ARCHIVIO STORICO FOTOGRAFICO BAGNARESE
Il
commercio del legname
La lavorazione del legname
Ovvero: Storie di miseria e di sopravvivenza, di servi e di padroni.
Trascrivere tutte le interviste che ho fatto sul tema sarebbe veramente improponibile, cercherò di riassumere quanto ho appreso da coloro che si sono resi disponibili a dedicarmi un poco del loro tempo.
Francesco Patamia, ultimo discendente di una delle famiglie più interessate al commercio del legname e nipote del famoso omonimo armatore, nel 1992 mi rilasciò una lunga intervista nella quale riassumeva la storia della lavorazione del legname e la vita dei poveri “coffari”. Man mano che le mie ricerche continuavano, tale storia si ampliò e perfezionò grazie al contributo di tante altre persone, ed in particolar modo del sig. Francesco Zoccali di Porelli, anche lui ultimo discendente di una famiglia di “circari”, e del sig. Mario Fazzari.
In questa descrizione si intrecciano le vite di persone che nascono, vivono e muoiono lavorando sempre e restando nella miseria più assoluta, e quelle dei padroni, i signorotti che si arricchivano con il lavoro di questa povera gente che non aveva un briciolo di speranza per venire fuori dalla situazione. Girando la medaglia dalla parte del padrone, era lui invece che dando lavoro a queste persone le sfamava e dava loro la possibilità di sopravvivenza. La storia ci tramanda che tantissime persone vivevano di stenti e di lavoro duro col quale altre, di numero molto inferiore alle prime, godevano di una vita molto agiata. Se poi qualcuno presume che questa gente era felice cosi, mi si permetta di dire che anche gli schiavi negri catturati in Africa e deportati in America, che erano costretti a lavorare nei campi di cotone dall’alba al tramonto cantavano al ritmo delle loro cultura tribale, ma non erano certamente ne felici e ne contenti di essere schiavi.
Il commercio del legname
Il commercio del legname a Bagnara è storia antica.
E’ documentato che già i Ruffo commerciavano oltre confine il prodotto dei nostri boschi adiacenti.
Nel 1700 alcune fra le famiglie più benestanti avevano le proprie piccole navi ed esportavano il legname fino in Grecia, Francia ed in Inghilterra. Tra i maggiori esportatori ricordiamo i Messina, i Denaro, i Versace ed i Romano, dei quali Vincenzo, di Carmine nato a Bagnara Calabra nel 1774 e morto nel 1842, era ricco proprietario terriero e commerciava direttamente il legno di castagno, che traeva dai boschi di sua proprietà e che esportava a Marsiglia.
Chi non aveva a disposizione imbarcazioni proprie, trasportava il legname con grosse navi da carico inglesi o francesi che si fermavano nel porto di Messina che a quell’epoca era portofranco. Questo tipo di commercio però non era di tipo costante e programmato, per lo più invece era estemporaneo, quasi casuale, anche se la cosa durò per molto tempo. Cioè non ci fu una organizzazione sul territorio per esportare il legno bagnarese in determinati e precisi luoghi, come poi avvenne più in là per le ceste, bensì si sfruttava maggiormente l’opportunità di vendere quando arrivava la nave giusta e l’occasione buona. Nonostante questa precarietà gli affari economici portarono reddito e ricchezza a quelle famiglie bagnaresi. Dopo l’unificazione d’Italia il traffico mercantile fu notevolmente ridimensionato dalle nuove ed esose tariffe imposte.
“I grandi armatori di un tempo cambiarono domicilio, come i Florio, oppure accettarono il ridimensionamento, erano diventati commercianti alla breve distanza e avviavano i loro figli alle professioni liberali, come i Morello, la genia dell'illustre Rastignac; inoltre si era affermata una classe di redditieri, ex intendenti dei Ruffo, o ex armatori che reinvestivano il loro denaro nella rendita fondiaria o nell'industria estrattiva del legno, molto vivace e proficua nella zona e che convergeva tutta, per la commercializzazione, nella cittadina tirrenica.” Op. cit. sotto.
A tale proposito citiamo un passo del libro che vi invitiamo a leggere completamente: “ L’AVVENTO DEL FASCISMO IN CALABRIA di ENZO MISEFARI E ANTONIO MARZOTTI di PELLEGRINI EDITORE 1980 ”, che ci descrive la situazione e le condizioni lavorative all’inizio del 1900.
“ A Sant'Eufemia d'Aspromonte, un piccolo centro aspromontano dove qualche notabile, rappresentante dei più grossi proprietari terrieri del luogo che non erano del paese - erano i De Leo e i Patamia di Bagnara, che si erano accaparrati gran parte dei beni dei Ruffo all'atto dell'eversione della feudalità, essendo gli intendenti dell'antica casata -, qualche piccolo proprietario locale, qualche professionista, dominavano su una popolazione di braccianti, ma soprattutto di boscaioli, cerchiai e cestai — vivace era infatti nella zona l'industria estrattiva del legno — che vivevano nella più nera miseria.
All'inizio del secolo, per sfuggire a questa miseria, a condizioni di lavoro inumane — orari di lavoro dall'alba al tramonto, a casa vecchi, donne e bambini che lavoravano ad intrecciar canestri, salari di fame — molti di questi lavoratori dei boschi preferirono emigrare. Fu un esodo di dimensioni imponenti e, per rimpiazzare questi schiavi, furono fatti venire braccianti dalla Piana di Gioia, specie da San Giorgio Morgeto, più morti di fame di quelli partiti che accettarono le condizioni di lavoro suddette. In quella zona, il collegio di Bagnara, che comprendeva i comuni aspromontani di Sant'Eufemia, Sinopoli, Delianova e San Procopio, oltre a Scilla, Campo Calabro, Cannitello, Fiumara, Salice e San Roberto, il movimento socialista era pressocché inesistente; il collegio fino al 1896 fu controllato alternativamente da un De Leo e da una Patamia, e, poi, da De Nava; in seguito, sotto il fascismo, riprese il controllo dei De Leo, che, anche se limitato a Bagnara, è durato più o meno fino agli anni 70.
All'inizio del secolo un De Leo giunse al punto di concentrare a Bagnara e rinchiudere, in magazzini di sua proprietà, alcuni addirittura in cisterne per l'olio, alla vigilia di un'elezione, tutti i suoi dipendenti che votavano nel collegio. L'unica organizzazione politica che in qualche modo concedeva ai lavoratori una possibilità di associazione era la Chiesa, specie attraverso le confraternite laicali; alcune di queste, a Bagnara, erano riservate ai boscaioli e ai cestai. In questo quadro di bestiale oppressione, ai notabili del piccolo centro aspromontano, tutti più o meno asserviti al notabile bagnarese di naturale tendenza governativa, che già aveva mandato i figli ad alcune manifestazioni fasciste, ufficialissime e rispettabili naturalmente, ai notabili eufemiesi, per compiacere al nume bagnarese, parse opportuno fondare dal nulla un fascio intitolandolo a « Luigi Cutrì », illustre e incognito personaggio.
Questi dominavano incontrastati su una notevole massa operaia e bracciantile e su un forte nucleo di pescatori, un quarto della popolazione, che viveva relegato in un ghetto incredibilmente squallido e misero, scalzi, laceri, senza un porto, esposti, le persone e le barche, alla furia violenta delle mareggiate invernali. In paese il movimento socialista aveva sì portato alla fondazione di una Società operaia, ma poggiava sulle esili spalle di qualche giovane intellettuale, mentre forte e qualificato, per la presenza del medico Antonino Arena, dirigente nazionale dell'Opera dei Congressi, era il movimento cattolico. “
Ben diversa fu poi la situazione quando numerose famiglie della piana di Gioia Tauro costretti dalle ristrettezze economiche furono costretti a spostarsi a Bagnara per esercitare il loro lavoro di cestai di cui erano veri maestri. Da allora ci fu un vero mercato ed un commercio sviluppatissimo sia delle ceste che di altri derivati del legno, grazie alle numerose industrie di trasformazione che si svilupparono nel nostro paese che lavoravano il legno e che adesso descriveremo.
La lavorazione del legno.
(ceste, doghe, circhi, ecc.)
La lavorazione del legno, è stata per tantissimo tempo la principale fonte di lavoro del nostro paese. Dopo la seconda guerra mondiale, lentamente la sua produzione fu sempre meno richiesta, fino all’estinzione completa che avvenne alla fine degli anni settanta quando si lavoravano oramai quasi esclusivamente i paluni per un mercato prevalentemente locale.
Il periodo più florido di questo lavoro, è stato tra la fine dell’ottocento e l’inizio della seconda guerra mondiale. Si lavoravano diversi tipi di legno e si producevano legnami e articoli assai differenti tra di loro.
In base alle culture ed ai periodi stagionali, si producevano ceste, doghe, circhi, pali, paluni, verghelle.
Si producevano inoltre forme per oggetti vari e per scarpe in particolar modo, ed ancora, trappiti, specie di filtri per frantoi macina olive per fare l’olio; quest’ultime fatte con legno di castagno. E poi ancora, Sparrazzi, panari, cannistri e ventagghi.
Le ceste venivano prevalentemente commerciate in terra siciliana e servivano per la raccolta di patate, piselli, carote, carciofi, ecc. Il loro commercio si fece talmente vasto, che alcuni imprenditori bagnaresi impiantarono fabbriche e magazzini in vari luoghi dell’isola siciliana. Tra le più importanti quella di Iaracitano a Palermo.
Il periodo più impegnativo nella costruzione delle ceste, era quello che precedeva la raccolta della patate in particolar modo nelle zone di Giarre e Riposto, dove se ne producevano grossi quantitativi. Solo in questo periodo venivano prodotte e spedite circa cinquecentomila ceste.
La produzione delle ceste quindi era legata principalmente al mercato delle patate, il quale non era circoscritto alla terra siciliana, ma si estendeva alle richieste dei mercati del nord ed in particolare di quelli tedeschi. Più grande era la richiesta di patate e più la produzione di ceste aumentava.
Gli imprenditori bagnaresi, ed in particolare i Gioffrè, seguivano l’andamento del mercato delle patate in modo da poter piazzare a buon prezzo la propria merce. Tramite l’istituto del commercio con l’estero, seguivano tutti i flussi del mercato, e quando la richiesta di patate era di consistenza tale da poter favorire la vendita di un gran numero di ceste , gli imprenditori bagnaresi erano già sul posto pronti a contrattare il prezzo.
Oltre che per la raccolta delle patate a Giarre e Riposto, le ceste venivano principalmente vendute nelle zone di Paternò e Lentini per la raccolta degli agrumi, a Campo Felice vicino a Palermo per la raccolta dei carciofi e sempre vicino Palermo in località Ficarazzi e Ficarazzelli per la raccolta delle nespole.
In molti altri centri siciliani si usavano quantità minori di ceste, ma fagioli, piselli, carote, ecc., venivano raccolti sempre dentro le ceste costruite a Bagnara.
Un tipo di ceste particolari, dette speciali, venivano usate per la raccolta delle cipolle di Tropea che venivano riconosciute per la caratteristica fascia colorata della ‘nghettatura che le distingueva dalle altre. Accorgimenti particolari c’erano per quelle con i fondi pesanti per i fichi, carciofi e patate. Alcune famiglie del napoletano esperte nel lavorare le ceste speciali, si trasferirono addirittura nel nostro paese.
Come sottolinea il sig. Mario Fazzari, classe 1927, dal 1930 al 1942 una cesta veniva pagata due lire e quelle speciali per le cipolle cinque lire. Una famiglia composta da cinque persone impegnate in questo mestiere per dodici, quattordici ore al giorno, produceva quotidianamente dalle cinquanta alle sessanta ceste normali o una ventina di quelle speciali. Il Sig. Fazzari che a sei anni ha cominciato questo mestiere per dare un contributo all’economia familiare, descrive la sua infanzia, fatta di sacrifici e povertà, come pochi ancora possono ricordare. Tempi duri fatti di lavoro ed emigrazione stagionale, perché quando nel periodo tra giugno ed agosto, i macchinari bagnaresi restavano chiusi per la mancanza di lavoro, egli emigrava in Sicilia per lavorare nei depositi e nelle industrie dell’isola.
Come nasceva una cesta, come veniva costruita?
Nei limiti delle mie conoscenze e delle ricerche che ho fatto, cercherò di seguire il lavoro che facevano i cestai, in dialetto chiamati coffari, da tempo oramai non più praticato e che per quanto mal pagato dava almeno da mangiare a migliaia di famiglie.
La costruzione delle ceste.
Il legno usato per costruire le ceste era principalmente quello di castagno. Si usavano zaccuni di cinque anni che provenivano dai boschi di Solano o dai pianori della Corona.
Questo legname veniva trasportato a Bagnara quasi totalmente grazie al lavoro delle bagnarote che se lo caricavano in testa. Giunto a destinazione, il legno veniva bollito e quindi scortecciato. Poi si spaccava in quattro parti per tutta la sua lunghezza e si passava sotto le macchine. Il primo lavoro dunque era quello del caddararo che si svegliava alle 2 del mattino per far bollire il legno e renderlo meno duro alle macchine.
La prima macchina lo sezionava a sfoglie grosse e poi una seconda lo terminava riducendolo a sfoglie più sottili. Erano così pronte le fasce per fare le ceste.
Dalla fabbrica, questo legname sezionato in fasce veniva trasportato nel luogo di lavoro, principalmente le case dei lavoranti. Interi nuclei familiari si dedicavano a questo lavoro, duro e mal pagato. Per questa gente, che campava alla giornata, lavorare era il massimo della loro aspirazione, infatti tanta era la povertà che nessuno di essi poteva permettersi il lusso di una benché minima istruzione, neanche per i propri figli. Studiare, informarsi o semplicemente occuparsi di qualcosa di diverso dall’attività lavorativa, era molto difficile, quasi impossibile. Si contrattava il prezzo delle ceste in base al quantitativo di fasce adoperate e si stabiliva che per ogni numero di chili di legno dovevano essere costruite un determinato numero di ceste. Se avanzava del legname, questo passava di proprietà del coffaro, che costruiva altre ceste e le rivendeva a prezzo a lui più conveniente o le “intrallazzava” con altri venditori dai quali ricavava maggior guadagno. I più bravi riuscivano ad intrallazzare anche il 50% del legname guadagnando più del doppio rispetto a quello venduto ordinariamente. Quel guadagno serviva per poter sopravvivere nella stagione estiva quando in paese non c’era da lavorare. Uno dei più abili “intrallazzatori era mastro Nando Trentinella che passava casa per casa a contrattare e ci ritornava a pagare subito dopo aver venduto la ceste. Non si ha nessun ricordo di un suo ritardo nel pagare, tanto che si dice che col suo commercio sfamava tante famiglie.
E’ inutile sottolineare che fino agli anni cinquanta, questo era quasi totalmente lavoro nero e che solo nel decennio successivo, per garantire l’assistenza medica a tutta la famiglia, venne assicurato solo il capofamiglia. In occasione dei rari controlli “programmati” si facevano girare le persone in modo che tutto risultasse regolare. Diverso era il sistema assicurativo durante il periodo fascista.
I pagamenti avvenivano alla fine dalla settimana lavorativa a casa del padrone. Gli operai si adunavano accanto alla porta della sua abitazione. Dopo aver atteso anche delle ore, il padrone concedeva loro quella misera paga per cui avevano pesantemente lavorato.
Spesso si sentivano dire: “Pe’ oggi u patruni non paga, passati romani” vedendosi negare quelle poche lire di gratificazione.
La vita dei coffari non era certamente da invidiare, infatti, mentre i signorotti del paese si ritiravano dal circolo dove avevano trascorso parte della nottata giocando a carte, essi si alzavano e cominciavano a ncignari, cioè a preparare le intelaiature sulle quali venivano poi costruite le ceste. La seconda operazione era quella della ‘ntramatura, cioè, rivestire lo scheletro intrecciando abilmente le fasce di legname. Poi si passava alla rifinitura, ed infine si confezionavano a gruppi di cinque che prendevano il nome di sporti, pronti per essere trasportati in magazzino.
Si continuava così dalle due del mattino per dieci, dodici ore consecutive, seduti a terra o poggiati con le ginocchia sul pavimento tanto da renderli gonfi e doloranti. Si fermavano solo pochi minuti “pe ‘na muzzicata i pani”.
Si smetteva di lavorare verso le quattordici e fino alle sedici si trasportavano i coffi in deposito, ordinandoli per la spedizione.
La giornata dei coffari proseguiva con una cena frugale ed anticipata, che praticamente era l’unico pasto vero della giornata. Poi si andava a dormire per riposarsi un poco prima di svegliarsi nuovamente a notte alta e ricominciare a lavorare.
Ogni anno a Bagnara si costruivano all’incirca un milione di ceste, e nel periodo delle raccolte siciliane, la loro produzione richiedeva ritmi molto alti, tanto da ridurre ulteriormente quel poco di riposo di cui i coffari usufruivano.
I pezzettini di legname di scarto che avanzavano tagliando le fasce legnose, che venivano chiamati pezzula, si raccoglievano e si usavano per alimentare il fuoco per cucinare o quello del braciere per riscaldarsi.
Dentro al braciere del tempo, bruciava poco carbone e tanti pezzula che, assieme ai scorci, ovvero le scorze secche che si producevano scorticando i pali (mundandu i paluni), davano un effetto di luci gialle e rosse bellissimo a vedersi, chiamato luci. D’inverno per riscaldarsi si jumava u luci.
Le Doghe.
Le doghe, assi di legno che compongono il corpo della botte, erano un prodotto di buona qualità che veniva costruito nelle segherie bagnaresi. Oltre a soddisfare il mercato locale e quello siciliano, come le ceste venivano spedite un po’ ovunque nei paesi del Mediterraneo.
Anche questo articolo, dopo l’evoluzione della vetroresina e dei prodotti chimici, lentamente smise di essere commerciato, tanto che oggi è un prodotto tipicamente artigianale.
Tra le spedizioni di doghe a carattere industriale, si ricorda quelle che i Gioffrè facevano per la ditta Bisurgi di Messina.
I circhi
I circhi venivano utilizzati grazie alla loro elasticità per essere inchiodati sui coperchi delle casse da spedizione per garantire la sicurezza del prodotto durante il viaggio.
Essendo, questo tipo di legname, curvo e circolare, per poterlo adattare al coperchio delle casse bisognava rasparlo ed appiattirlo da un lato in modo da renderlo aderente alla cassa.
Quasi tutta la produzione di circhi veniva esportata in Israele, che ne è stato per molto tempo il paese maggior consumatore fino a quando i nuovi prodotti artificiali hanno soppiantato l’elasticità del nostro legname.
Pali e paluni
I pali ed i paluni, a secondo della loro altezza venivano usati principalmente per la costruzione di serre e pergolati.
Grandi quantità venivano spediti in Liguria per la costruzione delle serre dove si coltivavano fiori. In Sicilia si usavano per fare i pergolati nelle piantagioni di uva. Donna Lucata, Marina di Ragusa, Pachino e Licata erano alcuni tra i più grossi centri di consumo di pali e paluni.
La Lavorazione dei paluni, che si faceva nelle segherie bagnaresi, consisteva nello scortecciamento di questi pali, ovvero si mundavinu e poi da un lato si appuntivano a colpi di runca per facilitarne la sistemazione nel terreno. Questo tipo di lavoro veniva pagato a cottimo, per numero di paluni mundati ed in base alla loro lunghezza. Più un paluni era grande e più veniva pagato. Esistevano pali di varie lunghezze. Tra le misure più comuni vi erano quelle di 4 - 3,50 - 3 - 2,50 metri.
Questo legname arrivava a Bagnara da un po’ tutti i boschi della Calabria: dall’’Aspromonte, Serra San Bruno, dalla Sila, e da Lorica dove i Gioffrè avevano acquistato un grande bosco.
Oltre alle principali attività sopra descritte, intorno alla fine dell’ottocento era molto sviluppata l’industria della costruzione delle barche, e tra le due guerre esisteva persino una fabbrica di fiammiferi.
Tra i tanti proprietari di fabbriche di ceste, si ricordano: i Carbone, i Mala e i Lanzo, che furono i primi ad intraprendere questo tipo di lavoro nel nostro paese importandolo dalla piana di Gioia Tauro. I Gioffrè, riunitisi sotto la società Ibla, e di cui Gregorio fu il presidente dei commercianti. I Carbone, i Caruso, Papalia, Ieracitano, Caratozzolo Carmelo, Barilà De angelis, la ditta Luppino e Clemente, i fratelli Dominici, i Gramuglia, Vincenzo Barbaro, Dato, Bellantoni, Venturino De vivo, Micu Seminara e i fratelli Morabito, che tra l’altro erano maestri artigiani di ottima fattura.
I De Leo avevano una grande segheria nei pressi della nuova stazione ferroviaria, ed avevano costruito una strada che dall’Aspromonte portava a Bagnara, per facilitare il trasporto del legname. Altre grandi segherie e depositi di legname erano dei Patamia, di don Gianni Gioffrè, di Iaracitano, e dei Savastano.
Tutte queste industrie erano concentrate nella parte bassa del paese, ed occupavano prevalentemente tutto il territorio che oggi è stato trasformato nel corso V. Emanuele II; il viale Turati, o meglio la via marina non esisteva ancora. Per tutta la sua lunghezza il Corso era occupato da fabbriche e depositi di legname fino ad arrivare a località ‘nchiusa, ovvero al campo sportivo, dove esisteva un grosso deposito di legname e manufatti.
Le segherie dei Gioffrè erano locate in zona Muntarozzo, dove oggi c’è una piazza a cui non è stato dato ancora il nome. Lungo la strada che collega il viale Turati al corso Garibaldi, parallelamente allo Sfalassà era un tutt’uno di segherie, depositi ed industrie del legname. Queste ultime sono rimaste in funzione fino agli anni settanta.
MANNISI E CIRCARI
Sunto tratto da da un’intervista fatta al sig. Francesco Zoccali di Porelli
La lavorazione del legname che avveniva nella marina di Bagnara, varia e di qualità, era supportata da tutto un lavoro primario che incominciava sia nei boschi di castagno adiacenti il paese, sia in quelli aspromontani e sia in quelli molto più lontani come Serra San Bruno, Fabrizia, Mongiana, Serravalle ed in altre località ancora. In questi boschi lontanissimi da Bagnara ma molto più grandi di quelli delle nostre zone, spesso si spostava la manodopera locale per intere stagioni o per anni addirittura.
Da un bosco di castagno non si buttava niente, come adesso analizzeremo, solo il ceppo e le radici rimanevano attaccati al terreno, poi tutte le altre parti del legno, foglie comprese, venivano lavorate o raccolte e portate in paese.
Come prima cosa occupiamoci della vita che facevano le persone che lavoravano nei boschi. Cominciamo col dire che una persona detta “ u chiamaturi ” al mattino presto verso le quattro si alzava e lungo il percorso chiamava a raccolta tutti gli uomini del suo gruppo circa venti-trenta persone. Strada facendo così, casa per casa Mastru Michu, Peppe, Saru, Carmini, venivano svegliati e subito si accodavano al gruppo fino a raggiunre località Livara, dove c’èra il raduno di tutti i gruppi, circa 400 uomini e da lì poi si diramavano in base al bosco dove dovevano lavorare. Diciamo anzitutto che una soluzione di sveglia del genere, che non so quanto antica possa essere, veniva usata nella prima Londra industriale, quando i contadini che non erano abituati ai ritmi delle fabbriche facevano fatica a svegliarsi, e così un addetto passava casa per casa e a ogni finestra tirava una corda che era legata alla caviglia dell’operaio che per forza di cose doveva svegliarsi.
Arrivati dunque a Livara, si partiva sempre a piedi per raggiungere le varie località di lavoro, i ragazzini dietro ed i “Mastri” avanti con gli anziani che per passare il tempo raccontavano veri e propri romanzi che affascinavano i ragazzi più giovani.
I boschi più frequentati erano quelli dopo i Chiani a Curuna di Carà, Faluci, ri pianti i Micaracciuolu, di Caforchi, e di Runci e Cippi, gli ultimi due nella zona di Solano.
Si arrivava prima dell’alba e si cominciava a lavorare dopo aver acceso un fuoco che scaldava e faceva luce.
Spesso dentro i boschi si costruivano i “Pagghiari” per passare la notte se si era stanchi o non si aveva voglia di tornare indietro e rifare tutta quella strada il giorno dopo. Nei Pagghiari si dormiva sia con la bella che con la cattiva stagione. La loro costruzione era semplicissima a mò di capanna, un fuoco nel mezzo per scaldare poi dei pali ai lati che venivano coperti con i resti “ i scorci” dei pali mundati, così, attorno potevano dormire circa venti persone. I più bisognosi dopo una giornata di fatica nei boschi tornavano in paese per passare la nottata ai remi di una palamatara per poi ripartire all’alba nuovamente verso la montagna. Chi aveva terreni sulla costiera, la sera di sabato non tornava a casa, ma raggiungeva direttamente il suo pezzo di terreno che necessitava di lavoro e ci stava tutta la domenica. La sera tardi del giorno di festa tornava a casa.
Dicevamo che dal legno di castagno non si buttava niente, tante erano le produzioni che venivano fatte in base alla grossezza del fusto. I boschi si dividevano in base alla grandezza dei castagni, c’erano boschi da uno a sei anni di età, ed in base al prodotto che si doveva fare si andava a tagliare nel posto giusto.
Per produrre “ i cervuni”, grossi tronchi tagliati a due metà per le coperture dei tetti, in disuso da più di 50 anni, occorrevano certamente tronchi grossi di sei anni; per fare “zaccuni” da cui poi si ricavavano le fasce legnose per fare le ceste, ci volevano tronchi di circa quattro anni; per fare “circhi” l’albero doveva essere più o meno di due anni.
Per la costruzione delle doghe si sceglievano alberi di grosso fusto da cui si ricavavano i “trappiti” che in seguito venivano lavorati nelle fabbriche della marina.
“ I tagghiaturi “ erano addetti al taglio dei tronchi di grosso fusto, e dopo aver sezionato il legname i mannisi lo squadravano a misura.
Si producevano anche pali di varie dimensioni e per varie colture, dai paletti di 80 centimetri per gli ortaggi tipo peperoni fino a quelli speciali di 8 palmi per le vigne. Un palmo equivale a ventisei centimetri.
Il 31 Marzo finiva il periodo di taglio e per tutto Aprile e Maggio, i mesi della crescita degli alberi, si puliva il bosco. Alla fine a terra non rimaneva niente. Neanche le foglie, perché tutta la ramaglia e le foglie stesse venivano raccolte nei sacchi o infasciati e portati a bruciare nei numerosi forni cittadini. Infatti un mestiere era quello dei “ramari” che fasciavano tutto il legname di scarto e poi lo vendevano ai forni che lo richiedevano. C’era anche chi “riccippava” i ceppi tagliati, passando con l’ascia pareggiando la superficie e portandosi via i rimasugli.
I boschi così rimanevano sempre puliti, non restava neanche la legna più piccola comunemente chiamata “pezzula” che veniva portata in paese dai lavoratori stessi per gli usi domestici.
Anche per la raccolta della virgheia per fare i cofanetti che andavano in Sicilia e a Malta, si sfruttava la fine della stagione e la pulitura dei boschi.
Durante il periodo di produzione si lavorava a cottimo, mentre nel periodo di mantenimento e di pulizia dei boschi si lavorava a giornata.
I circhi erano di due qualità: quelli scelti che andavano in Palestina e che erano circa 5 centimetri più lunghi, e quelli scarsi che erano destinati al mercato siciliano.
La produzione dei circhi era pagata in base alla quantità che se ne produceva. Erano divisi in mazzi ed ogni mazzo conteneva 300 “circhi”. La lavorazione era molto laboriosa ed ogni passo di essa aveva il suo addetto specializzato. Prima bisognava “rimundarli” poi si “carriavunu” nel punto di raccolta poi il “mastro” addetto i “ngnagghiava” e poi si “hiaccavano”. “’Ngagghiari”significava tagliarli a misura e “haccari”aprirli qualche centimetro per dare la possibilità all’operaio di tagliarli in modo corretto con la tecnica di tirarne una parte con le mani e tenere l’altra sotto il piede.
A seconda della grossezza del legno, da una verga potevano venir fuori due tre o quattro circhi, e l’arte e l’esperienza del “mastro” addetto a “nghagghiari” era fondamentale nello scegliere e decidere cosa fare di un ramo di castagno, che per la complessità del lavoro che veniva dopo non doveva avere nodi e doveva essere più liscio e dritto possibile. Poi si raspavano.
La preparazione del legname per poi costruire le ceste era dettata dalla lunghezza dei “zacchuni”, un legno molto più grosso rispetto a quello che serviva per i “circhi”. A seconda delle misure si usavano tronchetti di 4 o 5 metri che si tagliavano e poi grazie all’apporto delle donne si trasportavano fuori dal bosco. Ogni mazzo pesava circa 40-50 chili e così “Na carrata i zacchuni di 40-50 mazzi “ si portava sulla strada “a carrera” e poi si preparavano sul carro a fine giornata già quando era buio. La mattina presto, verso le tre, sempre col buio partivano 20 o 30 carri per raggiungere la marina e le fabbriche, col lume sotto il carro per illuminare la strada quel poco che bastava.
La marina di Bagnara, quella prevalentemente a sud, era attrezzata con fabbriche, depositi e segherie per lavorare i prodotti che arrivavano dai monti, e i cosiddetti “mastri” sapevano in quale segheria depositare i trappiti, in quale fabbrica scaricare i zaccuni ed in quale deposito lasciare i circhi per poi essere “ ‘nbardeiati” e pronti ad essere caricati sui velieri. L’ultimo carico di circhi per la Palestina fu nel 1968, poi la poca produzione che si faceva fu destinata al mercato siciliano.
Al fianco di tutti questi uomini, sulle montagne circostanti la cittadina c’erano circa 200 donne e svariati muli che servivano per trasportare la legna dal bosco al centro di raccolta più vicino. Non sempre i muli riuscivano ad entrare nel cuore del bosco, e così le donne pazientemente andavano avanti caricandosi la testa di trenta quaranta chili di legname per accatastarlo fuori dal bosco. Non esistevano strade e così la strategia era quella di creare dei centri di raccolta accessibili ai carri.
Esempio: tutto il legname raccolto nei boschi nei pressi di Solano, veniva accatastato nella piazzetta dove finiva la strada. Nel 1943 la strada che adesso ci permette di raggiungere Gambarie ed il centro dell’Aspromonte non esisteva, la strada finiva nella piazzetta della chiesa, dove le donne depositavano il legname che portavano dal centro dei boschi. Da li cominciavano i viottoli e le stradine che portavano nei vari boschi. Poi dalla piazzetta di Solano con i carri si trasportava la legna in paese.
Le strade confluivano nella statale 18 dove poi il trasporto diventava più agevole. Tra le stradine più importanti, dette “carrere” una partiva da Carà e si arrivava a Livarei, un'altra chiamata Regiposti partiva da Solano e attraversando i Chiani a Curuna arrivava a Cruci d’Avena e poi a Acquaruci e andava verso Melicuccà.
A pensarlo oggi, quello dei mannisi e dei circari non era certo un bel mestiere, e il sig. Francesco Zoccali di Porelli, ultimo di una famiglia da più generazioni tradizionalmente di circari, ci ha raccontato la loro vita e la sua vita, che lo ha visto già a nove anni cominciare questo mestiere, di fatica, e sacrifici. Un lavoro che sparì all’improvviso e che lasciò per tutti gli addetti un unico e solo futuro possibile: l’emigrazione.
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