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ARCHIVIO STORICO FOTOGRAFICO BAGNARESE Terremoto 1908: 100 di questi anni?
Padreterno tanto buono sento in lontananza un tuono. Padreterno buono e caro può il futuro essere amaro? Sai che fai… fammi pensare ce sta ‘o sole… ce sta ‘o mare… c’è la terra sempre in moto… ci son mille fior di loto… … Per amor della tua gente non puoi far finta di niente. Per amor della tua gloria fa che cambi un po’ la storia!
Ok, sarò chiaro. Mi lancio ancora una volta (il presente è un approfondimento del mio articolo pubblicato sul numero di dicembre 2008 di Inscena Magazine) nella stesura e nella ricomposizione dei fatti legata ad una visione delle cose che possa prescindere dal singolo avvenimento ma che lo evidenzi in quanto fatto palese e catastrofico dal quale si può solo pensare di imparare per ripartire in maniera cosciente. Le nozioni geologiche ed i numeri del disastro sono facilmente reperibili lontano da queste poche righe. Dilungarmi potrebbe tra l’altro allontanarci da quanto possa essere invece l’analisi di tutti quei numeri, di tutte quelle vite, di tutto quanto accaduto durante e successivamente a quel disastro comunitariamente e tragicamente condiviso. Ci sono secoli di storia e milioni di storie che si intrecciano attraverso questo lasso di tempo. La vulnerabilità che scaturisce da ognuna di queste debolezze, se così vogliam chiamare le crepe di ognuna di queste storie, le ha rese attendibili solo nel momento stesso in cui la cosa fosse stata “di fatto” ritenuta concreta. In caso contrario, ci affacciamo dal balcone della fantasia ed assistiamo con piacere, magari con stupore e curiosità, a quello che può rappresentare una bella filastrocca inventata solo per farci stare meglio o farci pensare a quanto stia accadendo. Documentandomi sul terremoto che sconvolse le nostre terre, considero il termine “nostro” nel suo senso più aperto e umano possibile, trovo che il giornale umoristico messinese “Il Telefono” pubblicò, giusto qualche giorno prima di quel fatidico 28 dicembre 1908, una filastrocca che recitava: O bambinello mio / vero uomo e vero Dio / per amor della tua croce / fa sentire la tua voce. / Tu che sai, che non sei ignoto / manda a tutti un terremoto… (estratto da Frammenti Tellurici, Domenico Loddo, ed. Città del Sole). Troppo facile rileggerne i significati a cento anni di distanza. Probabilmente lo stesso scrittore non avrebbe potuto immaginare con tanta precisione ciò che sarebbe successo di li a qualche giorno. A meno che non si fosse trattato di una veggente. Ma… “una profezia in chiaro non sarebbe più una profezia, ma una previsione (…) Vaghezza, ambiguità, simbolismo, metaforicità, retrodatazione, catastrofismo, appello all’ispirazione divina sono caratteristiche che rendono le profezie soggette alle poetiche leggi di libera interpretazione o invenzione tipiche dei fenomeni letterari… (estratto da Il Matematico Impertinente, Piergiorgio Odifreddi, Tea). Dunque si tratta solo di ricompattare ciò che era un sentimento che scorreva nelle vene dei nostri nonni, o dei loro padri. Cosa accadeva di così particolarmente grave da far scrivere quelle parole? L'Italia litigava con l'Austria per la costruzione di una ferrovia dalla Bosnia al confine della Macedonia, una questione di appalti per i quali gli industriali italiani avrebbero dovuto combattere in quanto interessati all’apertura dei mercati Balcanici con conseguente avvicinamento a quelli mediorientali. Gli studenti italiani a Vienna furono oggetto di scherno ed attacco diretto. Gli screzi proseguirono ma il ministro Tittoni prima, e Giolitti poi, stemperarono l’ambiente con dichiarazioni come: “Non c’è pericolo per la pace, non è in giuoco l’onore del Paese!”. Il giornale viennese Danzer’s Armèe Zeitung chiudeva nel frattempo l’anno con l’invito rivolto ai vertici militari imperiali a trarre occasione dalla difficile situazione causata dal terremoto. Non era il tempo della principessa Sissi, mi pare ovvio. Era l’8 marzo del 1908 il giorno in cui a fronte dello sciopero indetto dalle operaie dell’industria tessile Cotton di New York, sciopero motivato dalle inumane condizioni lavorative alle quali avrebbero (perché mai poi avrebbero?) dovuto continuare a sottostare, l’imprenditore Mr. Johnson decise di rispondere chiudendo le 129 operaie all’interno dello stabilimento ed appiccare il fuoco che le uccise. Appena il mese successivo, le donne italiane, riunivano a Roma in un Consiglio nazionale che ponesse all’attenzione la questione legata al lavoro femminile ed al salario equiparato a quello dell’uomo, le leggi contro lo stupro, il diritto al voto… Certo, un piccolo e veloce riepilogo ci dice che il 7 marzo nasceva Anna Magnani, il 5 aprile Bette Davis, il primo maggio Giovannino Guareschi, il 9 settembre Cesare Pavese ed il 27 dicembre, coloro che avevano chiuso il ciclo di alfabetizzazione, si sarebbero potuti distrarre tra le pagine del primo periodico a fumetti della storia della stampa italiana: il Corriere dei Piccoli. L’11 di marzo moriva Edmondo De Amicis, e nello stesso anno si perdevano le tracce di Butch Cassidy, la cui morte risulterebbe essere una messa in scena per depistare il governo americano, alla continua ricerca del bandito già a capo del famigerato Mucchio Selvaggio. Certa è invece la presenza dell’ex direttore del giornale satirico “Don Marzio” Raffaele Villari a bordo di una nave russa ormeggiata a Messina e sulla quale era stato soccorso e curato, inutilmente, dalle tremende ferite riportate il 28 dicembre 1908. Probabile che i più ricordino la fondazione dell’Internazionale Milano F.C.. Il che non significa che lo scenario fosse necessariamente deprecabile né obbligatoriamente roseo. Facile che si trattasse di un anno come lo sono tutti gli anni, con le sue giuste ingiustizie e con i suoi squilibri giustificati dalla necessità e dalla ricerca di un equilibrio stabile raggiungibile attraverso un bel conflitto mondiale. È la storia che si intreccia. Le storie che si ricordano e che ancor meglio vengono ricordate. Non è quel che chiamano nostalgia: è piuttosto una scuola di vita imprescindibile, un bacino di acque sotto le cui cascate si può soltanto godere del flusso continuo della conoscenza. La storia ci da torto... ammettiamolo! Potremmo utilizzare il nostro (il vostro) cellulare di ultima generazione per chiamare gli aiuti e farli accorrere al nostro capezzale della preoccupazione dovuta ad una incapacità nell’allacciarsi le stringhe delle scarpe. Potremmo collegarci ad uno dei milioni di siti internet alla ricerca della veridicità delle informazioni fin qui proposte con la certezza e la solidità di un confronto equo e di certo capace di smentire tutto quanto e di confermarlo due righe dopo. Potremmo cercare l’amore in un salotto televisivo accontentando la grande famiglia catodica avara di entusiasmi ma prodiga di buoni consigli che sulla carta, la carta stessa che ne asciuga le lacrime dissalate, propone la verità assoluta. Potremmo attaccarci a questa verità assoluta come uomini ragno che poi tanto “i ragni non fanno così schifo come pensavo”. Potremmo ricrederci dalle nostre convinzioni e seguire le parole di Gesù, la biologa Michela Gesù, che assieme al collega ricercatore della Banca del Cordone Ombelicale di Sciacca, l’ematologo Calogero Ciaccio, teorizza sulla convinzione che il randon (un gas dell’uranio presente in alcune rocce ed emesso dal sottosuolo prima e durante le scosse sismiche) abbia influito in maniera determinante alla modifica di una componente del Dna (l’allele Dr11) dei calabresi e dei siciliani. Potremmo riesumare un campione di quelle innocenti vittime ed analizzandone i caratteri genetici donar loro una nuova esperienza di terremoto, questa volta, guidato dalle milizie della scienza moderna. Potremmo scappare su un altro pianeta con una navicella e metterci piede per costruirci innanzitutto una statua in memoria di Yuri Gagarin e smetterla di chiedersi perché il caso abbia voluto che il primo uomo nello spazio abbia trovato la morte nello schianto di un caccia militare sovietico, alle porte del villaggio di Novosielovo. Potremmo (e non escludo che la comodità della scelta potrebbe risultare allettante a molti) far finta che non sia successo nulla; che le cose proseguano nella loro indipendenza; che le possibilità future sono talmente inimmaginabili da immaginarsi proiettati nello spazio-tempo in un batter d’occhio; che tutto e niente siano un cane impazzito che si morde la coda. Potremmo fare davvero del nostro meglio per trarne gli insegnamenti ritenuti opportuni ma siamo davvero (e per davvero non smetterò mai di precisare che si tratta di “davvero davvero”) certi che, stando a tutto quanto abbiamo la fortuna di conoscere, ci si possa realmente augurare altri 100 di questi anni?
Francesco Villari
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