ARCHIVIO STORICO FOTOGRAFICO BAGNARESE


LA BELLA SCUOLA CALABRESE, ORMAI PERDUTA

 

Leggevo domenica passata un bel libriccino di una eroica Maestra che esercitò l’attività d’insegnamento in alcune frazioni disseminate sull’Aspromonte ove l’isolamento è ancora una realtà e la vita si svolge “in comunità”, nel senso che tutti sanno tutto di tutti e guai se così non fosse.

Per esempio:

-          Cummari, aundi jiti?

-          Staju Jendu a farmacia pecchì ‘ncesti Melina ki duluri j panza. Ahieri sira si mangiau quattru kakì a ffila e ‘nci ficiru indigestioni…

-          Ah, vabbonu, ma salutati

Notate la domanda: la commare vuole sapere dove sta andando la sua commare. Non sarà possibile sottrarsi!

Notate la risposta. Deve essere dettagliata, perché altrimenti l’immaginazione popolare, che colà corre più veloce della luce, inizierebbe a innescare fantasiose supposizioni, spesso gravi per il soggetto interessato.

Bene.

Stavo leggendo questo libriccino della Maestra Irene Càrastro Mosino e mi ha colpito la riproduzione di un Tema, assegnato a una classe eterogenea di bambini il cui concetto della vita e del mondo è possibile sintetizzare proprio con ciò che svolge una bambina della classe.

 

TEMA: Diario della mia giornata.

SVOLGIMENTO: Stamattina prima di venire alla scuola, sono andata nella campagna a lavorare e dopo a prendere l’acqua, dopo ho fatto mangiare il mio fratellino e dopo l’ho messo a dormire, e dopo che ho sbrigato i serbizzi (le faccende domestiche)sono venuta alla scuola. All’uscita dalla scuola sono andata per raccogliere le ulive e poi sono tornata a casa e ho mangiato e lavato i piatti. Dopo che ho lavato i piatti mi sono detta le preghiere e sono andata a letto a dormire tutta contenta.

(IRENE CÁRASTRO MOSINO, Felice sera. Maestri in Aspromonte, Jaca Book ed., s.d., pag. 75. Il volume è pubblicato su iniziativa di “Qualecultura” di Vibo Valentia)

 

Potremmo innescare tanti argomenti sofisticati,  ma rinuncio, tranne sottoporre alla vostra cortese attenzione alcune considerazioni di base:

-          la bambina che è immersa in un mondo partecipativo, nel senso che a ognuno tocca un ruolo e un compito e tali incombenze non s’accettano, sono “naturali”;

-          lo svolgimento di tale ruolo produce una sensazione di contentezza;

-          la bambina è un elemento attivo in una società che per molti versi potrebbe apparire agli occhi nostri di evoluti e civili cittadini, arcaica e forse “barbara” nella definizione che certamente ne darebbe un nordista. L’antropologo non sarebbe d’accordo e tenterebbe in tutti i modi di salvare quell’isola felice. Discorso difficile per le nostre menti tarate sulla imposta  e quindi da noi inconsapevolmente subita, Civiltà dei Consumi.

 

E così sull’abbrivo di questo racconto, ho recuperato da un recondito cassetto della mia memoria, alcuni fatterelli di me bambino.

Per esempio: un giorno il Maestro Dato ci lesse la poesia pascoliana della Cavallina Storna. In un tristissimo silenzio generale ci spiegò quella tragedia alla quale il poeta assistette da ragazzo. Nell’angoscia che prese la nostra sensibilità da bambini, si levò dal fondo della classe la vocina di un compagno marinoto che chiese: “Maestro, ma questo Pasculi che vide l’assassino di sò patri, apoi non ‘nci fici nenti a jù cornutu?”.

Un’altra volta il Maestro Dato non venne a scuola perché influenzato. Lo sostituì il Maestro Comi. Quel giorno era particolarmente aulico e fantasioso, così si mise in testa che doveva insegnarci a “ricevere il messaggio poetico” in modo tale che ci colpisse nell’animo.

La poesia incaricata di questa impresa era IL BOVE (T’amo o pio bove/e mite un sentimento al cor m’infondi…ecc.), dove noi avremmo dovuto percepire la sensazione dello sguardo del pio Bove con l’occhio paziente, il suo incedere, l’aulicità della campagna fino a “sentire” un sentimento di pace, obiettivo del Maestro Comi.

 

 

Casella di testo: Una rara foto del Maestro Comi (proprietà A.S.F.B.)
Secondo il Maestro Comi, per potere percepire al meglio la carica, la vibrazione che avrebbe dovuto colpire il nostro animo, la poesia andava recitata senza  la presenza del recitatore, cioè si doveva sentire solo la voce che avrebbe dovuto recitare con musicalità e pathos.

Allora il Maestro incaricò un nostro compagno che a lui parve idoneo allo scopo, ricordo si chiamava Fiorica, e gli disse: “adesso vai fuori dalla classe, e quando ‘nsomma vero somma sei nel corridoio resti accostato alla porta leggermente socchiusa, ‘nsommavero, e quindi inizia a recitare la poesia”.

Disubbidire al Maestro Comi o mettersi a ridere per la probabile scena che si prospettava? Guai!

Il Maestro Comi ti avrebbe fatto mettere sull’attenti accanto alla cattedra, si sarebbe avvicinato e chiedendoti perché stavi ridendo, avrebbe afferrato le tue “garge” (le guancie) e avrebbe cominciato a sollevarti fino a portati all’altezza dei suoi occhi. Una scena terribile, che tutti temevano; sentivamo lo schiocco della bocca mentre si allargavano le garce e in genere la vittima tentava di non lamentarsi, perché appena avesse detto: “ahiahiii” il Maestro Comi avrebbe iniziato a sbatacchiare il malcapitato mentre lo riconduceva sul pavimento. L’alunno sarebbe poi fuggito dietro il proprio banco a smaltire il dolore.

Pinuccio Fiorica quindi prese il testo della poesia, uscì dalla classe, si accostò alla porta della classe e iniziò a declamare: “T’amo o pio bove…”, ira del Maestro Comi, non andava bene! Più pathos!

E così Pinuccio ricominciò. Alla quarta volta andò bene e la poesia si svolse per la classe, accompagnata da ampi gesti della braccia del Maestro Comi, estasiato. Ovviamente la “musicalità” del Pio Bove si sparse anche lungo il corridoio fino alla scalinata centrale, dalla quale, riferì poi Pinuccio, “cattiò” (fece capolino) il bidello che restò colà incredulo.

Quando Fiorica rientrò, ricevette un applauso e subito dopo comparve sulla porta la signorina Dato, che era la Segretaria della Scuola. Girò un paio di volte il capo a destra e sinistra, facendo sbattere i capelli chiaroscuri arruffati come fossero scariche elettriche, fece un gesto col mento tipo “mah!” e richiuse la porta.

“Avete capito ‘nsomma vero somma sommavero, cosa si intende per musicalità della poesia?” ci chiese soddisfatto il Maestro Comi?

“Sihiii” rispondemmo tutti in coro, felici per essere usciti indenni da quell’incubo.

Ma oggi mi chiedo: quanto fu grande quel giorno il caro Maestro “’nsomma vero somma”!

Un grande.

Non per nulla i suoi alunni di allora oggi, da papà e nonni, lo ricordano con immenso affetto.

Tito Puntillo

 

 

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