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ARCHIVIO STORICO FOTOGRAFICO BAGNARESE " La mia Bagnara e dintorni " rubrica a cura del Dott. Tito Puntillo TIPI DA SPIAGGIA Mi tornava questa Estate, stando seduto sotto il poggiolo di un lido e mentre guardavo la poca gente (quest’anno poca davvero) sotto gli ombrelloni, una vecchia canzoncina di Johnny Dorelli: “Tipi da spiaggia”, un piccolo rock dalla musichetta piacevole e le parole ficcanti. Mi domandavo quindi come la vita a volte si diverte colla gente ma anche come la gente “si arrangia” colla vita da vivere. Collego un po’ di fatti di cronaca in modo che insieme si riesca a svolgere alcune considerazioni utili affinché alla fine si possa passare qualche piacevole momento assieme. Io ho provato in passato a condurre una tranquilla vita da spiaggia. Quando eravamo bambini ci si riusciva alla grande perché non c’era tutta quella gente che adesso affolla i bagnasciuga e si stava felici a giocare stando in tanti bambini tutti assieme (e se notate, oggi i bambini non stanno più assieme sulla spiaggia, così come non se ne vedono più, a frotte, giocare sulla piazze. Solo qualche fanciullo starnazzante che gira intorno alle mattonelle, saltella, grida, corre spiaccicando le scarpe, e tutto appare senza un senso). E guardavamo con curiosità le donne di una certa età che, tenendosi per mano in cerchio, vestite di lunghi camici bianchi, s’immergevano nel mare e, ohops!, su e giù, su e giù. E vi ricordate i vecchietti che si affossavano nella sabbia sotto il sole cocente, con libero solo il viso e un ombrellino nero per riparare gli occhi dal bagliore? E gli ombrelloni foderati a mò di cabina? Oggi è impossibile. Perdonate se “standardizzo” i fatti, ma sono certo che una volta che ognuno di voi li avrà opportunamente declinati, si troverà d’accordo, ognuno dal suo punto di visione, con me. Vediamo dunque una giornata al mare. Alle otto è obbligo il passaggio al Bar di De Forte (sono cresciuto all’angolo del Bar da quando ho imparato a camminare!...) per il mezzo caffè freddo con granita, si salutano i pochi amici che sono riusciti a tirarsi giù dal letto a quell’ora antidiluviana e quindi alle otto e mezza, con La Stampa, Gazzetta del Sud, La Gazzetta dello Sport e una buona rivista, per esempio “Medio Evo”, si scende a quello che adesso è Cannet Beach. La pace regna sovrana. Lo sciacquio dell’acqua sul bagnasciuga è lievissimo. Quasi davanti un paio di bagnanti sono immersi a metà e dialogano cordialmente. Più in là, una mamma fa un tenerissimo bagnetto a un bambino che sgambetta nell’acqua felice fra le sue braccia, al largo la Signora Americana passa nuotando lentamente colla sua inconfondibile cuffia bianca, e pensi com’è fantastico il rapporto fra la natura e gli esseri umani! Quindi la sedia sdraio che ti accoglie è come una manna. Che bello! Mi tuffo nell’Editoriale, leggo con piacere, ogni tanto smetto e mi guardo attorno pensando che sono, alla fine, un Bagnaroto fortunato. Il tempo passa veloce. Sono da poco passate le nove e mezza. Arriva un primo gruppo compatto che prende possesso di una serie di ombrelloni alle mie spalle. Non riescono a mettersi d’accordo sulle sedie sdraio e quelle di plastica. Non si trova l’olio abbronzante, qualcheduno deve averlo dimenticato a casa mannaggia! No il ragazzone non deve ancora fare il bagno perché ha appena mangiato una brioche con gelato al cioccolato e panna (circa 600 calorie per 80 chili di ragazzone), il ragazzone insiste, piagnucola finché la zia intervene con voce squillante per spalleggiarlo, al che un familiare risponde che per favore, la smetta sennò poi ci va lei a fargli passare il mal di stomaco. Così apprendo anche cosa mangeranno all’una, dove andrà il padre la sera, che nel pomeriggio la zia farà una dormita e che la ragazza s’è sentita col fidanzato che è ancora a Milano, finalmente. Nel durante di tutto questo, una moltitudine di ragazzi occupa l’ombrellone di destra. Parlano, soprattutto le ragazzine, con una cadenza scialacquata, quella per intenderci che fa diventare “cioè” = Sc(i)ée e nel parlare, usa una cantilena a ping pong. Dimostrano in questa maniera, di essere evolute, disinibite, al passo coi tempi, perché si sono fatte stampare in corrispondenza dell’osso sacro, la classica freccia stilizzata colla punta rivolta all’ingiù, ovviamente senza sapere il significato di quel simbolo, altamente erotico-invitante. E gli argomenti sono quelli classici: il ragazzino che fa la corte, il professore che si poteva risparmiare tutti quei compiti per le vacanze, la pizza per la sera e dove andiamo a ballare. Adesso so, alle dieci e un quarto, mentre leggo un interessante articolo sulla fine dei Templari e il ruolo di Filippo il Bello in quel massacro, cosa farà la famiglia del ragazzo della brioche da 600 chilocalorie, come si chiamano gli amori di tutte le ragazzine dell’ombrellone accanto, in quanti saranno per la pizza della sera e dove finalmente si sono tutti messi d’accordo per andare a ballare. Tutto mischiato insieme s’intende. Passano cinque minuti, durante i quali le ragazzine decidono di andare sul bagnasciuga a giocare a pallone. Il gioco consiste nel lanciarsi il pallone l’uno con l’altro senza farlo cadere. E’ un gioco idiota perché serve a niente, neanche a divertirsi. Si fa solo perché si deve fare nel contesto, penso. Il risultato è tragico: arrivano pietruzze di schiccio mischiate ai gridolini delle ragazze e spesso il pallone transita minaccioso accanto alla mia rivista bella nuova che sto sfogliando. Dieci e mezza. Improvvisamente alle mie spalle una specie di urlo. Un bagnaroto impiegato pubblico a Reggio che mi pare “in congedo” tutte le volte che scendo a Bagnara, ha appena depositato la roba sotto un ombrellone, con bambini al seguito e moglie nella parte di (ex)bambina innamorata-come-la-prima-volta. Grida a un amico che sta a dieci ombrelloni di distanza, fermo, in piedi sotto il sole, con lo stomaco dilatato e un cappellino floscio in testa, che l’Inter quest’anno spaccherà il culo ai passeri, soprattutto dopo che la Juve ha venduto Inzaghi. Ovviamente Stomaco Dilatato risponde per le rime e così va avanti la scena per dieci minuti di stronzate alla grande, condite con parolacce ignobili, come se in spiaggia ci fossero solo loro. Il tutto mentre 600 Calorie continua a chiedere di andare a fare il bagno, le ragazzine a gridolinare e schicciare pietruzze e la ragazza col fidanzato a Milano a discutere che lei vuole rientrare prima e mammina, emancipata fino a quel momento ma da quel momento non più, che la minaccia di cacciarla di casa. Dieci e quarantacinque: tre ombrelloni di sinistra vengono occupati, in sequenza di circa cinque minuti da altrettante matroncelle. Si tratta di signore atteggiantesi a media borghesia bagnarota solo perché i mariti sono: Impiegato in Banca con cinque anni di anzianità e il lavoro all’Ufficio Cassa Cambiali, Impiegato di 1° livello alla Posta Centrale e Vicedirettore Primo Aggiunto di seconda classe al Catasto. Quest’ultima matroncella, tira l’aria talmente tanto che, se fisicizzassimo la scena, produrrebbe uno scirocco impetuoso con mare forza dieci. Le Bagnarote di una volta le denominavano: “culu tisu”. Si muovono in continuazione per sistemare indumenti e quant’altro, producendo un rumore fastidioso per via degli abbondanti monili alle braccia e collane scintillanti al sole. Giunge anche un lieve fetore di crema untuosa, spalmata in abbondanza e, insomma, tutto quanto le copre risponde al criterio dei parvenu: “ti faccio vedere quanto ho, così schiatti”. Ovviamente anche l’oggetto delle discussioni sta sopra i toni standardizzati, sicché apprendo che il figlio dell’impiegato postale è in gita a Londra colla fidanzata, che è una Labozzetta di Reggio (mah!), che il bancario non scende a mare perché sta seguendo un corso di inglese, ma apprendo dopo dieci minuti che non è la Banca ad averlo proposto al bancario, ma è il medesimo che sta acquistando un corso a dispense in edicola, e infine che al Catasto hanno organizzato una cena colla partecipazione del Prefetto e quindi la relativa matroncella è in agitazione perché l’abito di Fiorucci è troppo chiaro. Dovrà dunque recarsi a Reggio per vedere se trova qualche cosa da mettere. Sono ormai all’attuazione della congiura ordita dal Re di Francia col Papa per sterminare i Templari, ma la confusione è grande e s’innalza di botto perché adesso, che sono quasi le undici, una radio s’accende non so dove fra gli ombrelloni retrostanti e inonda la spiaggia di musica tipo rap, quella che in pratica si riduce ad essere una sequenza ininterrotta di tonfi di martelli sbattuti su un tamburo. Tutto continua a mischiarsi e comincia a fare anche caldo. Undici e un quarto: due ombrelloni a destra. La truppa è numerosissima. Praticamente quattro famiglie si distribuiscono i due ombrelloni. Non sono parenti ma amici che hanno deciso di stare assieme un giorno al mare. Ci sono sei bambini, dei quali quattro di circa cinque/sei anni, e due in tenera età. Le due mamme sono delle floride ragazze classiche meridionali per via dei capelli, le sopraciglia, le forme tondeggianti, ma si vede che producono sforzi inumani per sembrare settentrionali, sicché alla fine appaiono fuori dal mondo. Parlano strascicato, con qualche “né” in mezzo e chiamano in continuazione i figli perché facciano cose che i bambini fanno senza bisogno di essere chiamati in continuazione. Sono: Mattia, Sharon, Deborah, Alessio, Matteo, Alexia. Dei genitori, dopo dieci minuti avevo già memorizzato i nomi, prettamente meridionali, ma tutti rigidamente settrentionalizzati, così ad esempio, Melo si è restituito Carmelo e Ciccio s’e restituito Francesco, mentre una delle floride mamme, a nome Carmela, era divenuta Carmen e l’altra, a nome Concetta, Conny. Immediatamente dopo la sistemazione sotto gli ombrelloni, due nonne estraggono da una capace borsa un contenitore con cotolette, un rotolo di pane di Pellegrina, una bottiglia da due litri di Coca Cola, fichi d’india già mondati, una vasetto di ‘nduja da spalmare sul pane e una confezione di mortadella, dichiarata “di riserva” caso mai qualcheduno di quella gente non volesse assumere la cotoletta. Per due delle mamme settentrionalizzate, al posto del pane di Pellegrina, per loro “inelegante”, erano pronte due confezioni di grissini stirati a mano tipo Rubatà, ognuno dei quali era lungo mezzo metro. Inizia il banchetto. I ragazzini azzannano una fetta di pane e scappano sulla riva gridando (di gioia). Le mamme cominciano a confabulare di scene di vita torinesi, i mercati, dove si compra meglio, il prezzo degli alloggi e via discorrendo. I discorsi non hanno una logica, un metro di guida per giungere a un risultato, sono seminati così come capita, tanto per parlare Intanto uno dei ragazzini inizia a chiamare la madre. Vuole farle vedere com’è bravo a eseguire un tuffo alla Weissmuller. Chiama: Mamma! Niente. Riprova cinque secondi dopo: Maammaa! Niente, la madre continua a confabulare colle altre donne. I secondi di intervallo scendo a tre: Maaammaaaa! Niente. Ho già desistito da qualche minuto e lasciato i Templari al loro destino; adesso sto con gli occhi chiusi e freno l’impeto: «rispoondiii a quel demonio, perbacco!» Impreco fra me e me! I secondi si sono persi: adesso “Maaammaaa”! è divenuto un grido di dolore che dal bagnasciuga si leva disperato verso l’ombrellone. Finalmente la mamma si gira: “Mattia! Che vuoi?”. “Guarda come mi tuffo!” E il bambino fa un saltellino all’inpiedi e si cala un poco nell’acqua, diritto, fino alla cintola. Tuffo terminato. Lo guardo con piglio feroce… Ma non c’è tempo, perché mentre questa scena si svolge, l’altra mamma chiama in continuazione Alexia, che non vuole uscire dall’acqua e urla con voce tesissima, minacciando. Ma Alexia, imperterrita, continua a stare nell’acqua, con le labbra viola e tutta tremolante. “Alzati! Vai a prenderla, no?” impreco fra me e me alternando l’imprecazione con l’invito supplichevole all’altra mamma di girarsi e guardare il figlio che vuole tuffarsi. E intanto 600 Calorie si tuffa in continuazione, liberato dalla mamma. Esce dall’acqua, va indietro di qualche metro e poi, di corsa, si rituffa nell’acqua. In continuazione e ogni volta urlando con tono da licantropo. E intanto ancora continua la discussione telegrafica fra i due ombrelloni distanti cinquanta metri l’uno dall’altro sulla Juve e l’inter, mentre la ragazzina col fidanzato a Milano adesso piagnucola e minaccia a voce tesa che lei se ne vuole andare “e basta”! e ancora le sciocchezze delle matroncine, ora incentrate sui pranzi: una gara a chi prepara la tavola migliore (a un certo punto compaiono anche sei piatti d’oro!) e l’abbondanza di cibo, come ai tempi di Lucullo, quando si divorava di tutto, poi s’andava in un canto a vomitare per potere ricominciare a divorare. Tutto nella norma, penso, compresa la decantazione dei figli: uno di questi, a dieci anni, è talmente bravo in matematica che il maestro stesso è rimasto di stucco, dicendo alla mamma che è veramente un genio. Penso: i genii si sprecano sulla spiaggia, questo pare pronto a sviluppare i calcoli per il lancio di un missile intercontinentale, come l’altro genio decantato un poco prima, che è “padrone” delle lingue estere “con facilità” e, al solito, il professore è sconcertato, ecc. Adesso la spiaggia è piena. E’ quasi mezzogiorno. Una delle nonne a destra inizia una sequenza che mi fa restare di ghiaccio. Spiega della figlia, che intanto s’è finalmente alzata per andare a prendere Alexia, e di come è divenuta un personaggio importante in Fiat partendo da zero. Adesso affino l’udito. Ma la conosco? Faccio fatica, perché il turbinio è divenuto una specie di palcoscenico ove si recita un’opera buffa napoletana. Tutto è mescolato, niente sta fermo, nessuno pensa a rilassarsi, sembra una gara a chi si fa notare meglio e di più. E io sono stordito dal fetore delle creme che ormai stagna lungo la rena per metri e metri. Faccio fatica per ascoltare, ma mi interessa perché finalmente mi pare di averla già vista quella ragazzona. Ma dove? La mamma della ragazzona diventa irrefrenabile e il suo racconto si snocciola veloce. La carriera della ragazza iniziò dalla gavetta e da quel momento non s’è più fermata e mai c’è stato un impasse, un evento spiacevole, perché la ragazzona ogni volta che calava una carta, faceva scopa. Un fenomeno! Naturalmente conosceva l’Avvocato, che la salutava ogni mattino quando arrivava al secondo piano, sbarcando dall’elicottero che atterrava sul tetto, ma anche l’Ingegnere Romiti e il Dottore Comoglio. Insomma: tutte le alte sfere della Fiat la conoscevano e la rispettavano e questa narrazione impossibile da ascoltare senza scoppiare a ridere, era intercalata in continuazione dall’espressione: “perché mia figlia è molto stimata e si fa volere bene da tutti”. Finalmente una ascoltatrice trova il coraggio, intimorita da quel fenomeno di ragazza che sta riportando sotto l’ombrellone Alexia tenendola per i capelli e digrignando i denti minacciosa, di chiedere alla narratrice: “ma adesso cosa fa la ragazza”? “Ahahaa!” esclamò la mamma, “adesso è stata promossa, perché è divenuta Responsabile dei Servizi della Direzione Commerciale della Fiat, a Mirafiori”. “Perbacco!” mi venne spontaneo un sussurro. Ora l’avevo perfettamente focalizzata, anche perché la bimbona mi aveva notato e mi guardava in continuazione. Si trattava di una brava ragazza, lavoratrice indefessa dipendente di una Società di Servizi che, nel nostro piano, appunto il secondo, aveva il compito di tenere sempre in ordine i bagni, sostituendo la carta igienica e le tovaglie di carta e passando cloro e deodorante sui lavabi ecc. Basta! Mi alzai di scatto con l’intenzione di annegare la mia disperazione nell’acqua fresca. Feci esattamente tre passi e mi arrestai di colpo. Davanti a me il mare era colmo di gente, capitanata da Stomaco Dilatato e il suo avversario calcistico. Avrò contate una trentina di persone proprio davanti a me, in pochi metri quadrati. Forse per distorsione professionale, sviluppai velocemente alcuni calcoli: ci sono almeno trentacinque persone nell’acqua; di queste trentacinque persone, seguendo una consolidata legge statistica, almeno il 60% avrà orinato entrando in acqua; vuol dire che il quel momento, avranno quasi certamente orinato oltre venti… Feci dietrofront, raccolsi velocemente le mie cose, indossai il mio bellissimo Panama e mi avviai tristemente verso la Via Marina. Mentre risalivo, consideravo che passa il tempo ma le persone tardano a cambiare. Mi venne infatti in mente la storia che, sorridendo, si raccontavano sempre la mia mamma colle sue amiche. Non so bene a chi si riferissero, ma la storia era veramente divertente. Raccontava di una donna di Bagnara, tronfia e piena di sé. Ogni tanto le dicevano: “ma come sei bella oggi C…, e che bel vestito che hai!” e lei subito di risposta: “E’ firmatu! U pagai cincumilaliri!” (del 1942). E così raccontavano che lei una volta si regalò, col marito, una gita a Roma, una di quelle dozzinali tipo: visita a San Pietro, benedizione/Angelus, Colosseo, cena a Trastevere e rientro, che nei suoi racconti, divenne una gita trionfale. Alberghi a cinque stelle-lusso, cene gaudiose con suonatore di violino e scampagnia, sciopping in via Condotti e poi incontro con amici altolocati. E poi il botto finale: “al mattino decidemmo di andare, io e mio marito, a salutare S.A.R. il Principe Umberto di Savoia, perché quando venne a Bagnara lui strinse la mano a mio marito che era al Carmine con la delegazione dei Carmelitani (mi venne in mente la scena di Totò che diceva a Peppino De Filippo che avrebbe parlato lui col Vigile “tedesco” perché egli aveva un amico che era stato prigioniero in Germania). E quindi volevamo fargli “una sorpresa”. «Andammo al Palazzo Reale (in realtà era il Quirinale) e dicemmo alla guardia che eravamo amici del Principe e ci fece passare (!?!). Attraversammo il cortile e io bussai al grande portone di fronte. Dopo qualche momento il portone si aprì e comparve Maria José che ci chiese: «desiderate?» e io: «si, vorremmo parlare col Principe», allora Maria José si voltò verso l’interno e chiamò: «Umberto! Ti vogliono!». Non è possibile! Ridevo fra me e me esattamente come quando, da ragazzino, sentivo raccontare quella storia, colla zia che rideva e si asciugava le lacrime e soprattutto, la felicità della mia mamma, bella, serena e felice di vivere. Tito Puntillo
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