barbaro Vincenzo, Cosentino Antonio, Gioffrč Antonio.

Liquori (negozi): Pirozzi Domenico.

Medici Chirurghi: Arena Antonio, Candido Cesare, Candido Antonio, Cardone Enrico, Careri Vincenzo.

Mobili (negozi): Punturi Vincenzo.

Mulini (esercizio): Buonfiglio Vincenzo, Gaglioti Antonino, Gaglioti Vincenzo

Olio (negozi): Barilŕ Vincenzo, Cutrě Vincenzo, Patanica  Antonino.

Orefici: Castellaro Alfonso, Foti Francesco, Perla Pietro, Saffioti Giovanni e Pietro.

Ottonai: Cristina Giuseppe, Dato Giovanni e Gaetano, Idŕ Rosario, Pirrotta Vincenzo.

Panettieri: Calarco Carmela, Dato Luigi, Fedele Luigi, Fedele Paolo, Frosina Rosario, Frosina Santi, fratelli Oriana.

Paste Alimentari (fabbriche): Buonfiglio Vincenzo e Teresa, Dato Domenico, Frosina Giuseppe.

Pellami (negozio): Caratozzolo Vincenzo, Ventre Vincenzo.

Pittori: Ciccone Vincenzo e Giuseppe.

Pizzicagnoli: Calarco Carmela, Donato Benedetto, Leonardis Francesco, Morello Giuseppe, Santamaria Rosario, Versace Carmine.

Saponi (negozio): Certo Francesco, Certo Giuseppe.

Sarti (negozio): Cardone Carmine e Francesco, Cesareo Domenico e Paolo Rosario, Corigliano Antonino, Corigliano Francesco, Dato Giovanni, Frosina Gregorio, Isaia Rosario, Lo presto Giovanni, Macrě Vincenzo, Messina Francesco, Messina Giuseppe ed Antonio, Papalia Rosario e figli, Patanč Rosario, Punturi Vincenzo, Spoleti Paolo, Vilardo Rosario, Vizzari Rosario.

Sedie (fabbriche): Patanč Antonino.

Spedizionieri: Gentiluomo Vincenzo, Russo Vincenzo.

Tappezzieri: Macrě Giuseppe e figli, Polistina Francesco.

Tessuti (negozi): Cosentino Antonio, Dato Antonino, Frosina Rosario, Messina Giuseppe.

Tintori: Mangione Gomenico, Tripodi Giuseppe.

Torrone (fabbrica ed esposizione): Cardone Francescantonio e figli.

 

 

 

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Veduta da Cucuzzo[3] del  1905

 

Panoramica[4] della cittŕ vista da Sud. Particolare tratto da una cartolina spedita l’11 agosto del 1904

Il centro del paese[5] prima del terremoto

 

L’attuale corso V. Emanuele II[6]. Foto anno 1894

La nuova abbazia[7] prima del 1908

 

La chiesa del Carmine[8] alla fine del 1800

La chiesa del Rosario[9] prima del terremoto 1908

Particolare della facciata[10] della chiesa del Rosario

 

Il terremoto del 1908

     Alle ore cinque e venti del  28 dicembre 1908, lo stretto di Messina tremň ancora una volta. Quell’evento viene ricordato oggi come il piů triste dopo quello del 1783.

     Bagnara fu colpita nella sua fragilitŕ  di cittadina che da poco piů di cento anni si era locata su un territorio pianeggiante dopo secoli di arroccamento alla rupe di Marturano.

     In meno di un minuto perirono 96 persone e 720 furono i feriti gravi, complessivamente poi i morti furono 203. Le abitazioni furono quasi totalmente distrutte e 10000 disastrati su poco piů di 11000 abitanti restarono senza casa. Il sindaco di allora, Andrea De Leo, anch’egli ferito ad un piede, con molta autoritŕ organizzň i primi soccorsi e chiese al governo d’intervenire immediatamente. Lanciň inoltre appelli a cittŕ vicine e lontane per ricevere i primi aiuti.

 Le prefetture di tutta la nazione, messe alla prova in una cosi grave situazione d’emergenza per la prima volta dopo l’unificazione, svolsero il loro compito in maniera egregia diffondendo la notizia in tutto il paese e sensibilizzando quelle zone piů ricche e sensibili a collaborare economicamente alla rinascita delle zone colpite.

     Crollarono tutte le chiese del centro e delle frazioni ad eccezione di quella del Carmelo e di  Maria SS. di Portosalvo. Il municipio, le poste, il telegrafo e la pretura furono rasi al suolo, tantissime abitazioni crollarono e tante altre furono gravemente lesionate. Anche le carceri cittadine al rione Valleta subirono danni gravissimi tanto da dare l’opportunitŕ ai carcerati di evadere.

 

Le carceri cittadine distrutte e il 35° ospedale da campo dell’esercito italiano formatosi a Bagnara[11]

    Seppelliti i morti e curati i feriti in un ospedale da campo militare organizzato dal tenente Occhivinti, la chiesa bagnarese si premurň di collocare gli orfani in luoghi di assistenza sicuri.

Come dimostra l’ampia documentazione che tratteremo nella pagine successive, gli aiuti prima molto confusi e poi organizzati e gestiti con competenza arrivarono un po’ da ogni parte d’Italia e d’Europa . Baraccamenti furono costruiti un po’ ovunque sia al centro che nelle frazioni e vari tipi di approvvigionamenti arrivarono sia via mare coi bastimenti e sia tramite spedizioni ferroviarie.

Dall’Italia gli aiuti piů sostanziosi arrivarono dalla regione piů ricca ed organizzata, la Lombardia. I comitati di Milano e di Pavia oltre a costruire i due rioni omonimi diedero prova di competenza tecnica un po’ in tutta la ricostruzione e la gestione delle scorte di viveri e vestiario grazie all’ intelligenza  dell ‘Ing. Luigi Robecchi Brichenti, delegato dei due comitati, che  stranamente nessuno storico locale hai mai menzionato nonostante la mole enorme di documenti che lo vedono protagonista della ricostruzione e della rinascita della cittadina.

 

Testimonianza[12] della signora Maria Carmela Ianně  (testimone dell’evento sismico)

“ Quella mattina andai a trovare la signora Maria assieme al prof. Giuseppe Dominici che aveva fissato l’appuntamento.

     Ci accolse sull’uscio la figlia settantenne ed insieme ci sedemmo a chiacchierare aspettando che la signora si preparasse. Quando ci raggiunse sull’uscio, si volle accomodare sulla sua sedia e poi  cominciň a parlarci del terremoto del 1908 recitando questa poesia. “

Se vu viriti nell'anno 1908

erano li cincu e menza ri mattina.

La prima scossa noi siamo storditi,

sicunda scossa ci siamo ‘nsospettiti.

Cattiru chiesi, palazzi, castelli,

se vu  viriti la chiesa Matri

lu sulu cappelluninci viriti.

Ora pigghiamu Riggiu e l'autri cittati

na furma di maceri diventati.

Ora pigghiamu Messina,

non sulu ca ‘nci fu lu terremotu

ma puru ca ‘nci fu lu maremotu

Non sulu ca ‘ndi moriru quantitati:

triccentu morti e quaranta feriti

 

I casi erinu a dui e tri piani, fatti i grossi petri. Petri angolari i cinquanta chili. E chi scossi ‘nci fu na mortalitŕ enormi. Feriti avvissi vogghia.

Mi ricordu ca jeu era avanti a na zia mia ca aviva na piccula finnestrea e ‘nci rissi " Oh  mamma na fumata ‘ncč.

E  poi duranti a jornata sempri venivinu piccoli scossi. Tutti, omini e fimmini chi facivimu preghieri cogghiuti, cogghiuti cogghiuti, masculi e fimmini. E venivinu sempri piccoli scossi. E la paura!

Traduzione

     Le case erano a due e tre piani, fatte di grosse pietre. Pietre angolari di cinquanta chili. E con le scosse ci fu una mortalitŕ enorme. Feriti tantissimi.

     Mi ricordo che io ero davanti  ad una mia zia che aveva una piccola finestra e le dissi: “oh mamma mia una fumata c’č ”. E poi durante la giornata venivano sempre piccole scosse. Tutti, uomini e donne che pregavamo tutti insieme. E venivano sempre piccole

scosse. E la paura.

 

 

Terremoto 28 dicembre 1908 - Gente sgomenta


 

 

               

 

 

 

               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni grafici[13] rappresentanti il terremoto del 1908

Rilevazioni di alcuni tra i piů importanti sismografi europei

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Il terremoto del 28 dicembre 1908 a Bagnara Calabra: valutazione dei danni  e modalitŕ della ricostruzione[14]

dott.ssa  eleonora Uccellini

Dopo il terremoto del 1783 il Governo Borbonico trasferě l’abitato di Bagnara Calabra su un piano, in posizione piů bassa rispetto al nucleo originario, definendo la futura cittŕ con un regolare disegno geometrico in cui non mancavano di aprirsi piazze e giardini e in cui il rapporto con il mare era mediato da viali alberati, fontane, nonché da una sorta di porticciolo per il ricovero delle barche[15].

Dalle cronache ottocentesche[16] e dallo studio delle fonti documentarie[17] emerge l’immagine di una cittŕ in rapida crescita, non solo dal punto di vista demografico, ma anche sociale, una cittŕ che non voleva rimanere indietro nel panorama provinciale: «La nostra cittŕ, dopo Reggio e Palme, non č seconda a tutte le altre della nostra provincia in ordine alla regolaritŕ delle sue strade, al sito delle piazze, alla magnificenza ed eleganza di alcuni suoi edifizii, alla bontŕ di tutti i suoi fabbricati, e a tutt’altro in somma che in essa esiste»[18].

Il terremoto interrompe drammaticamente l’evoluzione della cittŕ, mortifica le sue ambizioni, disorienta e sconcerta gli abitanti: «Ci parve un secolo [la scossa] con un crescendo addirittura formidabile. Pareva un forte nemico che ci volesse abbattere, atterrare tutti»[19]. La scossa avvertita ebbe infatti un’intensitŕ di poco inferiore rispetto a Reggio Calabria e provocň, su una popolazione di circa 11.000 abitanti, 249 morti e 400 feriti[20]. Le zone della cittŕ in cui si registrarono piů danni alle abitazioni furono la parte alta di Bagnara, il rione Porelli, e in misura minore la zona centrale che si estendeva ai piedi del Capo Martorano fino alla Chiesa Matrice. Tali zone erano caratterizzate da una fitta concentrazione di edifici, addossati l’uno all’altro, che si affacciavano su strade strette. La zona del rione Valletta, dall’impianto piuttosto regolare ad ampi lotti rettangolari, non subě ingenti danni anche perché gli edifici erano piů recenti e realizzati con tecniche migliori. Si fa notare infatti che l’entitŕ dei danni va messa in relazione alle tecniche e ai materiali da costruzione utilizzati[21].

Per stimare i danni provocati dal terremoto lo Stato italiano inviň, nei luoghi colpiti,  tecnici del Genio Civile che avevano il compito di stilare elenchi dettagliati in cui erano indicati, per ogni abitazione ispezionata, il proprietario, l’ubicazione, la particella catastale relativa, i piani, il numero di vani per piano, le condizioni fisiche dell’edificio e le disposizioni da attuare. Attraverso l’analisi degli elenchi disponibili per la cittŕ di Bagnara[22], compilati tra il 1913 e il 1915, č stato possibile ricavare una mappa del danno abbastanza completa[23] e constatare che numerosi edifici situati nelle zone piů colpite erano realizzati con murature in brest, ovvero mattoni di fango crudi che non garantivano una efficace risposta alle sollecitazioni sismiche, soprattutto quando le abitazioni erano costituite da piů piani fuori terra. In base alla normativa emanata in seguito al terremoto[24], i comuni, con l’ausilio del Genio Civile, avevano l’obbligo di definire le aree da sgomberare sulla scorta di un cosiddetto “Piano di Classifica” in cui era riportata, sulla mappa catastale ottocentesca, la classificazione dei fabbricati distinti in: inutilizzabili, utilizzabili in parte e suscettibili di conservazione[25]. Gli elenchi dei fabbricati erano poi resi pubblici dal Prefetto e le disposizioni notificate ai singoli proprietari sia per gli eventuali reclami e opposizioni sia affinché gli stessi potessero provvedere alle demolizioni e allo sgombero delle macerie entro i termini stabiliti, oltre i quali il Genio Civile avrebbe proceduto d’ufficio. Le spese sostenute erano a carico dello Stato con fondi appositamente stanziati per la risoluzione dell’emergenza e derivanti anche dalle numerose donazioni italiane e straniere.

Inizialmente il comune di Bagnara non era stato inserito tra quelli che potevano godere dell’aiuto dello Stato per tale necessitŕ e per risolvere l’impedimento, il Consiglio Comunale dell’epoca, la giunta comunale con firma dell’assessore comunale On.Giuseppe Albanese, inoltrň un’istanza al Ministero dei Lavori Pubblici corredata dal parere del Genio Civile[26]. Nella seduta straordinaria del 30 luglio 1911 l’assessore Avv. Biagio Marra riferě che solo avviando tale procedura si poteva compiere «con pratica ed efficace sollecitudine il risorgimento dell’abitato e dare impulso sicuro alle riedificazioni secondo le norme igieniche e tecniche suggerite e rese obbligatorie per legge». Inoltre, secondo la normativa vigente all’epoca, i comuni nei quali, per l’ubicazione dell’abitato e per la mancanza di aree libere disponibili, si fosse dimostrata l’assoluta necessitŕ di riedificare sulle zone occupate dai fabbricati distrutti o danneggiati, gli stessi potevano procedere, sentito il Ministero dei Lavori Pubblici, alla demolizione e sgombero delle aree. Bagnara soddisfaceva questi requisiti come dimostravano sia i baraccamenti esigui rispetto al numero della popolazione senza tetto, sia le ricostruzioni che i proprietari piů facoltosi stavano giŕ effettuando, sia le constatazioni del Genio Civile che vennero allegate all’istanza: «Bagnara, chiusa dalle addossate soprastanti colline e dal mare, č contenuta su limiti cosě angusti che il difetto di suoli edificabili č assoluto [] si aggiunge che l’espropriazione definitiva in vece č indispensabile per gli ampliamenti dell’abitato assai insufficiente, specie dopo l’obbligo delle minori altezze delle case, e per l’esecuzione del piano regolatore in un paese con strade che in buona parte vanno allargate con conseguente sottrazione di altri suoli edificabili».

Numerosi furono comprensibilmente i reclami presentati[27] dai proprietari contro la demolizione di ciň che spesso rappresentava l’unico bene, unica memoria di un passato bruscamente interrotto: in molti casi infatti i crolli non avevano interessato i piani terra, i “bassi terreni”, nei quali la popolazione continuava ad abitare e a lavorare, anche se in condizioni precarie. Essi dunque, si sentirono potenzialmente privati dell’unica sicurezza rimasta, incerti com’erano giŕ del futuro delle loro attivitŕ lavorative, produttive ed economiche che non potevano garantire la certezza della ricostruzione delle loro case.

Le tipologie di reclami sono varie: si andava dalle richieste di ulteriori accertamenti da parte dei tecnici del Genio Civile, alle proroghe per permettere di trovare un nuovo alloggio, alle accorate richieste di intercessione da parte del Re. C’č da rilevare, viste le numerose richieste di ulteriori accertamenti e verifiche, che i tecnici non riuscirono ad effettuare inizialmente controlli accurati, sia per l’esigenza di concludere nel piů breve tempo possibile la ricognizione, sia per le oggettive difficoltŕ derivanti dalle condizioni ambientali in cui si trovarono ad operare.

Alcune pratiche sono invece relative alla richiesta di proroga motivata dall’impossibilitŕ di procedere alle demolizioni a causa dell’entrata in guerra dell’Italia (1915) e delle conseguenti scarse disponibilitŕ economiche e di uomini abili al lavoro: «si degni accordare una proroga di sei mesi almeno, non potendo di questi tempi dar principio a tali lavori per mancanza di operai in gran parte richiamati per la guerra»[28].

A Francesco Gulli, che abitava in via Pietraliscia, il Genio Civile demolě gli ultimi due piani della propria abitazione lasciando perň senza copertura il piano terra in cui si trovava ad abitare con la numerosa famiglia. Scrisse dunque al Prefetto affinché fosse sospesa l’ordinanza di demolizione totale del fabbricato anche perché aveva «tre figli che tiene sotto le armi nel R. Esercito esposti al sacrificio della propria vita, per il bene della Patria» ed era «un povero operaio che non tiene lavoro e mezzi per poter far fronte alla spesa giornaliera, perché del suo mestiere di costruttore di serie nessun guadagno ricava, trovandoci in questi tempi critici di guerra, la maggior parte degli operai, disoccupati»[29].

Vincenzo Caratozzolo, anziano, malato e inabile al lavoro, scriveva invece al Re Vittorio Emanuele III per invocare la sua intercessione presso il Genio Civile «affinché mi si risparmi il dolore di vedermi privato ingiustamente e per la sua totalitŕ dell’immobile colpito dal severo provvedimento» anche perché lo stesso ufficio aveva giŕ provveduto alla demolizione dei piani superiori e la parte residua era stata data in affitto ad uso negozio. Tale entrata economica risultava essere l’unico mezzo di sostentamento dello scrivente poiché «serve a farmi sentire men duri gli ultimi anni di vita che mi restano»[30].

Infine, un reclamo particolare č inviato ancora al Re da un gruppo di cittadini con a capo Giuseppe Ventre il quale denunciava che, mettendo in atto le demolizioni previste, il Genio Civile avrebbe messo «fuori od in mezzo alle strade un Numero di circa 700 persone nella propinqua stagione invernale; le persone colle quali abitano, dormono, lavorano e s’industriano nei propri bassi rimasti dalla prima demolizione eseguita dallo stesso Genio Civile sei anni or sono». Continuava dicendo che «si costringe la povera gente a sloggiare dalle proprie abitazioni, mentre la Signora Ingegneria sa che nei bassi dormono un numero di quasi 700 persone, sa parimenti, che Bagnara č una Cittŕ di commercio, sa pure che nei detti bassi lavorano gli operai, s’industriano gli esercenti, tengono le botti col vino i proprietari, i fabbri ferrai le loro fucine ed i mistieranti e altri le loro masserizie. Sa altresě […] che la localitŕ di Bagnara č ristrettissima, stante la situazione topografica; perché circondata da colline, quindi le baracche non furon sufficienti per contenere tutta la popolazione» che necessariamente ha dovuto abitare i “bassi” delle case rovinate dal terremoto.  Si affermava che i proprietari non avevano i mezzi economici per ricostruire le loro case  ed č per questo motivo che si chiedeva fosse revocata la disposizione della demolizione, altrimenti gli stessi sarebbero stati costretti ad emigrare. La lettera si concludeva enfaticamente con un elogio alle Reali virtů: «Sire la Sua Dinastia ci narra la Storia, che č la maestra della vita e la Regina delle scienze belle fu una Dinastia di Re grandi e Principi magnanimi, per eroismo, per valore e prodezze, avvegnacchč Sua Maestŕ Reale č un discendente di cotesti grandi Eroi; quinci non escono, o Sire, dalla Sua Sacra Persona, che azioni di Munificenza, di Magnanimitŕ, di Virtů e di grande Caritŕ Cristiana»[31].

Il 23 giugno 1915 il Prefetto di Reggio Calabria pubblicň l’elenco, compilato dal Genio Civile il 27 maggio dello stesso anno, dei fabbricati dichiarati utilizzabili in parte e in cui dovevano essere demolite solo alcune porzioni e in seguito a tale pubblicazione presso l’Albo Pretorio del Comune, gli interessati potevano produrre ricorsi o reclami[32]. Anche in questo caso non mancarono richieste di controlli piů accurati e proteste piů o meno vigorose. Č il caso, ad esempio, dei fratelli Leonardis, proprietari di un fabbricato sulla Strada Savoia, del quale erano stati demoliti gli ultimi due piani nel 1909. Gli stessi «sulla assertiva dell’Ingegnere, circa la sicurezza del fabbricato, sostennero le non poche spese per costruirvi definitivamente il tetto con materiale nuovo» e adesso che il Genio Civile imponeva di «distruggere una tale opera, giudicata prima in grado di poter restare, non č chi non veda come sia assolutamente assurdo, col solo precipuo scopo di danneggiare i ricorrenti». Concludevano la richiesta con una formula tipica, ritrovata in altri reclami, intrisa di Amor Patrio: «in simili momenti in cui le aspirazioni del popolo Italiano e col cuore e con la mente, sono rivolte verso la meta della Gloria delle nostre Armi, e per la liberazione dei nostri fratelli che purtroppo furono soggiogati e governati dall’ignobile bastone Austriaco»[33]. Il signor Antonino Polimeni, proprietario di una casa in via S. Maria delle Grazie, richiese un ulteriore accertamento «non certamente col solito Ing. del Genio Civile il quale volere o non volare deve sempre fare quel che ha fatto lui o i suoi colleghi. In simili momenti in cui le aspirazioni di ogni italiano sono rivolte verso la Gloria delle nostre Armi, un tale lavoro di demolizioni si rende inopportuno per quanto nocivo alla pace e al buon ordine della famiglia, in quantochč nessuno puň e deve spendere denari per lavori ingiusti e inutili», questo anche a testimoniare il clima di sfiducia nelle istituzioni che si stava verificando.

L’iniziativa privata per la ricostruzione della cittŕ, sulla base del Piano Regolatore redatto dall’ing. Pietro De Nava e approvato, dopo varie modifiche, nei primi anni venti[34], fu resa possibile anche grazie all’intervento dello Stato che erogň mutui di favore tramite l’Istituto di Credito “Vittorio Emanuele III”[35], le Casse di Risparmio, gli Istituti di Credito Fondiario e gli Istituti Ordinari e Cooperativi di Credito. I finanziamenti potevano essere richiesti, secondo il Testo Unico del 1913, per le riparazioni, ricostruzioni e nuove costruzioni sempre che tali lavori rispettassero le indicazioni delle nuove norme tecniche ed igieniche[36]. I mutui ipotecari erano ammortizzabili in trenta anni e rimborsabili in rate semestrali di cui la metŕ dell’importo era versato dallo Stato. Una cosa interessante riguardava la possibilitŕ del richiedente il mutuo di costruire il nuovo edificio anche su area diversa da quella dell’edificio danneggiato o distrutto, purché nel territorio dello stesso comune[37], per cui, nelle domande, venivano spesso denunciati fabbricati distrutti posti in aree periferiche o case di campagna di poco valore, per poter racimolare una somma sufficiente a realizzare un’abitazione signorile in pieno centro.

Per la richiesta del mutuo di favore perň i fabbricati dovevano essere stati dichiarati dal Genio Civile completamente distrutti e dunque, alla prima fase di reclami contro le demolizioni di fabbricati dichiarati, secondo i proprietari ingiustamente, non utilizzabili si passň alle richieste di cambio di classifica, anche perché le agevolazioni per le nuove costruzioni rispetto alle riparazioni erano piů consistenti. Un esempio č rappresentato da un’accurata relazione presentata in allegato alla richiesta del cambio di classifica da parte del signor Nicola Romano, proprietario di un’abitazione in via Nastari. L’edificio era stato dichiarato utilizzabile in parte, ma la perizia dell’ing. Guido Guidi di Comacchio tendeva a mettere in evidenza come risultasse piů conveniente, dal punto di vista strutturale ed economico, ricostruire completamente il fabbricato. Infatti per renderlo rispondente tramite le riparazioni alle nuove norme tecniche ed igieniche si stimavano necessari parecchi interventi tra cui: la demolizione di alcuni muri interni, per aumentare l’apporto di aria e luce dall’esterno; l’inserimento, nella muratura esistente, dei montanti per l’intelaiatura relativa alla struttura del piano superiore da ricostruirsi; l’intelaiatura di porte e finestre. Dunque risultava evidente dalla relazione che «ben poco resterebbe dei muri esistenti, e quel poco si troverebbe, sia per il disgregamento, sia anche per le lesioni che presentano, in condizioni statiche tali da non permettere di fare assegnamento su di essi per la stabilitŕ di tutto l’organismo. Senza contare che la spesa occorrente per la riparazione del piano terreno e ricostruzione del piano superiore supererebbe, come risulta dai seguenti prospetti, di L. 778, quella che si incontrerebbe con la ricostruzione dell’intero fabbricato»[38] e fu su tali basi che venne richiesto il cambio di classifica.

Un ultimo accenno riguarda le lamentele di una cittadina di Bagnara, la signora Rosaria Lopez[39], che sorprende per il sentito tono di denuncia assolutamente attuale e riferito ad una presunta disparitŕ di trattamento, da parte dei funzionari del Genio Civile, nei confronti dei proprietari di fabbricati da demolire: «ora in Bagnara tutti sanno che non si usa lo stesso uguale trattamento per i cittadini: anzi si sa che non si usano alle volte rigori per non disturbare i raccomandati specialmente se signori e possessori di proprietŕ e influenze […] parecchie centinaia di cittadini stanno approntando gli elementi di fatto che valgono a fotografare questa situazione e non sarŕ difficile convincersi che questi abusi hanno scopo di far diffidare della Giustizia attraverso le autoritŕ». Parole in cui si trova e preannuncia quel senso di insoddisfazione, di trascuratezza e di abbandono da parte dello Stato che tanto ha contribuito ad alimentare la cosiddetta “Questione Meridionale”: «se non si provvede ogni cittadino ha il sacrosanti diritto di mettersi fuori della legge anch’esso per competere sullo stesso terreno di illegalitŕ su cui si mettono, con audacia, gli impiegati dello stato che alla fin fine si nutriscono cogli stipendi che sono le tasse di tutti i contribuenti».

 

Dott.ssa Eleonora Uccellini

Dipartimento Patrimonio Architettonico

 e Urbanistico (PAU) dell’Universitŕ

 Mediterranea di Reggio Calabria

               

 

 

 

               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

               

 

 

TITO PUNTILLO

1783 – 1908

LA RICOSTRUZIONE IMPOSSIBILE

 

Sulla fine del 1783, Roccantonio Caracciolo, uno dei rari, veri imprenditori del Canale, uomo di coraggio e temperamento, indirizzň al Re una Memoria intorno ai bisogni generali della Provincia e in particolare sullo stato dell’agricoltura.

Dalla Fossa di S. Giovanni, ove l’Imprenditore aveva impiantato una fabbrica per l’estrazione dell’olio e la preparazione del vino, Roccantonio riprendeva la protesta degli illuministi calabresi fra i quali Salvatore Spiriti e il Marchese Domenico Grimaldi da Seminara, circa i vincoli restrittivi delle attivitŕ produttive e commerciali, invocando l’introduzione in Calabria delle nuove tecnologie applicate alla produzione agricola.

Roccantonio era un profondo conoscitore delle realtŕ sociali ed economiche delle anse fra Bagnara e la Fossa di San Giovanni e aveva iniziato ad affiancare l’attivitŕ di trasformazione a quella della produzione agricola, in particolare vino, olio e seta.

Il Re ascoltava da tempo le istanze degli intellettuali calabresi e approvava il coraggio di Caracciolo, che resisteva alle pressioni della Gran Casa Ducale di Bagnara, capo-fila della reazione feudale alle innovazioni proposte dagli intellettuali d’avanguardia.

L’Imprenditore subě infine minacce anche pesanti e fu perseguitato dal tribunale di Catanzaro, istigato dal Duca di Bagnara, il Principe di Scilla e lo stuolo di Benestanti che orbitavano intorno alle corti feudali di Bagnara, Scilla, Seminara e dalla bella nobiltŕ reggina.

 

Cosa fare per la Calabria del Canale, cancellata dal Terremoto in tutte le strutture economiche, artistiche e civili?

Il Governo a Napoli si interrogava preoccupato mentre nei salotti della Capitale si discutevano le istanze di Caracciolo.

Esse si possono restringere nelle seguenti asserzioni:

 

·         Lo sviluppo della piccola proprietŕ contadina si doveva assumere come cardine di ogni manovra fiscale ed economica, perché il successo di esse avrebbe determinato una svolta alle condizioni della Calabria.

·         La Bilancia Commerciale della Calabria doveva giungere all’equiparazione dei prezzi fra import ed export. Tenere bassi i prezzi all’esportazione per essere competitivi sul Mercato, avrebbe perpetuato la condizione di sottosviluppo economico del Canale per la penalizzazione sul Mercato degli scambi.

·         Gli Imprenditori calabresi non hanno denaro e costa molto procurarselo. Senza i finanziamenti in innovazione e sviluppo, la produttivitŕ industriale non avrebbe avuto spazio per affermarsi

·         La Napoli economica detiene il monopolio del Mercato degli scambi agricoli e la relativa circolazione del denaro.

 

A questo punto Caracciolo segnala al Re:

«se la Calabria del Canale fosse libera da vincoli fiscali e potesse operare un’attivitŕ commerciale ampia, sarebbe ricca e felice perché la sua produzione, quasi tutta esportata, avrebbe fatto confluire piů denaro di quanto se ne spende per approvvigionarsi dall’estero e invece la maggior parte del denaro ricavato dal lavoro calabrese, resta a Napoli. Se i commercianti che a Napoli eseguono le transazioni commerciali calabresi, facessero circolare quel denaro nei luoghi di produzione dei beni, si otterrebbe un effetto moltiplicatore complessiva e la Calabria del Canale avrebbe addirittura cominciato ad attirare investitori anche dall’estero».

 

Queste istanze di Roccantonio Caracciolo, richiamavano le denunce contenute nelle relazioni di Domenico Grimaldi sull’arretratezza agraria del Canale e la necessitŕ di ammodernare il sistema produttivo e le infrastrutture, soprattutto le tecniche dell’irrigazione, e quelle di Spiriti, che insisteva molto sull’educazione installando un sistema scolastico “liberato” dal giogo religioso e orientato alle materie tecnico-scientifiche.

 

Il Maresciallo di Campo Principe Pignatelli di Strongoli, Vicario del Re per la Calabria dopo il Terremoto del 1783, fu istruito per concedere a Grimaldi l’approvazione per una Scuola di Agraria in Seminara e un finanziamento per sostenere l’azienda di Caracciolo.

Le azioni fallirono, come quelle a Reggio per una Scuola tecnica e un moderno setificio. Alla fine le scuole chiusero per mancanza di fondi e docenti, mentre prosperarono di nuovo quelle religiose, dotate di ricchissime sostanze. Si tornň cosě all’insegnamento del latino, della teologia, della filosofia morale ecc. e solo per quegli allievi in grado di pagare le rette scolastiche.

 

Giŕ nel 1779 Jagermenn, visitando l’agro fra Seminara e Bagnara, aveva constatato ciň che Bartles riscontrerŕ, immutato, nel 1787: le iniziative delle singole comunitŕ avevano poche speranze di successo se le stesse comunitŕ non si fossero collegate nell’obiettivo dello sviluppo generale del territorio: come dire che Seminara, Palmi, Oppido, Scilla e Gioja avevano bisogno di Bagnara e Bagnara di loro in un solido intreccio basato sulla complementarietŕ della produzione.

 

Quale fu l’aspetto determinante della Memoria di Caracciolo al Governo?

Risiedeva in alcune raccomandazioni lapidarie, eccole:

1.       Non lasciarsi ingannare dalle lamentele della gente e dalle questue dei Sindaci che continuano a chiedere soccorsi, alimenti, legname e denaro; non č vero che la gente muore di fame e non č vero che manca tutto, come asseriscono i Sindaci in continui piagnistei;

2.       Il 1783 ha distrutto la fonte alimentare ma ha lasciato disponibile la fonte produttiva e dunque c’č l’acqua, il terreno e le bestie. Occorre ricomporre l’apparato produttivo garantendo la sopravvivenza dei piccoli fondi. Questo consentirŕ la ripresa della vita sociale sul Canale.

3.       Se ci si ferma ai meri soccorsi, si provoca il continuo arricchimento dei ricchi (la nascente borghesia meridionale) che assorbirebbero gli aiuti lasciandone privi coloro che operano nella produzione della ricchezza: i contadini e i piccoli proprietari. Gli artigiani e gli zappatori hanno perso poco perché niente avevano prima del Terremoto e proprio per la necessitŕ di ricostruire, riparare e ripristinare, hanno cominciato a lavorare febbrilmente, ancorché vengano pagati pochissimo; tuttavia lavorano e lavoreranno ancora per anni. I ricchi galantuomini invece, sono stati rovinati dal sismo e sono i veri bisognosi, sicché gli aiuti giungerebbero a una fascia di bisognosi che non utilizzerebbero gli aiuti per ripristinare attivitŕ produttive, ma la loro originaria condizione di Nobili o galantuomini parassiti. I potenti manovrerebbero tutto per restaurare e anzi ingigantire il loro potere;

4.       Bisogna allora evitare gli interventi “a pioggia” sui Sindaci e attuare un piano di sostegno agli Imprenditori che dimostrino di voler perseguire il potenziamento dell’attivitŕ produttiva, proteggendo in primis la piccola proprietŕ contadina.

 

Queste raccomandazioni collimavano con le relazioni che il Maresciallo di Campo del Re, riceveva dalle zone terremotate dai commissari reali: i “galantuomini” erano divenuti arroganti e si stavano impossessando perfino dei demani escludendo dagli usi i contadini.

I Governatori e i Sindaci non erano rispettati e avevano timore di dare ordini contrari agli interessi dei ceti emergenti.

 

Questa molto sommaria esposizione, serve per fare comprendere che i problemi erano stati correttamente individuati e la loro valutazione oggetto di una intensa attivitŕ governativa, inserita poi nella lotta anticuriale della quale il Governo illuminista di Napoli, si rese protagonista dopo la cacciata dei Gesuiti dal Regno.

Erano chiari i problemi dello stato sociale ed economico del Canale.

Erano chiare le cause che questi problemi avevano innescato.

Erano chiari i primi provvedimenti di Politica Economica da assumere per innescare un processo virtuoso di sviluppo.

 

Il 19 maggio 1784, il Re firmň il Provvedimento per l’istituzione della Cassa Sacra.

Il Piano voleva mettere in condizione i contadini di acquistare partizioni di fondi “liberati” dalla proprietŕ ecclesiastica. Dunque fine della rendita parassitaria a favore del possesso dinamico, orientato alla produzione e allo sviluppo.

 

La reazione borghese fu spietata.

I contadini furono spiazzati nelle aste di aggiudicazione soprattutto dai ceti emergenti, in grado di controbattere le puntate anche dei baroni. Un arrembaggio che mise in crisi, oltre al piano di rinascita della Calabria, la stessa Cassa Sacra.

 

Nel 1794 il Vescovo di Mileto denunciň al Re il «lagrimevole stato della Calabria», ridotta in rovina per l’abbandono nel quale i borghesi lasciavano i fondi agricoli, denunciava la «rovina delle industrie» e la «decadenza del commercio» oltre all’oppressione fiscale. La miseria della povera gente stava divenendo «insopportabile» e si moriva di stenti e malattie. La Calabria, ammoniva il prelato, «era in procinto di perdersi».

 

Ma ormai la Rivoluzione Francese stava avanzando veloce in Europa e la stessa Napoli verrŕ travolta dagli eventi.

 

Ciň che alla fine del processo di ricostruzione post terremoto 1783, restň in Calabria, fu l’odio di tutto un popolo verso la Classe Dominante.

La Borghesia del Canale aveva sottomesso istituzioni, attivitŕ economiche, organizzazioni religiose e congregazionali sotto un ferreo controllo che non lasciava spazio per niente che non fosse collegato con gli interessi di casta.

Ciň che nella sostanza avveniva in Europa, ove la Borghesia si stava mettendo al comando delle organizzazioni cittadine, provinciali e regionali, guidando le masse verso rivendicazioni centrate sulla libertŕ di fare e dire, avveniva in Calabria al contrario, poiché qui la classe emergente aveva attuato un effetto di sostituzione al potere feudale, innescandovi il possesso di terre, palazzi e case espropriate ai contadini non in grado di pagare i fitti o le sementi.

 

Odio intimo verso i “galantuomini” significň per riflesso incomprensione delle istanze liberali che provenivano dalla ristretta elite illuminata della borghesia impegnata nella produzione e nel commercio.

Essa fu isolata e fu vittima di persecuzioni sanguinose da parte del governo borbonico mentre montava, dopo il 1794, l’avversione verso i Galantuomini e i Cappelli.

 

La ricostruzione illuminista della Calabria dopo il 1783, terminerŕ cosě nella terribile guerra civile del 1799, quando i “Giacobini”, identificati proprio con i Galantuomini, saranno sterminati dalle armate della Santa Fede: l’alleanza fra altare, trono e basso popolo contro il Ceto Emergente.

Una reazione che proseguirŕ prima con l’opposizione alle armate francesi di Gioacchino Murat e poi col Brigantaggio su vasta scala, attuato dopo l’invasione del nostro Regno da parte delle truppe piemontesi.

Molti credettero in Garibaldi e Cavour ma quando il popolo si rese conto di essere stato ingannato ancora una volta dal potere borghese, si sollevň ovunque nell’ex Regno Meridionale e le stragi si susseguirono in quello che divenne uno stato di polizia.

 

Dopo il 1908 le condizioni erano mutate solo di poco.

La Borghesia Meridionale aveva ereditato, dopo l’invasione piemontese, una situazione di governo di stile feudale e un “asset” di chiaro sottosviluppo economico. Non sarŕ in grado di attuare una inversione di tendenza  e proprio per tale motivo, perpetuerŕ la situazione di governo impositivo, mantenendo al minimo le innovazioni e il grado d’istruzione della popolazione.

Il Grande Terremoto del 1908 cancellerŕ nuovamente i tentativi di ripresa attuati dopo il Grande Terremoto del 1783.

 

Nel 1909 Bagnara era un unico, grande sistema di baracche.

L’Amministrazione Comunale del Sindaco Don Peppino Messina, si dichiarň a novembre non in grado di mantenere l’Ospedale donato ed eretto con i contributi della Cittŕ di Milano.

Procedeva a rilento la ricostruzione dei fabbricati in muratura, per mancanza di accesso facilitato ai mutui fondiari.

Non era stato neanche affrontato dalla Provincia il problema della grave crisi agrumaria dell’area agricola fra Oppido, Seminara e Bagnara e il governo di Roma non aveva ancora provveduto a pagare l’uso dei terreni ove erano state costruite le baracche, per la maggior parte donate e costruite con il contributo di singole organizzazioni italiane e straniere, opere di volontariato delle Cittŕ di Milano, Pavia, Londra e le organizzazioni cattoliche venete e piemontesi.

Solo nel 1910 cominciň a funzionare una scuola-baracca, donata non dal Governo ma dalla Santa Sede, ma mancavano docenti preparati, materiale didattico, programmi d’insegnamento orientati alla preparazione tecnica degli alunni, borse di studio per sostenere gli studi dei meno abbienti.

Vi furono in quegli anni, sprazzi di grande fulgore intellettuale col pensiero socialista influenzato dall’azione sindacalista che a livello nazionale stava rendendo coeso il movimento operaio, ma anche il liberalismo e la massoneria stavano aprendo sempre piů coscienze nel Canale verso rivendicazioni non piů basate sul mero bisogno temporaneo o istintivi atteggiamenti di rivolta, ma verso una reale presa di coscienza di essere classe e, come tale, di pretendere migliori condizioni di lavoro e certezze da parte della classe dirigente sulla crescita industriale ed agricola del Regno.

Nelle segherie, le distese agricole dell’altopiano. Il grande bosco di Solano, i castaniti delle colline bagnaresi, il movimento operaio e contadino cercava di organizzarsi creando cooperative e dandosi addirittura un sistema finanziario proprio attraverso una Cassa Rurale e Artigiana oltre alle Organizzazioni di Mutuo Soccorso.

L’avversione del ceto borghese bagnaroto fu decisissima; una replica in chiave moderna di quella avvenuta nel 1783 e si puň sintetizzare nell’espressione di uno Storico di Bagnara che ancora oggi, malgrado le fortissime limitazioni della sua opera letteraria, votata alla sola componente mistico-religiosa del nostro Paese, va per la maggiore fra i locali ricercatori.

Scrive infatti il Canonico Antonino Gioffré:

“Erano gli anni in cui la massoneria, il liberalismo e il socialismo, servendosi anche di bugie e di falsitŕ, cercavano di iniettare in tutte le classi sociali un acido e malsano anticlericalismo. A questo insano pervertimento delle idee cristiane, il Macrě, facendo seguito all’appello dell’Arcivescovo Mons. Rousset, promosse e sostenne il Movimento Cattolico a Bagnara, avendo come insigne suo collaboratore il Dottor Antonino Arena”.

Si tratta di una limitazione clamorosa, assoluta e inaccettabile della Storia non solo di Bagnara, ma anche dell’opera di Antonino Arena, che non fu a capo di un Movimento Cattolico votato alla reazione al Movimento Socialista.

Il Movimento Cattolico Bagnarese non fu reazionario. Cosě lo volle fare intendere la Chiesa provinciale, che teneva in mano, anche attraverso il controllo delle Congregazioni, il governo spirituale ma anche l’organizzazione scolastica, assistenziale e mutualistica di Bagnara e delle altre aree calabresi del Canale.

Il Movimento Cattolico di Arena si contrappose all’azione socialista scendendo sullo stesso piano argomentativo e proponendosi come protettore delle masse anche contro i padroni, accusati da Arena di essere ricchi in assoluto, sperperando risorse in inutili voluttŕ, anziché dedicarsi al miglioramento, oltreché della produzione, anche delle condizioni di lavoro. Era nella sostanza, il grande Movimento del Cattolicesimo Sociale che il Canonico Gioffré omette totalmente dai suoi ragionamenti, limitatissimi e addirittura pericolosi per l’ignaro che legge la sua “Storia” di Bagnara.

Nel 1912 la ricostruzione procedeva ancora a rilento e solo nel 1914 finalmente si poté dare inizio alla costruzione di un edificio scolastico degno di questo nome.

Ma anche stavolta la guerra determinň una “rettifica” ai piani lentissimi della ricostruzione.

Il dopo terremoto del 1908 vide alla fine la riedificazione dei paesi con le stesse localizzazioni ex-ante, le stesse organizzazioni pubbliche con l’identico funzionamento deficitario, lo stesso sistema scolastico votato alle materie umanistiche, lo stesso impianto produttivo, controllato da una classe imprenditoriale impreparata ad affrontare i problemi della ricostruzione e prendere in mano le redini del governo regionale, provinciale e dei comuni, guidando tutto un popolo verso processi economici e sociali vicini a quelli che identificavano lo sviluppo dell’Italia settentrionale.

Cosě Bagnara andrŕ avanti per inerzia, al traino del boom economico che chiedeva merci in quantitŕ, ivi comprese le cassette di legno per lo stivaggio degli agrumi.

Non un prodotto migliore degli altri e piů competitivo, ma semplicemente una necessitŕ indotta dal Mercato.

Nessuna attivitŕ in ricerca, sviluppo e adeguamento delle produzioni.

Alla fine del 1950 il grande Borghese Bagnaroto che costruě palazzi e ville, scoprě di avere sempre gestito un fallimento, solo rimandato nel tempo.

 

Come fare per riconvertirsi dal legno alla plastica?

Ma non si posero neanche questo problema. Proprio perché non erano preparati ad affrontare le regole del Mercato, non erano imprenditori ma eredi del parassitismo endogeno capace solo di accaparrare giardini, vigne e case, non di investire in mezzi di produzione.

Ma poi e quandanche?

L’economica del legno a Bagnara fu a ciclo chiuso per cui: quali industrie complementari avrebbero potuto appoggiare la riconversione dal legno alla plastica?

Ovvero: le materie prime necessarie per produrre le ceste di plastica, in quali industrie vicine si sarebbero acquistate?

Si sarebbero fatte venire dal Nord?

Su quali strade?

Con quel tipo di ferrovia?

A quali costi di logistica?

 

Ecco dunque, nel riepilogo, le fasi della ricostruzione impossibile dopo il 1908. Lascio a voi ogni considerazione ma soprattutto un invito alla riflessione: da dove veniamo, chi siamo e soprattutto dove vogliamo andare.

Siamo un popolo di subalterni e cosě resteremo poiché i nostri processi di miglioramento economico restano sempre meno che proporzionali a quelli delle altre parti d’Italia.

 

·         Anno 1910: Bagnara si riscatta e corre verso lo sviluppo, trainata dalla domanda di manufatti per la ricostruzione e poi per le necessitŕ della guerra. Esaurite le spinte economiche interne, a causa della saturazione della domanda endogena, l’economia bagnarese punta ormai solo all’esterno. Non si modernizza tutto il lavoro artigianale;

·         L’economia del legno si assesta ai livelli produttivi consentiti dall’estrazione boschiva. Non si cercano altri Mercati di sbocco.

·         Inizia la grande stagione dei movimenti sociali e dell’associazionismo a Bagnara. Il mondo operaio e contadino tenta di rivendicare un ruolo nella gestione del paese ma non ha guide capaci di dargli la forza compatta.

·         Si perde la spinta sociale a Bagnara.

·         Una parte dei lavoratori preferisce emigrare

·         Chi parte č in genere un mastro, un rasolaro, un detentore di un’arte o un mestiere.

·         La Borghesia di Bagnara, che governa il Paese, č indifferente al fenomeno.

·         Nasce la plastica.

·         Muore a Bagnara l’industria del legno.

·         Aumenta l’emigrazione. Essa distrugge a Bagnara tutta l’economia legata all’artigianato. Perdiamo mannesi, barbieri, scarpari, cordari, falegnami, muratori, mastri dell’acqua, rasolari, spadari, coffari, forgiari, conciatori, custureri, pecorai e via dicendo e ogni mastro con un propria bottega ove fabbricava e riparava e ognuno con propri discepoli. Emigrano tutti al Nord e in Europa, accolti dalle fabbriche del Miracolo Economico.

·         Inizia la congiuntura bagnarese che non si arresta e riduce il Paese nella mediocritŕ della vita del giorno per giorno.

 

Queste, per sommi capi, le tappe della ricostruzione impossibile.

 

Questa č ancora oggi Bagnara, in mano a una Piccola Borghesia formata da avvocati, piccoli professionisti, impiegati pubblici, e qualche operaio, che s’atteggiano a “gente arrivata” e nella realtŕ governano il nulla, in base a progetti e idee che si riconducono ad essere, ora come in passato, aria fritta.

 

Tito Puntillo

 

PSICOLOGIA DEL TERREMOTO

 

Di TITO PUNTILLO

 

Una premessa č necessaria per interpretare compiutamente le diverse sfaccettature del
comportamento tenuto dalla popolazione durante le fasi telluriche.

Vi č differenza sostanziale fra un Terremoto e un Grande Terremoto.
Un Terremoto č esperienza che direttamente (perché qualche volta c'č capitato o abbiamo visto in
televisione i suoi effetti) noi abbiamo vissuto e pensiamo di poter valutare, anche in funzione delle
costruzioni che s'intraprendono dai privati e dalle organizzazioni pubbliche.
Un Grande Terremoto non appartiene alla nostra sfera conoscitiva. Avviene con una frequenza media
(non centrata) di circa cento anni e l'ultimo fu proprio quello del 1908.
Come quello del 1783, superň i 7 di Magnitudo della Scala Richter portando seco morte e distruzione.

Un Grande Terremoto muove le montagne, ostruisce il corso dei fiumi, fa "camminare" interi poderi,
sposta siti, sotterra intere realtŕ naturali, fa emergere acque, fanghi, vapori e rocce.
La gente osserva stando su un terreno tremolante, le colline "che camminano", e vede attorno a sé,
come avvenne a Bagnara al Pinno, esplodere le rocce e scintillare le strutture in ferro, pervase da
continue scosse elettriche. E poi aprirsi improvvisamente il terreno dal quale fuoriescono colonne di
vapore o fumi pestilenziali.
Ma soprattutto, la grande, mostruosa risonanza che sale minacciosa dal profondo della terra e poi si

spande ovunque. Il rumore assordante trancia l'aria e rende l'atmosfera attorno al testimone del
terremoto, che continua a osservare le cose su un terreno traballante, infernale a dir poco.
E infine da lontano, ecco avanzare sul mare calmo, una parete d'acqua. E' altra dagli otto ai venti metri
e avanza accompagnata dal rumore della pietraia dei fondali che si smuove freneticamente. Quindi
s'avventa sulla marina e copre di schiuma le case, trascinando seco chi sta fuggendo e non sa dove
trovare rifugio.
Mentre praticamente tutte le altre calamitŕ naturali consentono, anche nell'emergenza, di trovare un

riparo, il Grande Terremoto non perdona, non lascia scampo.
Nel 1783 il radiante sismico principale provenne da Oppido e su di esso si sovrappose il radiante
secondario del Canale. Ne scaturě una forza immane che si riversň sulla costa. Il Sant'Elia si spaccň a
forbice. La parte bassa (il promontorio che separa le Pietre Nere dalla Tonnara), "viaggiň" verso Nord e
la parte alta, il vero e proprio Promontorio, "viaggiň" verso Bagnara, ove intanto si accasciavano le
colline: Malarosa, Cacipullo, Sirena e Cocuzzo.
Una scena simile si ripeté nel 1908, ove perň ai movimenti prima cennati, si sostituě un vasto
movimento franoso, perché quella volta il radiante principale provenne dai pressi di Reggio e si

sovrappose con un radiante secondario proveniente dalle Eolie.
I due maremoti furono micidiali per Messina e il secondo distrusse la marina di Reggio.
In entrambi i casi, si osservň che le casette alte di Porelli, quelle della Livara, caddero su quelle
sottostanti a ridosso di San Nicola e queste caddero a loro volta su quelle ancora sottostanti. La frana
di abitazioni si arrestň alla fine di Porelli e spianň l'intero quartiere che, poi, risultň difficile raggiungere
per via delle strade molto strette, poiché le case furono costruire le une di fronte alle altre a mezzo
metro, come lo sono di nuovo oggi, anche al centro, nel Borgo!


Questa realtŕ sconvolgente impatta su una popolazione che ha comportamenti fondati su regole
"naturali" e non su motivazioni sociali.
Spiego:
Le piccole comunitŕ economiche settentrionali, vivevano in villaggi epicentrici di una attivitŕ agricola e
si puň dunque affermare che i contadini "risiedevano" sui terreni che coltivavano. Il prodotto era in

 

genere raccolto e poi trasformato dalla stessa comunitŕ per cui non era raro osservare, in mezzo ai
campi, una fabbrichetta, una stalla comune, un impianto manifatturiero.
Le realtŕ agricole poi, gravitavano sulla cittŕ, che ne regolava ritmi e flussi mercantili ed economici e

sviluppavano gli investimenti. Le piccole Casse Rurali raccoglievano in loco il risparmio contadino ed
esso confluiva nella grande banca della Cittŕ. Questa che intanto era divenuta una consistente
disponibilitŕ finanziaria, era dirottata alla grande industria sottoforma di finanziamenti. E attraverso
questi supporti, la grande industria sviluppava investimenti e produzione. Il ciclo si chiudeva bene: i
contadini risparmiavano e ricevevano proventi finanziari da questi risparmi. La produzione si sviluppava
e loro chiedevano al mercato attrezzi, macchine e prodotti chimici. E offrivano beni finiti di prima e
seconda necessitŕ. La Cittŕ coordinava i flussi e la grande industria sviluppava i progetti.

La Banca Cattolica del Veneto con la sua costellazione di Casse Rurali e Artigiane, fu una protagonista
del grande sviluppo industriale della Pianura Padana.
La Borghesia settentrionale volle e ottenne leggi e statuti che garantissero la libera circolazione dei
beni, la normalizzazione degli scambi e una legislazione pubblica "orientata" agli interessi dell'intero
mondo del lavoro, il tutto surrogato nell'espressione "Statuto" e "Democrazia".
Tutte le accumulazioni vennero reinvestite in ricerca, sviluppo e formazione, anche passando da
grandiose lotte sindacali per il miglioramento della condizione operaia e contadina, un migliore salario e

condizioni di vita decenti.
La Religione era sentita come "riflessione attiva" e si concretizzava in opere sociali che in genere erano
di supporto alla realtŕ locale: scuole, asili, educandati, ospedali, assistenza agli anziani. Il tutto con
strutture proprie o miste con le amministrazioni locali.

Le piccole comunitŕ economiche meridionali vivevano in grossi villaggi non epicentrici, anzi lontani dalla
campagna. Si puň dunque affermare che i contadini non "risiedevano" sui terreni che coltivavano
perché erano "urbanizzati". Si trattava in genere, per il Canale, di piccolissimi appezzamenti di terreno

disgiunti (non c'erano interessi comuni con gli altri), una barca, un animale.
Le campagne erano deserte, e tutto gravitava sulla cittŕ, che ne assorbiva il prodotto e non sviluppava
investimenti.
La Borghesia del Canale non reinvestiva nelle realtŕ economiche che governava, ne ricavava una
rendita che, oltre a servire per mantenere il palazzotto, il figlio agli studi non tecnici ma letterari e
giuridici, e il tenore di vita da "piccolo iddio" (come li defině Vincenzo Spinoso), si dedicň all'acquisto di
terre e case per aumentare potenza e prestigio rispetto al mondo del lavoro, che venne considerato

sempre, ancora oggi, la "classe dei subalterni". Per questo non volle e non rivendicň leggi e statuti che
garantissero la libera circolazione dei beni, la normalizzazione degli scambi e una legislazione pubblica
"orientata" agli interessi dell'intero mondo del lavoro, il tutto surrogato nell'espressione "Statuto" e
"Democrazia". Ne appoggiň le istanze "nazionali" ma si curň puntigliosamente di impedire che lo Stato
si ingerisse nei governi locali che loro tenevano sottomessi.
Questa realtŕ fece perpetuare nella gente l'idea che la tradizione, le regole derivanti dal diritto naturale
e dai comportamenti degli avi, fossero le uniche da rispettare con un rigore maniacale.

Ogni "novazione" fu dunque intesa dalla gente del Canale come elemento ostile e il rifiuto delle "novitŕ"
poggiava sulla superstizione e sul senso assoluto di protezione della casetta, la terra e la famiglia,
minacciata da quelle stranezze che ogni tanto si manifestavano, anche nella vita quotidiana, poiché
ogni fenomeno diverso dalla prassi rigorosa entro la quale uomini, cose e natura dovevano muoversi,
era interpretata in modo superstizioso.
Fortissimo il terrore di Dio. Il Padre Celeste era una figura temutissima, perché i Domenicani, i
Francescani e prima di loro i Gesuiti, avevano inculcato nella mente della gente del Canale, che Dio

punisce, non perdona i peccatori e tutti coloro che non seguono i dettami della Chiesa. E la punizione
di Dio si scatenava nelle malattie dei bambini, l'alluvione, la peste e appunto il terremoto. Peste e
Terremoto erano l'ira di Dio che cadeva sugli uomini.
Di contro, la gente del Canale aveva un rifugio sicuro, un faro al quale guardare con fiducia e speranza:
era la Madonna, e sotto il suo manto celeste, la gente deponeva le proprie angosce, spessissimo non
chiedendo miglioramenti per la salute o per guadagnare qualche cosa di piů, ma perché la Madonna
conservasse al contadino la forza per continuare a faticare, a lavorare.

I Santi erano spesso gli strumenti di questo intenso dialogo: San Rocco, San Nicola e San Biagio sopra
tutti. La Madonna era sempre con le braccia aperte e le mani porte in segno di accoglimento. Era la
Mamma che capiva, che comprendeva le donne di Calabria, perché anche Lei aveva avuto il Cuore
trafitto dal dolore di Mamma.

 

La Religione era dunque sentita come "tendente ai miracoli" e il miracolismo s'affiancava alla credenze,
alla superstizione.
In un ambiente cosě strutturato, le Congreghe costituivano un vero e proprio "corpus" sociale, in grado

di amministrare, dirimere liti, organizzare la societŕ divisa in classi, determinare le azioni collettive
addirittura nella vita quotidiana.
Una complessitŕ sociale "sottomessa" dunque che al suo interno maturava spesso "schegge" di grande
valore intellettuale: preti d'avanguardia muniti di coraggio e determinazione, ma anche grandi
intellettuali portatori di valori al passo coi tempi. Tutti cozzavano perň contro il muro reazionario di una
Borghesia che del feudalesimo aveva ereditato e conservato tutto, aggiungendovi nuovo cinismo e
tornaconto.


Il Grande Terremoto dunque, impatta sul Canale su questo tipo di Societŕ.
In una Relazione poco nota del 1783,

1

un testimone degli eventi, informava il grande naturalista

Giuseppe Vario, a Napoli, sulle conseguenze del Terremoto sulla gente.
Possiamo dividere questa Relazione in tre parti. Ecco la prima:

Chi mai avria potuto immaginarsi, che quegl'infelici superstiti, estratti per maggior parte da sotto le
rovine in confusione dei cadaveri dei di loro piů cari congiunti, ed intrisi nel di costoro sangue, che
bocca a bocca aveano esalato lo spirito, chi premendo sotto di se il Padre spirante, senza potersene
slargare, chi guardando il figlio vicino boccheggiare sotto un sasso, e chi la moglie spumante sangue
sotto una trave, senza poterli soccorrere, tutto assordati d'angosciosi lamenti, che per giorni sentivano
in ogni angolo mandarsi da quegl'infelici, ch'esalavano l'anima sotto le rovine, senza poter ricevere a
tempo i soccorsi; insomma colla immagine della morte e dell'orrore sempre presente, (...)

Come notate, la violenza del sisma provoca conseguenze traumatiche terrificanti, sconvolgendo
sentimenti e regole anche naturali, sconvolgimento che avviene nelle forme piů crudeli.
Ecco dunque quegli infelici

(...) che non giacciono, o camminano per tutta quella Regione, che sulli cadaveri ancora insepolti
loro parenti, compatrioti, ed amici; nudi e mendici, senza tetti, senza utensili e senza poderi: (...)
chi mai avria potuto immaginarsi, dico, che costoro dimentichi di qualunque tristato e luttuoso
pensiero, non curanti delle proprie sventure, appena avuto l'aggio di ristorarsi dalla fame, ad altro non
avessero pensato, che furiosamente andar in busca di poter isfogare la piů calda libidine che mai puň
credersi, e che essi stessi volendola confessare, non sanno manifestar meglio, che colle vive
espressioni: bruciamo! siam perduti! Gl'infiniti matrimonj che tuttogiorno precipitosamente si
celebrano, senza le consuete civili solennitŕ, autenticano questa veritŕ.

Notate che la condizione di superstite provoca uno stato di confusione, di shock che il panorama
circostante contribuisce a perpetuare se non addirittura a consolidare.
La "risposta" successiva dell'organismo č un vero e proprio ribaltamento di tutte le regole della morale.
La gente comincia a cercarsi, ha terrore di restare sola, ha perso tutto e ritiene che ricostituire un
nucleo familiare sia l'unica strada per non soccombere nella disperata miseria e nella morte. Una
reazione alla reazione, ma che avviene in modo scomposto e irrazionale:

Uomini decrepiti, e paralitici, pieni zeppi d'ogni malattia ed acciacco, li quali, anche nel fiore di loro etŕ,
furono freddi, ed apati alla forza di amore, oggi rimbambiti, e con forsennata impazienza ad altro non
pensano, che a trovar moglie. Vecchie edentule, schifose piů che carogne, brutte come Megera, oggi
non sono che la delizia e l'oggetto piaceri di Giovani fumanti di brillanteria e buon gusto...


Nel 1908 la difficoltŕ di dialogo, l'indifferenza di fronte ai morti, il rifiuto all'assistenza (poiché i
soccorritori venivano guardati come gente "strana" e la superstizione aveva il sopravvento) ripeteva le
caratteristiche comportamentali della gente, che correva dietro alle processioni in modo delirante e poi

si lasciava prendere dallo sconforto piů assoluto.
Qualche giornalista che trovandosi in mezzo a quel paesaggio "lunare" domandava ai sopravvissuti se
vi fossero ancora persone sotto le macerie, si sentiva rispondere "con indifferenza" che sotto le

1

PROCOPIO GALIMI, Lettera al Signor Don Giuseppe Vario su Terremoti di Calabria dell'anno 1783, opuscolo a stampa, maggio 1783. Per una

trattazione completa, si veda la Ricerca pubblicata nei siti: Archivio Storico Fotografico Bagnarese di Gianni Saffioti e Bagnara Calabra (RC) di
Giuseppe Barilŕ.

 

macerie c'era ancora gente che si lamentava e poi il sopravvissuto proseguiva la sua strada con
incedere lento, noncurante di cosa avveniva attorno.
"Infingardi, cinici, apatici e vili" fu l'accusa che maggiormente occupň le testate dei giornali

settentrionali, unitamente a quella di sciacallaggio in mezzo a un "selvaticume" imperante.
Fu il Dottore Antonino Arena da Bagnara, a reagire per primo a questo modo di disegnare la Calabria
Sociale dell'immediato post-terremoto.
Dopo aver illustrato come la prima e immediata opera di soccorso avvenne proprio a mezzo della gente
sopravvissuta, coordinata dai medici locali, senza mezzi sanitari, senza medicinali adeguati né ricoveri,
facendo emergere comportamenti eroici, proprio nel rispetto della grande tradizione della gente
meridionale, Arena, grande scienziato esperto di medicina tropicale, fervente cattolico praticante, Priore

dell'Arciconfraternitŕ rosariana, cittadino onorario di Bagnara per i suoi alti meriti umanitari e scientifici,
contrattacca alla sua maniera:

2

Io stesso, che non ho tare ereditarie (...) tanto in quest'ultimo che nel precedente terremoto egualmente terribile
del 1894, appena dopo il disastro e per circa un mese, sono stato di fronte alle mie idee come uno a cui sia di
colpo toccato di vedere ogni cosa in un velo di nebbia.
Sentivo che nulla in me era radicalmente cambiato, rilevavo anche senza molta fatica, i noti lineamenti e i
rapporti noti alle specie mentali, ma tutto vedevo come stinto, come se da un momento all'altro dovesse svanire,
e non penetravo al fondo di nulla, e il senso intimo che provavo era di confusione e sconforto.
E la ragione č chiara.
Per l'arrivo al cervello, dal profondo dei tessuti, d'un materiale psichico e metabolico insolito essendo alterato il
senso noto e abituale della vitalitŕ propria che gli psicologi mettono a base della personalitŕ umana, e per la
sopraggiunta difficile evocazione delle rappresentazioni mnemoniche, essendo quasi rotti gli attacchi della
coscienza col passato, viene ad essere non poco turbato il senso della propria identitŕ fino a ingenerare nella
mente un assai penoso senso di confusione.
I fatti di disorientamento e confusione che i profani attribuiscono alla pusillanimitŕ responsabile degl'individui č
invece una psicopatia qualificata, l'amenza, che č quella che direttamente proviene dallo spavento.
(dopo giorni sparisce) ma le nuove azioni restano improntate di fini egoistici e rimane immutata per altro
parecchio tempo l'indifferenza sentimentale.
(...) cinque, sei morti riavuti o no dalle macerie, la moglie, i figli, le piů care esistenze scomparse, la miseria e la
desolazione assicurate sono nulla, non fanno venir fuori una lacrima, e sono ricordati come un dolore lontano,
con un viso da cui č sfuggita la gioia, ma su cui la tristezza non s'č ancora insediata (...)



2

ANTONINO ARENA, Per il buon nome della Calabria, tipografia lo Presti, Palmi 1908. L'opera verrŕ pubblicata in internet, in edizione integrale

nei siti bagnaresi prima cennati. Per un collegamento anche col 1783 e il 1894, cfr. la ricerca pubblicata in ASFB e Bagnara Calabra (RC) giŕ citati.

 

Dopo aver ampiamente difeso la socialitŕ calabrese, ingiustamente vilipesa per l'incomprensione di
cosa possa essere stato un Grande Terremoto in un ambiente sociale quale quello prima disegnato,
Arena esclama:

Gran brutto destino č quello della Calabria di APRIRSI AL MONDO

E di vedere IL MONDO ACCORRERE A LEI

SOLO

allora che un terremoto la devasta!


Notate l'effetto di andata e ritorno:

·

la Calabria "si apre al mondo" perché altrimenti č tenuta prigioniera di sé stessa dalla sua

classe dirigente, e dalle sue forme sociali antiquate;

·

il mondo "scopre" la Calabria solo quando č un Grande Terremoto che la devasta

in tutti gli altri eventi normali della vita quotidiana, la Calabria non esiste, semplicemente.

E' per tale motivo che Arena a questo punto si domanda:

ma č veramente il terremoto la causa del ritardo del Sud?

La causa, esclama Arena, č in noi stessi calabresi.

Se anche volessimo dare piů corpo alle nostre iniziative per il lavoro, fallirebbero perché i Ricchi (i Borghesi,nota
mia) non ci seconderebbero; avrebbero paura di non superare le difficoltŕ intrinseche perché mancano di qualsiasi
senso pratico imprenditoriale


ed ecco perché "dirigono" la societŕ calabrese non secondo le regole borghesi del liberalismo, ma in
modo che essa societŕ stazioni nell'immobilismo, perché in tale maniera si puň associare alla loro
mentalitŕ feudale, quella di essere e restare "Dominus", «piccoli idii» come, ripeto, li defině
spregevolmente il nostro grande Vincenzo Spinoso.

Ecco che allora, per Arena, la Calabria puň risorgere solo se questi Padroni assoluti, che si diramano
nella politica, nel commercio e nella terra, cedono diritti usurpati e lo Stato finalmente assecondi
davvero le istanze della gente calabrese.
Per tale motivo, e qui viene un tuffo al cuore pensando che siamo nel 1908!, la Questione Meridionale
č una Questione NAZIONALE!
Il pensiero dei grandi meridionalisti č qui ripreso (Villari, Fortunato) e anticipato (Gramsci, Salvemini,
Ciasca, Turati, Don Sturzo, Toniolo, ecc.) perché tutto č chiaro:

Si vuole fare risorgere la Calabria?


Allora lo Stato conceda finalmente ciň che la Calabria chiede DA SEMPRE!
Le Scuole e le strade.

Afferma Arena: dopo cinquant'anni di governo liberale, noi siamo con un Liceo sparuto a Reggio  un Ginnasio a palmi

e non ci sono Scuole di Agricoltura, Scuole di Arti e Mestieri e Scuole Commerciali.

Dove:

le Scuole di Agricoltura

servono per dare ai nostri contadini la conoscenza delle moderne

tecniche di coltivazione, potatura e soprattutto di irrigazione dei campi;

·

le Scuole di Arti e Mestieri servono per formare bene i nostri Mastri artigiani nella continua

evoluzione dei materiali, strumenti di laboratorio e tecniche di lavorazione

·

le Scuole Commerciali servono per formare una buona classe dirigente, assolutamente diversa

da quella inetta e asservita che ora governa la Calabria.

 

E una situazione, continua Arena, che tutti conoscono, tutti sanno! Ma nessuno si muove seriamente e
quindi:

per non correre il rischio di rimanere questa volta col danno e le beffe, non ci addormentiamo!!!
Cerchiamo almeno di non aggravare le colpe altrui con colpe nostre.
E persuadiamoci una buona volta che questa nella quale siamo impigliati, č una crisi definitiva per noi.
Dobbiamo risolutamente opporci alle mezze misure.
Non bastiamo a questo noi? Chiediamo il sostegno degli italiani che hanno fatto sacrifici per intervenire in nostro
aiuto!
La suprema e piů impellente necessitŕ č questa per noi:

DISPORRE LE COSE IN MODO CHE NULLA POSSA PIU' RICACCIARDI INDIETRO DAL POSTO CHE

SULLE VIE DEL PROGRESSO POTREMO AVER FATICOSAMENTE GUADAGNATO DA NOI STESSI!

Non so se avete fatto caso: ma Arena nella sostanza sta semplicemente e disperatamente invocando:

LIBERTA'!


Il Pensiero meridionalista moderno comincia adesso ad approcciare questo tema perché l'andamento
dell'economia calabrese č in crescita, la sua crescita č sempre meno che proporzionale a quella delle
altre aree italiane ed europee e quindi si perpetua la condizione di subalterni che perpetua il potere
della borghesia reazionaria e retriva, che perpetua l'emigrazione, la desolazione delle campagne, la
povertŕ celata spesso dalle false apparenze. E le nostre mamme continuano a correre dietro le
processioni, invocando pietŕ per la loro condizione, per i figli lontani, per la visione del niente come

futuro.

Libertŕ!


Troveremo noi finalmente una Elite di comando che sia espressione del lavoro del popolo e si prodighi a
investire risorse per ristorare le grandi capacitŕ produttive della Calabria, richiamando altra
imprenditorialitŕ e facendo cosě proiettare la Calabria al centro del Mediterraneo? Perché questo č il
suo avvenire, non le nebbie del Nord!


Avremo dei nemici terribili, potentissimi ma la forza di un popolo come quello calabrese, finalmente
motivato e ben guidato, sarebbe imbattibile perché la vittoria giungerebbe dopo una stagione di grandi
sacrifici, rinunce, umiliazioni, ma poi sarebbe grande.
La Calabria sa cosa siano le privazioni, subite per conseguire una causa giusta.

Ricordiamoci amici concittadini, che:

la forza di una Regione, di una Cittŕ, non risiede nei suoi baluardi, monumenti

o nelle ricchezze che si mostrano al mondo

o nella bellezza della natura e gli ameni paesaggi

ma negli UOMINI

e dove non vi č LIBERTA', non vi sono Uomini!

Tito Puntillo




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni articoli tratti da giornali dell’epoca

dove si evidenzia l’importanza di Bagnara nella provincia di Reggio come cittŕ principale assieme a Palmi dopo il capoluogo calabrese.

 

Ricordo che il collegio elettorale bagnarese  era quello piů importante della provincia dove si candidava e veniva regolarmente eletto al senato l’avv. Giuseppe De Nava.

De Nava venne eletto nel nostro collegio a nella XX, XXI, XXII e XXXIII legislatura (rispettivamente nel 1896, nel 1900, nel 1904 e nel 1909).

L’on.  De Nava presentň il disegno di legge per i provvedimenti a favore della Calabria per risolvere i gravi problemi di Reggio Calabria e Messina dopo il terremoto del 1908.

Gli articoli sono tratti dalle pubblicazioni della Stampa

e dalla Gazzetta del Popolo di Torino

dei giorni seguenti il terremoto

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Album fotografico

del terremoto del 28 dicembre 1908

 

 

Prima parte

 

 

 

Archivi vari

Musei civici del castello visconteo di Pavia

Fondo Luigi Robecchi Brichetti

Archivio Domenica del Corriere

Sig. Francesco Barilŕ

Sig. Giorgio Giovinazzo

Sig. Domenico Gentiluomo

Sig.  Mimmo Villari

Sig.  Antonino Calabrň

Sig.  Carmelino Pavia

 

La chiesa madre diroccata

 

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Uno scorcio del rione Arangiara e la chiesa del Carmine

 

 

 

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La chiesa del Rosario rasa al suolo

 

Cappella provvisoria e baraccamento in piazza del Popolo

Le macerie delle case distrutte sul  corso Giuseppe Garibaldi

 

Gente disperata cerca di salvare qualcosa dalla propria abitazione

 

 

 

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Ancora una panoramica delle case distrutte sul corso Giuseppe Garibaldi

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Il corso Giuseppe Garibaldi visto dall’estremo sud

 

 

Alcune case diroccate presso la rupe di Marturano

 

Ancora distruzione al rione Canneto

La discesa della chiesa del Rosario

 

Una panoramica del rione Valletta

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Il corso V. Emanuele II con a destra l’asilo rimasto intatto

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L’ing. Broggi in perlustrazione tra le macerie

 

La via Pietraliscia con le sue case danneggiate

 

 

 

I primi soccorsi e la distribuzione di tende da campo

 

 

Un accampamento di tende sulla spiaggia

 

Ancora un accampamento tra le barche

 

Sistemazione dei profughi in vagoni di terza classe

 

Primi soccorsi umanitari per i senza tetto

 

Accampamento alla stazione ferroviaria

 

 

 

Profughi alla stazione

   

Alcune case  diroccate

 

Particolare  delle colonne della chiesa Madre e sullo sfondo la chiesa del Carmine

 

La fontana dedicata a Giuseppe Garibaldi gravemente lesionata

Due particolari del borgo porellese visto da nord est fino alla rupe di Marturano

 

Panoramica del centro con le case  gravemente lesionate

 

Il Castello danneggiato nella parte superiore.

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Gli edifici locati dietro la chiesa del Carmine seriamente lesionati

in alto si vede uno scorcio di Porelli oggi irriconoscibile

 

 

 

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Anche se l’immagine č sfuocata il documento č importantissimo: si vede in esso

 la testa di un corteo funebre con le ghirlande portate a mano tra le

baracche e le case pericolanti

 

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Il marciapiede del primo binario con ancora qualche detrito

e gli operai del telegrafo al lavoro per la sistemazione dei fili

telegrafonici mentre i primi treni ricominciano a viaggiare

 

 

 

Il  legname che arrivava coi bastimenti per la costruzione delle baracche

veniva scaricato e depositato sulla spiaggia

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Il legname scaricato sulla spiaggia veniva poi trasportato a destinazione

dal lavoro delle infaticabili ed indispensabili bagnarote

 

 

 

 

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Questa foto, salvata in extremis dalla corrosione del tempo

ci mostra alcune bagnatote lungo la salita che dalla marina

portava alla stazione vecchia; si vedono alcune baracche giŕ

allestite parallele al binario ed altre  in via don Fatto Mauro

oggi via Giovanni XXIII

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Il legname arriva a destinazione nella zona piů ripida del centro

cittadino per la costruzione di un nuovo rione finanziato e costruito

dal comitato pavese organizzato da comune e la provincia di Pavia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Album fotografico

del terremoto del 28 dicembre 1908

 

seconda parte

 

La costruzione del rione baraccato Pavia

ad opera del comitato pavese

pro terremotati

 

archivio

Musei Civici del Castello Visconteo

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COMUNE di PAVIA

fondo: Luigi Robecchi Brichetti

curato dalla dott. Gigliola De Martini

 

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Due baracche ti tipo grande costruite per famiglie numerose

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Baracca di tipo medio per piccolo nucleo familiare

 

 

 

 

 

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Una ampia visione delle difficoltŕ di costruzione a causa della struttura

del  terreno scosceso

 

 

 

 

 

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Il territorio in declivio portň a costruire le baracche in righe

orizzontali a piů livelli di altezza in modo da dare il massimo

rendimento rendendole sufficientemente sicure

 

 

 

 

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Ancora costruzioni baraccate costruite adattandosi al terreno ripido della zona

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Schiere di baracche fotografate dalla zona della ferrovia

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Una panoramica generale dei rioni baraccati Pavia e Milano. Il 7 maggio del 1918 un grande incendio distrusse completamente il rione Pavia che fu ricostruito in muratura su progetto Dell’ ing. De Nava.

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Vista all’interno del baraccamento Pavia con sullo sfondo il campanile

della chiesa baraccata costruita su progetto del vescovo di Pavia

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Ecco la facciata della chiesetta richiesta espressamente dagli abitanti

del rione al Vescovo di Pavia, che la disegnň di suo pugno con alcuni

 schizzi su dei fogli di carta.

Inoltre, da notare nella foto il promontorio della Sirena ancora privo

della caratteristica casetta che poi fu costruita sulla sua cima.

 

 

 

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A sinistra una baracca costruita da poco, sulla destra alcune suore a dare

conforto alla gente del rione

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A sinistra visita del clero reggino ai baraccati, a destra l’ingegner Luigi Robecchi Brichetti personaggio di primo piano nella ricostruzione e gli aiuti alla nostra cittadina

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Due schiere di baracche di rimpetto alla rupe della sirena in una istantanea

di vita quotidiana durante il periodo dei baraccamenti

 

 

 

 

 

 

Documenti sul terremoto del 28 dicembre 1908

 

 

Disposizioni Ministeriali e Prefettizie

Telegrammi

Cartoline Postali

Lettere

Disegni

Elenchi di nominativi

Fatture e ricevute

Testimonianze varie

Documenti  dell’amministrazione a fine legislatura

Tratti:

 dall’archivio civico del comune di Pavia

dall’archivio Avv. On. Giuseppe Albanese

archivi vari

 

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Ai signori sindaci della Provincia ed ai signori sottoprefetti di Bobbio, Mortara e Voghera

OGGETTO: Terremoto in Calabria ed in Sicilia

La direzione Generale delle Ferrovie dello Stato ha disposto che i soccorsi urgenti, i commestibili, gli indumenti ed i materiali da costruzione destinati alla localitŕ danneggiate dal terremoto abbiano corso gratuitamente e rapidamente. Le spedizioni dovranno essere presentate alla stazione di partenza accompagnate dalla richiesta prefettizia che verrŕ rilasciata da questo ufficio dietro domanda degli offerenti a mezzo dei rispettivi sindaci. Le anzidette richieste varranno per le successive spedizioni gratuite che potranno effettuarsi, per ora, fino al 31 Marzo prossimo ventuto.

Nel rendere ciň informate le SS.LL. prego di dare la massima diffusione alle presenti disposizioni.

Il Prefetto

FERRARI

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Disposizioni del prefetto di Pavia

Ai signori sindaci della Provincia di e per comunicazione ai signori Sottoprefetti dei circondari di Bobbio, Mortara e voghera.

Oggetto: Oblazioni a favore dei danneggiati del terremoto della Sicilia e della Calabria.

Avverto le SS. LL. con la preghiera di dare a a tale notizia la massima pubblicitŕ, che tutte le sedi succursali e figliali e le agenzie della banca d’Italia e del Banco di Napoli sono state autorizzate a ricevere oblazioni in contanti, a mezzo vaglia postale, telegrafici od in altro titolo intestato e girato alla Banca d’Italia a favore dei danneggiati dal terremoto della Sicilia e della Calabria.

Il Prefetto

FERRARI

 

 

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PREFETTURA DI PAVIA

Ai signori sindaci della Provincia ed ai signori sottoprefetti di Bobbio, Mortara e Voghera

OGGETTO – invio oggetti a favore dei danneggiati dal terremoto

Avverto per norma le SS. LL. che gli oggetti offerti a favore dei danneggiati del terremoto devono per regola essere spediti all’ufficio di concentramento in Napoli dipendente da quel Prefetto che provvede alla distribuzione secondo i bisogni a meno che si tratti di oggetti mandati a speciali comitati o con preciso indirizzo perché allora conviene siano indirizzati ai comuni stessi.

Gli oggetti di vestiario se non nuovi devono essere prima disinfettati in modo sicuro e completo.

Sarŕ poi bene che per ciascuna spedizione fatta al predetto ufficio di concentramento ne sia data partecipazione telegrafica a quel prefetto indicato la qualitŕ e possibilmente la quantitŕ degli oggetti spediti

Il Prefetto

FERRARI

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PREFETTURA DI PAVIA

Ai signori sindaci della Provincia e per comunicazione ai signori sottoprefetti di Bobbio, Mortara e voghera.

OGGETTO – Spedizione di materiale di costruzione per i danneggiati del terremoto.

Avverto per norma le S.V. che tutte le disposizioni di materiale per costruzione dovranno essere spedite dai comitati e dai Sanitari dalle stazioni di questa provincia alla stazione di Genova (Molo Vecchio)

Tali materiali devono essere concentrati tutti a Messina per la distribuzione ai luoghi danneggiati. Essi saranno spediti in franchigia scortati dalla prescritta dichiarazione prefettizia ed indirizzati al Capo Compartimento delle ferrovie dello Stato in Genova il quale provvederŕ all’inoltro a Messina per via mare o per via terra a seconda della maggiore o minore convenienza.

Il Prefetto

FERRARI

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PREFETTURA DI PAVIA 

Ai signori sindaci della provincia ed ai signori sottoprefetti di Bobbio, Mortara e Voghera.

OGGETTO: Distribuzione corrispondenza diretta a Messina e Reggio.

Essendo impossibile provvedere per la custodia e per la distribuzione della corrispondenza diretta a Messina e Reggio Calabria il Ministro delle Poste e Telegrafi ha disposto perché essa venga concentrata rispettivamente presso gli uffici postali di Palermo e Catanzaro che a richiesta potranno inviare ai destinatari o ai mittenti. Il predetto Ministero informa inoltre di aver sospesa l’accettazione dei vaglia, delle assicurate, dei pacchi postali e degli effetti di riscuotere per tali localitŕ e di aver disposto per la restituzione ai rispettivi mittenti di quelli in corso.

Prego di disporre perché tale notizia sia resa a conoscenza di tutti.

Il Prefetto

FERRARI

telegramma1

Telegramma spedito da Pavia

Partono oggi 12 baracche quadruple a lei costě dirette parte insieme squadra di carpentieri favorisca prendere accordi con codesto sindaco circa rintraccio del vagone indumenti ed un vagone latte spedito da Mortara rivolgasi commissari Reggio e Palmi cui tre vagoni inviaronsi con relative distinte contenenti  prossima settimana inviansi costě molti letti completi.  Vivanti

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Telegramma spedito da Monza

A tutt’oggi spediamo due vagoni annunciatici arrivati vostro telegramma di ieri portanti numeri 14901 e 425339. Lunedě seguirŕ ultimo con rimanenza materiali compimento venti baracche.

Carpenteria Colombo

 

teleg 2.jpg Spedito da Pavia

Prego attenersi strettamente deliberazioni comitato non impegnando fondi in nessuna maniera risponda tosto telagramma ieri.                                                               --Presidente Galbarini—

telegramma9Spedito da Bagnara  Comando zona militare

Questa stazione ha giŕ ricevuto vagone latte condensato, esso era destinato commissariato regio che fece spedirne porzione codesta zona. Qui giacenti stazione esistono cinquanta sacchi indumenti mancanti indirizzo e documenti per svincolo essi portano perň indicazione stampata comitato soccorso Pavia.

Capitano commissario Curato.

telegramma7

Spedito da Bagnara 16 2 1909

Sindaco di Pavia

Arrivati ora ultimi quattro vagoni annunciatimi, verifico tutto scaricando provvedendo sicura custodia entro ultimata prima baracca ricoverante nostra squadra operai e materiali Laboriosa sistemazione area procede per impianti delle venti baracche doppie, darei quadruple con eventuale municipio meglio scuola a piccola cappella formanti insieme armonico villaggio pavese uguale aspettativa. Rimanenti vagoni ritrovati manca solo carro 14901 Monza cui urgerci richiesto bisogno baracche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

carolina postale fronte

1)      Fronte e retro di una cartolina postale

carolina postale retro

Al piů illustre, al piů ispirato, al piů geniale di tutti i rappresentanti i comitati di soccorso pei danneggiati di Calabria! All’uomo che piů lasciň ricordi nella folla sgomenta, nell’animo del popolo, nella coscienza degli eletti! All’ ingegnere pronto,  al fratello sensibile, al giustiziere disinteressato … a chi seppe tradurre il bene senza artificio, la caritŕ senza favore, il pensiero di Pavia  con nobiltŕ, con intelletto di amore .... e dalla sua   missione spregiudicata anziché vano tributo di lode ebbe invece a riportare dolori ed inquietudini, il saluto di un amico che a lui ebbe pari l’animo e lo sdegno del mondo;  il saluto ed il ricordo d’ un amico che fa versi per te  e non per il mondo,  ed ha in odio il vulgo e la  e s’eleva e soffre  dalla vita e  nella vita degli  altri.

Saluti memori ed auguri di giorni piů lieti                                               Aff.mo Ciccio Spoleti

 

cartonila 14 fronte

Cartolina postale spedita da Pavia.

cartonila 14 retro

All’illustrissimo sig. Commendatore ingegner Luigi Robecchi  Brichetti, inviato del comitato pro Calabria e Sicilia. Bagnara Calabra  (prov. Di Reggio Calabria).

Ill. commendatore, perdoni se le reco disturbo, mi č pervenuta ieri a sera una lettera pietosissima dal sig. Domenico Isaia maestro in codesto disgraziato paese, il quale si rivolge a me e a tutti i maestri di Pavia perche gli si possa ottenere una baracca nella quale potersi riparare lui e la sua famiglia composta di undici persone, dal rigore della stagione. Egli dice che da due mesi si trova senza tetto e che non ha potuto ottenere che gli e ne sia assegnata una, ne di quelle mandate dal governo ne di quelle mandate dal comitato nostro. Perciň, ripeto: egli si rivolge al corpo insegnanti di Pavia per vedere di poterne ottenere una. Ora prima di far qualsiasi passo io mi rivolgo alla ben nota cortesia di  V. S. I. Per domandarle se veramente il disgraziato collega versi nelle tristi condizioni che dice, e nel caso affermativo per pregarla se č in suo potere di fare in modo che la baracca che domanda gli sia concessa. Che se poi V. S. non potesse e il  povero collega si trovasse veramente su una strada con la moglie e i figlioletti noi vorremmo fare istanza al sindaco di qui, presidente  del comitato per ottenere l’invocata baracca facendo presente come appunto nelle nostre scuole si siano raccolte circa seicento lire, quanto potrebbe esserne il costo. Mi scusi illustrissimo signore se le reco disturbo. Le sarň grato se vorrŕ farmi sapere qualche cosa al piů presto.                                                       Suo devotissimo L. Angini.

cartonila 1 retro

cartonila 1fronte

            Cartolina ricevuta della ditta Francesco Antonio Cardone e figli, con relativo conto.

Sig. commendatore Robecchi

7 maggio 1909 Per dolci e paste in occasione dell’inaugurazione scuole Pavia.           Pagati              Ł 30.

lettera 2

Pavia 13 .9 909  Illustrissimo Signor avvocato Andrea De Leo – Bagnara                                                                

Nell’ultima affrettata mia visita a Bagnara non mi fu possibile salutarla personalmente e memore del valido suo aiuto per consiglio ed opera quando  costě portai come rappresentasse il comitato pavese di soccorso e come cittadino il mio contributo a sollievo degli afflitti, sento il dovere di  mandarLe dalla mia cittŕ natale un saluto cordiale tanto piů ora che lasciando il seggio sindacale, lascerŕ di se  a molti grato ricordo, come lo lascia a me che sarň sempre lieto quando avrň occasione di poterle stringere la mano.

Con osservanza e coi migliori saluti ed ossequi.

Cordialmente devotissimo suo Liugi B. Robecchi

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Lettera del sindaco di Milano, presidente del comitato esecutivo pro terremotati di Calabria e Sicilia formatosi nella sua cittŕ, nella quale raccomanda all’ing. Cesare Nava il comm. Brichetti come coordinatore della costruzione delle baracche.

 

17 febbraio 1909              Egr.Sig. Ing. Robecchi  --                        Bagnara

I soldati alla stazione sono inoperosi  i vagoni di legname sono sempre su binari non abbordabili.

La ferrovia si lagna  perché non svuotiamo vagoni minacciandoci di farli ritornare e nel medesimo tempo non ci concede il mezzo di farlo. Noi invochiamo la di lei autoritŕ acciocchč si ponga termine a questo ambiguo stato di cose.

Con perfetta stima la salutiamo  / Giuseppe Larini

 

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Certifico io qui sottoscritto che dopo le ricerche fatte dal comm. Robecchi Brichetti  a Gioia T. San.. Eufemia e Battipaglia tutti i vagoni con materiale soccorso provenienti da Monza, Milano, Pavia e Faenza non che gli indumenti provenienti da Palmi e Reggio giunsero regolarmente a questa stazione e furono ritirati dal delegato medesimo ing. Brichetti Robecchi  il quale provvide alle operazioni di scarico ed alle opere di trasporto dalla stazione al rione Pavia.

Qui nulla piů esiste del materiale di soccorso e gli operai sono stati  regolarmente pagati dal suddetto ingegnere.

Bagnara 10 maggio 1909                                               Il capostazione G. De Marco

lettera asilo de leo

Asilo De Leo                                                                       Bagnara  Cal. 27 aprile 1909

BAGNARA

Gentilissimo sig. commendatore Le sarei grato se vorrŕ regalare all’asilo infantile da me fondato in questa cittŕ cinque letti corredati di biancheria e coperte.

Sicuro che la mia preghiera non Le reca disturbo e vorrŕ accoglierla. Trattandosi di opera di caritŕ di cui Ella e tanto largo, La prego di accettare i miei piů distinti saluti ed i miei anticipati ringraziamenti.

Suo devotissimo Antonio De Leo

lettera 1

Lettera del Ministero della Marina dell’aprile del 1909

 

 

 

lettera 10

Documento firmato dal dott. Arena

Attesto che Maria Ciccone, moglie di Pasquale soffre da molto temo di cachessia malarica e spesso č costretta ad abbandonare la sua abituale residenza (s. Ferdinando di Rosarno), per rifugiarsi in questo suo paese natio e curarsi.

Bagnara cal. 3 maggio 1909.

A.      Arena

 

 

lettera dott candido

Lettera del dott. Cesare Candido

Signor. commendatore ing. Robecchi Brichetti                                           Bagnara Calabra

Conscio dell’interesse che lei ha palesato perché la distribuzione delle baracche e dei letti con filantropico slancio donati dalla generosa Pavia di cui lei č fra noi il benemerito rappresentante, riesca di sollievo a chi piů ne abbia il bisogno, mi permetto di formularle il nome dell’afflitta Maria Pavia, rimasta priva di tutte le masserizie e col marito reduce dall’spedale di Napoli ed ora sotto la mia cura perché affetto di fistola anale; acciň le venga dalla sua generositŕ il sollievo di due letti per lei, il marito e due bambini.

Tanto sperando distintamente, la ossequio,  grato a lei e alla per noi  cara Pavia.

Devotissimo dott. Candido Cesare

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Lettera del dott. Carlo Spoleti

Vengono tutti da me a chiedere grazia, ed io imploro da lei ottimo ed illustre rappresentante del comitato di Pavia affinche’ voglia accontentare questa povera disgraziata in qualche suo bisogno grazie, e gratitudine infinita alla nobile Pavia.

Devotissimo dott. C. Spoleti

 

 

 

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Bagnara 28 aprile 1909

Ill’mo signor commendator ingegner Robecchi  -  Bagnara

La sottoscritta madre di quattro figli, avendo perduto tutto a causa del terremoto rivolge calda preghiera alla S. V. perché si benigni di aiutarla essendo priva di indumenti e di tutt’altro.

Sicura  della magnanimitŕ della  S. V. con rispettosi saluti

Devottissima  -  Grazia Oliverio

lettera scuole elementari2

Bagnara 9 maggio 1909

Questo corpo insegnante riunito in sezione dell’U.M.N. nell’inaugurare le due grandi baracche destinate per uso delle scuole elementari pubbliche nel nuovo quartiere costruito dalla munificenza del Comitato provinciale Pavese mercč il pensiero e l’opera indefessa del suo delegato Comm. Ing. Luigi Robecchi Brichetti manda un saluto riconoscente alla forte Pavia e un voto di plauso al geniale benemerito sig. Robecchi espresso dai maestri di Bagnara  col presente modestissimo autografo:

Al delegato del comitato provinciale Pavese pei danneggiati dal terremoto Calabro-Siculo

Comm.Ing. L. Robecchi Brichetti

I maestri elementari di Bagnara Calabra -1909

Seguono le firme del direttore didattico Giuseppe Minasi e degli insegnanti Girolamo Fiumanň, Gregorio Cardona, Domenico Isaia, Tommassina Marzano, Sarina Corigliano,  Marianna Versace, De Leo Francesca e Giovanna Macrě.

lettera municipio

12 febbraio 1909

Giuseppe Leonardis fu Paolo

Ripongo preghiera alla S. V. se voglia compiacersi destinare un locale fuori dalla zona ove sorgono le baracche del benemerito comitato Pavese per costruirsi il porgitore – guardia Leonardis – una baracca per la sua famiglia e col suo materiale.

Con ossequi

Il sindaco A. De Leo

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Addi 28 febbraio 1909

Essendo stato d’accordo con V. S. Ill.ma per la costruzione del locale al segretario comunale allo scopo di impiantare la sua baracca nel giardino ove farŕ sorgere il villaggio Pavia, io ho autorizzato l’occupazione stessa tanto che il Marzano ha fatto a proprie spese recidere gli alberi. Mi vien riferito intanto che Ella ha ingombrato di materiale da costruzione l’area concessa; e poiché il Marzano deve dare inizio all’impianto della baracca, La prego nei limiti del giusto e dell’equo di fare il possibile di rendere libero il terreno.

Con stima

Il sindaco  Andrea De leo

 

lettera municipio 3

Bagnara li 12 Aprile 1909

Nulla osta che a sia concessa la costruzione della baracca all’avv. Giuseppe Pugliese nella zona del baraccamento Pavia al posto che V.S. creda opportuno e che non arrechi disturbo alle baracche predette.

 

 

lettera municipio 2

Bagnara 31 gennaio 1909

Pregiami far tenere alla S.V. I. la unita pianta plam.  del terreno espropriato al sig. avvocato Francesco Mauro per la costruzione delle baracche del benemerito comitato di Pavia.

Col massimo ossequio

Il sindaco Andrea De Leo

 

 

 

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Bagnara 24 febbraio 1909

All’ Ill.mo Signor Ingegnere Comm.re Robecchi

Per imprescindibili necessita di servizio ed disciplinare ho dovuto sin da ieri abolire le guardie ai vari cantieri di costruzione affidandone la custodia a guardiani borghesi. Sono pertanto costretto a sospendere da questa sera la guardia che il distaccamento faceva al cantiere Pavese.

Nella considerazione che oramai č necessario distogliere il meno possibile la truppa dalle normali sue applicazioni, informo V. S. Ill.ma che non potrň piů concedere soldati per lo scarico del materiale pavese. Ho ufficiato  per altro il capitano del Genio affinchč  compatibilmente con lo speciale servizio cui attuano i zappatori continui a fornire al comitato un drappello dei soldati del Genio.                                                                        

 Ossequi   IL MAGGIORE COMANDANTE DI ZONA Marino

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Onorevole comitato pavese – suo delegato commendator Ing. Robecchi.     4 maggio 1909

Il sottoscritto albergatore con ristorante dei fiori prega codesto onorevole  comitato e per esso il commendator Robecchi. Prega V. S. Ill.ma concedergli numero 3 letti pel suo esercizio avendo sopportato danni rilevanti col terremoto del 28 dicembre 1908.  Nell’anticipare vivi sentiti ringraziamenti a codesto onorevole comitato e il comm. Robecchi.

Mi dichiaro suo devotissimo Polimeni Domenico albergatore.

 

Lettera del Ing. Brichetti al comitato per comunicazioni urgenti