ARCHIVIO STORICO FOTOGRAFICO BAGNARESE
La grande importanza della cultura e delle tradizioni popolari
di Gianni Saffioti
La grande importanza che hanno le tradizioni
popolari ed il loro studio: come concezione del mondo e della
vita e non in senso pittoresco; ci daranno in futuro dei
risultati molto interessanti se verranno esaminate con metodo
scientifico da veri studiosi e non da storici improvvisati. Se
cosi non sarà il buio persisterà ancora sulle nostre culture e
tradizioni e si continuerà ad assistere al tentativo stupido e
palliativo di associare le tradizioni popolari alle locandine,
agli opuscoletti pubblicitari o supporti magnetici di vario tipo,
che periodicamente vengono distribuiti in maniera massiccia con
la scusa di dare incentivo alleconomia. Il contenuto di
questo materiale è sempre misero e lacunoso, quando non è zeppo
di grossolani errori grammaticali, che fin quando sono fatti da
dilettanti come noi, possono anche passare, ma quando portano la
firma di amministrazioni o scuole, la cosa diventa molto più
seria è preoccupante.
Il folclore bagnarese è fatto di intrecci culturali che nel
corso dei secoli si sono sempre più complicati man mano che il
potere ed il dominio sul popolo e sulla nostra terra cambiava
colore e nazionalità.
Dopo tutti i popoli che sono passati sulle nostre terre
precedentemente allepoca normanna che hanno lasciato segni
più o meno tangibili della loro presenza; dicevamo, dopo i
normanni che storicamente segnano lanno zero della nascita
della nostra cittadina, ancora nuovi padroni ad influenzare la
nostra cultura, arabi, svevi, angioini, borboni, francesi,
piemontesi, e fino alla seconda guerra mondiale col passaggio
ancora degli alleati inglesi e canadesi dietro ai tedeschi.
Tuttoggi la nostra vita e la nostra cultura vengono
enormemente manipolate dai mezzi di comunicazione che
volontariamente o meno, tutti, dai giornali alla televisione,
dalla radio ad internet, fanno a gara ad imporci la loro verità
e volontà.
Se è vero che « a cardata ra cruci » simbolo di prosperità
inciso con le unghie dal fiocinatore sulla guancia destra del
pescespada infiocinato, non è altro che la trasposizione di un
antichissimo simbolo che i cacciatori di orsi usavano incidere
sulla parte destra della testa dellanimale ucciso, volendo
simboleggiare il rombo della sezione del midollo spinale della
preda, di cui erano ghiottissimi; è anche vero che
quotidianamente usiamo sofisticatissime tecnologie derivanti da
evoluzioni di scoperte ed esperimenti semplicissimi che ci
portano indietro nel tempo, alle scienze più elementari senza le
quali oggi non usufruiremo di molti servizi.
Esempi di intrecci di influssi culturali di epoche diverse si
trovano si trovano un po ovunque nella quotidianità
cittadina.
Li troviamo nei racconti popolari che ci parlano di saraceni che
avevano il loro nascondiglio nella grotta delle rondini e che
saccheggiavano il paese e rapivano le donne; oppure nelle storie
confuse di monaci incappucciati che nella notte terrorizzavano la
popolazione.
Si trovano anche nel dialetto, anche se personalmente ritengo
prevalentemente mamertino, dove però ci sono influssi fortissimi
del greco, del latino, dellarabo, dello spagnolo, del
francese e poco anche dellinglese.
E soprattutto si trovano nel modo di essere e di vivere
differente da rione a rione, con maggior attenzione a quello di
Marinella dove varie razze formano una popolazione non certamente
omogenea ma che fino a qualche decennio fa si occupava
esclusivamente di pesca. Grandi uomini bruni di carnagione e neri
di capelli, tipicamente mori, vivono assieme ad altri di tipo
biondo e di carnagione chiara. Gente ancora oggi vigile ad
antiche tradizioni che nel resto del paese sono andate perse,
come a Cunsinna ovvero la presentazione della dote
della sposa; ed ancora il ballo della tarantella, con tanto di
mosse e parole sconce, ballata prevalentemente il giorno della
festa della madonna del rione.
Usanze vecchie e realtà nuove rendono difficile una ricerca
lineare delle tradizioni popolari, sia a Marinella che nel paese
tutto, dove fino alla fine della seconda guerra mondiale, si
viveva quasi a camere stagne, ed ogni rione si interessava delle
proprie attività: la pesca quasi totalmente a Marinella ed al
Canneto, il commercio e quindi lapprodo dei bastimenti al
Rione Valletta, i boschi ed il taglio dei castagni ai mannisi del
rione Porelli, i coffari al centro, al rione inglese ed alla
Valletta, gli artigiani in prevalenza nel vecchio centro
cittadino di via Arangiara e dintorni, assieme a molti
agricoltori e molti depositi di olio o altro genere lungo le
vecchie strade del centro storico aggrappato da Maturano alla
chiesa del Carmine.
Grazie a questo modo di vivere, scarso di comunicazioni, durato
fino alla caduta del fascismo e la fine della seconda guerra
mondiale, le influenze dialettali variano sensibilmente, (ogni
anno comunque sempre meno), da rione a rione, e lasciando da
parte Marinella che in proposito merita uno studio più
approfondito, e non tenendo conto delle frazioni di Solano,
Ceramica e Pellegrina, che hanno dialetti tutti particolari e
completamente diversi dal centro; passando da una periferia all
altra della cittadina, in poco più di un chilometro quadrato di
territorio densamente popolato, le differenze dialettali,
soprattutto delle persone anziane, di chi ha vissuto sempre nello
stesso rione, si sentono tutte.
Di diverse sfumature sono anche i racconti di fatti accaduti e
che hanno fatto storia nella memoria della gente: a secondo se
chi li racconta è o era pescatore o contadino e quindi della
parte bassa o alta del paese, era carmelitano o rosariano, se
nella guerra era stato pro o contro i fascisti, se i suoi
antenati erano del partito dei Bianchi o del partito dei Rossi,
se erano benestanti o vivevano alla mercè di questo o di quel
padrone; e tante altre cose ancora che ci confermerebbero la
difficoltà di trovare una cultura popolare omogenea tornando
indietro di soli pochi decenni.
Fino agli anni del primo dopoguerra(1943 / 45), dunque una
concezione di vita molto più semplice e priva degli interessi e
delle problematiche di oggi, ci dava Bagnara divisa in piccole
società dentro la società, dove si era carmelitani o rosariani,
per De Leo o per Morello, per i Bianchi o per i Rossi, e si
arrivava a litigare in malo modo per difendere questa o quella
fazione.
Discussioni accese e violenti diverbi accompagnavano le bande
musicali cittadine, le decisioni politiche, le feste religiose.
Si racconta che durante il ventennio, due musicanti per un
diverbio venutosi a creare con una persona del circolo Bianco,
uccisero questultimo.
Ed ancora spaccature politiche e posizioni dure ed opposte tra i
partiti quando si doveva decidere di costruire il campo sportivo
occupato abusivamente dai commercianti di legname che li
depositavano i carichi per limbarco sui bastimenti.
Per non parlare delle diatribe fra le congreghe del Carmine e del
Rosario, che sfociavano, e spesso anche oggi sfociano, nel
fanatismo più ridicolo possibile. Da sottolineare alcuni episodi
che vedono come protagoniste alcune donne strettamente rosariane
che la domenica di Pasqua in occasione della ffruntata
, se per caso il tempo si metteva a male tanto da pregiudicare lo
svolgimento della funzione religiosa, buttavano giù in strada le
polpette che avevano preparato per il pranzo e le lasciavano
rotolare lungo la discesa del Rosario dimenandosi il petto ed
invocando la Madonna del Rosario che aveva dato cosi grande
soddisfazione alla congrega nemica che gioiva perché
la festa non poteva svolgersi « Maria rosariana chi
soddisfazioni chi nci rati. » Gli ultimi episodi del
genere,documentati, risalgono agli anni cinquanta.
Molti altri esempi come quello citato, alcuni molto gravi, in
special modo se si legge la storia delle due congreghe del
centro, ci spingono ad osservare, fino a quel periodo, un popolo
aggrappato a questa o quella bandiera pronto ad affrontare
ingiustizie ed umiliazioni per difenderla, ed una classe di
padroni che impera su di esso in maniera quasi totalitaria.
Ed era quasi uno scandalo se un pescatore o artigiano o contadino
andava al bar a consumare un gelato o se camminava con le scarpe
in un giorno lavorativo. Ed anche questo, fino agli anni
cinquanta, quando non cerano ancora i servizi igienici in
casa ed i garzoni delle botteghe degli artigiani in genere, prima
di prendere in mano un ferro del mestiere, portavano per anni
alla sera in spiaggia i vasi, colmi dei bisogni che si riempivano
in bottega, in gergo chiamato càntaru.
Quando ci si rivolgeva al padre con rispetto dandogli del voi e
mogli e figli lavoravano anche pesantemente per contribuire alleconomia
familiare.
Quando la vita sociale del paese, le problematiche legate ad una
cittadina circondata dalle colline ed isolata dagli altri paesi,
era regolata dal coraggio e la forza delle bagnarote che erano
oltre che grandi lavoratrici, unico mezzo di comunicazione con il
mondo esterno.
La festa, la curiosità allarrivo dei bastimenti che
significava lavoro di carico e scarico per le donne, e
divertimento per i bambini che ci salivano per tuffarsi in mare
dai punti più alti.
Le numerose feste religiose che diventavano levento più
importante dellanno oltre che per il rito stesso, anche
perché si sfoggiavano abiti decenti e si portavano le scarpe
sapendo che quel giorno si sarebbe potuto mangiare la carne.
E soprattutto il popolo, la gente comune, protagonista
della cultura popolare, perché nonostante invasori, principi,
signorotti, duchi e politicanti vari, che vediamo ieri come oggi
gabellare sempre il cosi detto basso ceto, la storia del paese,
quella vera, fatta di lavoro, sudore, sangue, morte, è la storia
della gente comune, che muore in mare per dare il pane ai propri
figli, che emigra perché non ha da lavorare, che si risolleva
dopo i terremoti e le alluvioni, che riesce ad andare avanti
nonostante i soliti prepotenti.
8 novembre 2004
Gianni Saffioti
19/19/2004: Si ringrazia alcuni lettori per le osservazioni riportare che noi puntualmente abbiamo recepito e riportato correggendo.