
Guerre paesane
di Vincezo Spinoso
Introduzione di
Gianni Saffioti - 22 gennaio 12004
Una delle facce migliori dello scrittore poeta bagnarese Vincenzo Spinoso e che nessuno dei suoi tanti celebratori e profondi critici e conoscitori ha mai posto in evidenza, è il rapporto tra lo Spinoso stesso e la sua città; nella critica evolutiva ed emancipata a commentare e nello stesso tempo denudare situazioni sociali ridicole e sciocche, guardando avanti nel tempo. L'esempio più limpido lo si trova negli articoli della pubblicazione del periodico Sfalassà, fallito perchè chi poteva finanziarlo non lo fece per le aspre critiche che egli stesso fece al ceto piccolo borghese cittadino nel famoso articolo "I Menzicappeia". Qui riportata, in versione integrale, una novella tratta da "Mal di Calabria," ovvero i mali della Calabria, dove lo Spinoso descrive una lite tra Rosariani e Carmelitani, parafrasando le nudità etiche e morali di quella che era e che purtroppo è rimasta gran parte della società paesana, naturalmente tenendo conto dei tempi che si sono evoluti. Il guardare avanti dello Spinoso, la sua visione critica e costruttiva delle cose ha il suo fine ultimo di lasciare al lettore la conclusione e la critica, senza cercare di influenzarlo.Senza minimamente parteggiare, egli pone il cittadino candidato ad un ruolo importante nel futuro della nostra cittadina, che deve onorarlo dignitosamente con fatti concreti, non posando lapidi in suo onore per alcune cose che ha scritto su Bagnara, altrimenti bisognerebbe metterne una ogni via; ma dedicandogli una via o piazza tra le più importanti della cittadina.
Guerre paesane
Mastro
Cùzzica, il falegname, un carmelitano di vecchio pelo, uno dei
pochi confratelli che nelle processioni ha l'onore di portare il
Crocifisso d'argento e che perciò va con i guanti bianchi di
cotone fino, lasciò per un momento la bara a cui stava dando la lucidatura
e s'affacciò sulla porta col tampone fra le mani e il sorrisetto
sui labbri. Con un fischio richiamò l'attenzione dello
scalpellino della bottega di fronte e, a voce alta, per farsi
sentir da chi doveva, prese a discorrere, con la burletta sulla
lingua, intorno alla festa della sera avanti, la festa grande di
quelli della congrega della coroncina, che a causa del malo tempo
che sembrava volesse portar via cristi e cristiani, vero
tempaccio da cani messosi male proprio all'ultimo momento, era
finita a pulcinellata, come accadeva quasi ogni anno ai primi di
ottobre. Pulcinellata più del solito, quest' anno, ché c'erano
entrate le preghiere dei carmelitani tutti, per via dell'offesa
fatta a santa Teresina del Gesù, una santa che lavora sotto
sotto e i cristiani che quaggiù le van contro, peggio se fosse
una mala femmina, li sa castigare a tempo e a luogo. Processione
fatta a tirata dì naso, come fossero bersaglieri col tamburo a
passare o, peggio ancora, capre e montoni col campanaccio quando
han sopra il temporale. Cose che, si sa bene ormai, san fare solo
quelli col mantello nero e la coroncina al collo.
Lo
scalpellino, un altro della congrega del Carmelo, costui, ci calcò
su la mano per tirar fuori la barzelletta, bestemmiando che la
Madonna del Rosario, che era Regina di tutte le vittorie, aveva
vergogna d'andar per le vie del paese, ché, farsi portare in
trionfo dopo che le era andata a male una guerra come quella
perduta or ora, era lo stesso che portare in giro un sant'Emidio
dopo un terremoto che ha mandato a bocconi le case del paese
intero.
Al
cicalare dei due unirono la voce un po' tutte le porte e le
balconate del vicolo che, sembrava cosa fatta, era abitato da
mangiarosariani, gente con tanto di scapolare e di mantello
crema; e tutti insieme, a non finirla più con lo sventolare le
pezze lorde della sera prima: fatti e fatterelli da leccarsi le
dita, che per un mese sano bastavano a dar da lavorare alla
lingua di quelli che - e ce n'era di molti in paese - avevan
fiato arretrato in petto, tanto e tanto da potersi sciacquare e
risciacquare la lingua nella saliva. Ognuno ebbe a dire la sua,
ché, sul Vangelo, quella no, non era stata una festa da
cristiani, ma piuttosto una processione di gente con la purga in
corpo, gente che correvano come dannati, con le brache in mano
ch'era una vergogna a vedersi; festa tenuta su a forza di
bullette e spille e pieghe e ripieghe, fatta poi in un'ora sola
come certi matrimoni che si vedon nelle comiche al cinematografo;
vere mascherate d'avanti quaresima, in coscienza, mascherate
buone solo per mandar via dal cuore dei cristiani quella
pizzicata di religione che ancora gli rimane per paura
dell'inferno.
A
quei discorsi che non fnivan più, zì Mica dell'Arangiara, che
stava a sentir da dietro i vetri del balcone, capì che il
pizzicorino alla lingua e alle mani non era più roba da sopportare,
ché, a dispetto dell'età che con l'aiuto di Dio c'era, quelle
cose nel corpo di lei non eran morte da vero e avevano i loro
diritti. Per il buon nome di rosariana capitata non si sa come in
quel vicolo di diavoloni con lo scapolare; per l'onore di
rosariana col bollo e la marca, onore che valeva più di quello
di casa che c'era anch'esso e riluceva al sole; per il vanto di
rosariana che alle quistioni del genere ci ha fatto le piaghe e i
calli; infine per il naso fradicio che i valentuomini della
congrega nobile le avevano fatto ammaccandoglielo nella «affruntata»
del novecento e otto - l'anno del terremoto, Dio liberi! -; per
tutta questa roba da difendere, la vecchia si tirò su le maniche
e schizzò fuori nel balcone; per sfogare per dirne quattro
chiare e tonde, ché lei peli sulla lingua non n'aveva sopportati
mai e anche questa volta voleva dire le cose come le sapeva a
quelle anime d'inferno; dirle come era giusto e come glie
l'avevano insegnato, assieme alle orazioni, quelli di casa sua, i
quali, si sapesse bene, da che mondo era stato mondo avevan
portato tutti e sempre il mantello nero sulla tunica bianca e la
corona di san Domenico; rosariani che non voltavan faccia come
certuni che non c'era bisogno nominare, ché in paese ci si
conosce cani e gatti, certuni che - Dio ci scampi! - per dai marito
a una figliola, cambierebbero settantasette santi la settimana
quando non facevan peggio. Gridò forte, con le lacrime agli
occhi e scoprendosi il petto vizzo, che chi vuole il male di
Maria rosariana non arriva alla fine dell'anno; cantò a voce
chiara, meglio de predicatore dal pulpito, che, alla faccia di
tutti quelli che nello scapolare ci tenevano pei reliquia le
unghie del diavolo cornuto, la festa s'era fatta e tutta, e come s'aveva
a fare che la Madonna rosariana una lacrima, una sola lacrima di
pioggia non l'aveva presa, per la bile di chi ci teneva tanto;
che se il tempo era andato contro, non aveva fatto né caldo né
freddo, perché la festa c'era stata, era anzi venuta meglio,
s'era fatta tutta a passo d entrata, come non se n'erano vedute
mai. Passo di entrata, sissignore; da regina che torni al palazzo
con l'onore e il merito, passo che a certi preti non può andar
nello stomaco perché non voglion perdere la bacchetta di
comandanti in capo e fingono di leggere novità sui libracci rosi
dalla camola e scritti nella loro lingua che neppure capiscono;
pe strafare, per prendere il temo e il padreterno con tre numeri
soli, per darla di dietro alle leggi dei confratelli che passano
a voce di padre in figlio dai secoli dei secoli, e hai sempre
fatto la tempesta e il bel tempo. Ma se lo ficchino bene in testa
questi cantamessa che vogliono fare le rivoluzioni nelle chiese
degli altri, che se per la quistioni del «palio» han vinto loro
spogliando le Madonne, tanto che sembrano pezzenti chi cercano la
limosina, per questa dell'entrata non è roba per i loro denti
ingialliti e c schiatteranno di bile, moriranno giovani e senza
mitra, per com'è vero Dio Fortunatamente si accorse che quello
era un altro paio di maniche che si aveva d'attaccar quando
veniva il momento buono, e così si rimise in sella per ripetere,
dandosi manati sul petto magro, che Maria rosariana, a dispetto
dei suoi nemici, s'era fatta da sé li luminarie e i fuochi e la
cassa infernale che per la malanova della guerra che c'era 1i sarebbero
mancati; che i tuoni e i fulmini e anche il vento e la grandine e
la pioggia i tutto il finimondo che c'era stato erano cose di
lei, preparate per la sua festa, per il sui trionfo, per far
crepare d'invidia chi le vuole male. Sporgendosi fuori dal
balcone, come si volesse buttar giù nella strada per mangiar
vivi quelli che le davan corda, aggiunse che Maria Santissima del
Rosario, quella di Lepanto e tanto basta, anche dopo la guerra perduta
per i peccati dei peccatori che rubavano e affamavano il prossimo
senza coscienza, era sempre lei, regina di Vittoria, ora e sempre
e così sia e amen. Vantò che di quelli col mantello crema e le
croci e lo stemma reale ce ne volevan dieci per farne un
rosariano solo, e s'aveva a vedere se eran bastanti...
Nel
vicolo, per l'intera mattinata, ci fu da vedere e da sentire
meglio che al teatro dei pupi, e mancò poco finisse a legnate,
ché i carmelitani, coi pugni alzati, s'eran portati uno alla
volta e poi tutti insieme sotto il balcone per rimbeccare meglio
le baggianate della vecchia che sapeva parlare dal pulpito e a
scendere fra i cristiani non se la sentiva proprio, e lei, a sua
volta, sputacchiando a destra e a manca come un padre
benedicitore, non la finiva più ad urlare, sollevandosi sulla
punta dei piedi, che in quelle quistioni ci aveva sempre cantato
vittoria, come e meglio di Maria Rosariana, che qualche volta,
per esser troppo buona, si lascia cacar le mosche sulla punta del
naso, e a ripetere che con la spazzatura del paese basso le mani
non se le voleva sporcare, lei.
Finalmente,
a farla finita - finita per modo di dire, ché per certe guerre
non c'è pace - giunse il suono della campana di mezzogiorno
della chiesa grande; il falegname chiuse precipitosamente la
bottega ché a casa per quel giorno c'eran le tagliatelle di
farina gialla; le comari scapparono in casa scandalizzate, ché
quella santa mattinata se ne era volata via e avevano ancora da
accendere il luce; zì Mica si ritirò, segnandosi tre volte, ché
lei pure aveva da accendere in cucina per riscaldar quelle
quattro polpette che il giorno avanti nessuno di casa aveva
potuto mandar giù e che, sempre per il tempo messosi male, per poco
non aveva buttato fuori dalla finestra...
Nel vicolo restò
solamente Giannazza la scema che non avendo nulla da mettere sul fuoco,
continuò a gridare che - verità sacrosanta - per fare un
mantello nero ce ne volevan dieci di quelli crema e che le
pulcinellate che s'eran viste, si sa dappertutto come il Vangelo,
solo quelli della coroncina le san fare...
Vincenzo
spinoso
Da
mal di Calabria
Jason editrice
1991