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Pensieri semiseri quotidiani tratto da Spigolature di Franco Caratozzolo “D” come devozione
La devozione che lega il popolo cristiano alla madre di Gesù è antica quanto l’origine del Cristianesimo. Il calabrese, storicamente, ha un rapporto talmente forte, viscerale,da assumerla come le braccia in cui ripararsi nei momenti di pericolo più estremo sotto la forma di epidemie, carestie, assalti pirateschi o per lo scompiglio creato da una natura bella e violenta, da lasciare segni indelebili su corpi e anime, nelle forme di terremoti o alluvioni. Devozione totale che quasi mette in secondo piano “figlia del tuo figlio” il suo creatore. Ma sappiamo anche che ciò che conta nel vero cristiano è “l’intenzione” con cui agisce e prega. Maria, madre di Gesù, sotto la multiforme immagine o località in cui è venerata, assolve il suo compito di protezione o risolutrice dei vari problemi che affliggono l’essere umano che nell’immaginario collettivo è punto di riferimento di vasti strati sociali, sapendo che è sempre unica e sola. Così diventa la Madonna nera probabilmente perché nel medioevo difendeva i pii dai bruni pirati saraceni o perché sempre nel periodo considerato, fu trovata sulla riva del mare la statua di una madonna di fattura nera, probabilmente scolpita dai primi saraceni vissuti in Spagna e convertitisi al Cristianesimo. La Madonna della montagna di Polsi tanto cara alla buona e, particolarmente, alla cattiva gente. La Madonna dei poveri e basta per affermare di chi è la protettrice e decine di altre diciture e nomi. In ogni particolare difficoltà della vita vi era una madonna particolare e Maria dalle grandi braccia accoglie tutti indistintamente vestita di carità, semplicità, altruismo, umiltà: “sono la serva di Dio, si faccia di me secondo la sua volontà”. Questo è il più grande testamento spirituale che mai donna ricca e potente avrebbe potuto lasciare ai suoi figli. Eredità incarnata da colui che rappresenta, tra i cristiani, l’uomo in tutte le accezioni geografiche o antropologiche o di pelle: Gesù il Cristo, vestito con il candido abito della carità, semplicità, umiltà. Anche i marinai gioiesi hanno una Maria come protezione: Maria ss di Portosalvo, rappresentata da una statua di donna col figlioletto in braccio mentre con l’altra mano tiene un’ancora, porto sicuro contro ogni pericolo. Diversi anni fa alla marina si festeggiava pure un’altra Maria: quella del Soccorso, il quattro di agosto. Evidentemente non ha avuto più tifosi ed è scomparsa dai riti festaioli. Ribadisco, per ricordarlo prima a me stesso poi agli altri, che tutto ciò che si fa nell’ambito religioso dipende dallo spirito o intenzioni con cui si agisce. E di Devozione e virtuose intenzioni l’ambiente marinaro ne ha sempre avuto, senza necessarie “spettacolarizzazioni”(‘i ‘mbuttaturi” dopo la processione a mare, viene portata di corsa in chiesa, non si sa perché!). Guardiamo la chiesa, quella vecchia però e naturalmente in fotografia non l’obbrobrio attuale costata un occhio della testa!, la costruzione è divisa in due parti, da livello terra fin sopra il portone d’ingresso era un muro spesso pieno di grossi sassi e mattoni messi alla rinfusa. Ad un certo punto il muro terminava e la parete esterna proseguiva in legno ricoperto di calce come la parte posteriore che si elevava di un piano circa. Si dirà cosa c’entri tutto ciò con questo discorso. Erano diversi anni (molti) che la gente marinara bramava una chiesa alla marina per pregare. Difatti per poterlo fare si recavano a piedi dalla marina a Gioia centro(piano delle fosse)lontana un chilometro circa. Per devozione si faceva volentieri quel tragitto. Ma il duomo di Gioia centro era piccolo e molto spesso i nostri lo trovavano talmente pieno, da rimanere fuori dal luogo di culto. Così un bel giorno tale Scarcella Domenico decise di scrivere al Vescovo chiedendo la costruzione di una chiesa nella zona marina, ormai abitata da una numerosa comunità di persone “che ha diritto di pregare e non rimanere fuori della chiesa principale perché anche noi siamo cristiani.” Il Vescovo rispose che al momento non avevano fondi in quanto si stava completando la costruzione della chiesa nel rione ferrovieri o quartiere S. Maria( chiesa dedicata all’Immacolata Concezione). I marinai per devozione decisero di cominciare a fare i primi passi. Ogni veliero che rientrava a Gioia marina avrebbe portato con se pietra lavica o di altra natura utile alla costruzione. I proprietari dei carri o traini s’incaricarono di trasportare il materiale nel luogo destinato alla costruzione della futura chiesa(terreno donato, forse, dalla marchesa Aiossa una nobile grande proprietaria terriera). Né i marinai né i carrai volle un soldo per questo lavoro. Era devozione questa? Io credo di si. Devozione a Maria di Portosalvo era anche il momento del varo del veliero: questo poggiato su delle traversine di legno lubrificate con grasso, aveva necessità di essere sbloccato vincendo l’inerzia della pesante massa. Si trattava di un’operazione delicata. Guidava l’operazione il capobarca con queste parole: “ ‘a Madonna ‘i Portusalvu pemmi ‘nd’aiuta!” tuttii marinai posti attorno, attorno al natante, alla fine della litania muovevano il pesante legno all’unisono, se il natante mosso non si sbloccava, si ritentava l’operazione con la ripetizione della giaculatoria mariana. Devozione era anche il desiderio di portare in spalla la “stanga” dove s’ incuneava la statua per irrigidirla. Anche l’idea della fuitina, importata da altri posti della Calabria, geniale per spettacolarità, che importa sul posto migliaia di persone è devozione. Ma senza spettacolo le messe sono sempre più vuote!
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