Mimì la bagnarota – Mia Martini e Bagnara articoli di Rino Cosentino tratti da Calabriaora del 12 e 13 maggio 2010

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I testi dell’articolo

1)Mimì la bagnarota

2)Mia Martini e Bagnara

di Rino Cosentino

tratto da Calabriaora del 12 e 13  maggio 2010

Cresciuto, fin da bambino, a

Cosenza, per tanti anni mi ero

quasi dimenticato (o, per meglio

dire, l’avevo rimosso) di

essere nato a Bagnara. Lì, in

quel rione Milano, nei pressi

della stazione ferroviaria dove, quasi tre anni

dopo di me, a sola una manciata di metri dalla

casa di mia nonna, dove io venni alla luce,

appunto, nacque anche lei: sì, Domenica Bertè,

per tutti Mimì, in arte Mia Martini.

Il rione Milano era, allora, un grande villaggio

eterogeneo, con case molto modeste abitate

per lo più da famiglie di coffari, i lavoratori

delle famose sporte di Bagnara; e altre, invece,

più eleganti e signorili. Quella di mia nonna,

vedova di un commerciante di materiale da pesca

(Bagnara è stata, ed è tuttora, la grande patria

della caccia al pesce spada), ricordo che,

pur nella sua sobrietà, aveva un bel terrazzamento

tutto intorno e un giardinetto sul davanti

dove io trascorrevo la maggior parte delle

mie giornate.

La casa dove nacque Mimì (cosa che le biografie

su di lei non hanno mai ben specificato) era

un’ala della grande abitazione della famiglia di

don Saro Villari, direttore dell’ufficio

Telegrafico del paese, di cui i Bertè erano molto

amici. Anzi, più che amici, visto che a tenere a battesimo

Mimì fu proprio Giovanna,  figlia

di don Saro (la famiglia

Villari, per meglio inquadrarla, era apparentata

ai più conosciuti, tutt’ora, illustri storici italiani

Lucio e Rosario Villari, anche loro originari

di Bagnara, ma della zona dell’Arangiara,

un po’ più a nord del paese).

Mimì nacque lì, dunque, nel settembre del

1947, un anno dopo il figlio di don Saro, Mimmo,

uno dei miei più cari amici d’infanzia. Io

sono del dicembre del ‘44, ma lei non diventò

mai mia amica perché, a sei anni, appena finita

la prima elementare, i miei genitori decisero

che io li raggiungessi a Cosenza, dove loro

già abitavano con i miei fratelli e le mie sorelle.

Con Mimmo Villari, invece, Mimì instaurò

una bella e duratura amicizia che si protrasse

nel tempo. Fin da piccola, da quando, con tutta

la famiglia, subendo il primo trauma della

sua vita, anche lei dovette lasciare Bagnara e

andare a vivere nei tanti posti

dove suo padre, insegnante di

latino e greco, si spostava per

il trasferimento di cattedra:

San Ginesio, Porto Recanati,

Ancona, nelle Marche, prima.

Poi, da solo, invece, nel 1959,

dopo la separazione con la

moglie (altro terribile colpo

per Mimì), a Busto Arsizio, in

provincia di Varese – un terzo

dolore glielo procurerà, infine,

la rottura del rapporto con Ivano

Fossati, per anni suo compagno

e collaboratore professionale.

Bagnara, dunque: il paese che

le era rimasto sempre nel cuore,

così come era accaduto anche

a me fino ai tempi dell’adolescenza,

quando (ormai

da cosentino, però) vi tornai,

nel 1962, a fare l’ultima mia

villeggiatura. E la incrociai appena

sulla rotonda del lido dei

fratelli De Forte: lei, giovanissima

cantante, ancora col nome

di Mimì Bertè, appunto; io,

ai primordi con la mia chitarra,

ingaggiato per quell’estate

dagli “Zenocar”, il complesso

più in voga allora del paese.

Chi ebbe la fortuna, invece, di

intrattenersi con lei non solo

come amico ma anche musicalmente,

fu Mimmo, giovanissimo anche lui

e astro nascente della musica leggera a Bagnara

(chitarra e poi tastiera). Col quale, più volte,

Mimì ebbe modo di soffermarsi. E di esibirsi,

transitoriamente, anche con “I demoni”, il

complesso di Mimmo Villari, appunto, tra i cui

componenti spiccava, per la sua splendida voce,

Raffaele Ocello (detto Jeff per via della sua

somiglianza all’attore americano Jeff Chandler),

biondo e ricciuto di capelli, e con gli occhi

chiari come lui.

Da allora, come si sa, Mimì prese il volo e, tappa

dopo tappa, alla fine, divenne quella che

tutti abbiamo conosciuto: Mia Martini, una

delle voci più intense e più belle della canzone

italiana.

Anche come Mia Martini, però, Mimì non si

scordò mai di Bagnara. Tutt’altro: il luogo natìo

le rimase sempre dentro il profondo dell’anima.

Ed era lì che spesso e volentieri lei, felicemente,

ritornava. Così come era anche lì,

quando la vita le riversava i colpi più duri, che

andava a rifugiarsi. Bagnara era, insomma, il

suo paradiso perduto, la patria dei suoi affetti

primordiali (tra cui l’amatissima zia Sarina);

della gente a portata di mano, della vita gioiosa,

libera, leggera. Bagnara per lei era il mare,

la spiaggia, gli scogli. E ancora: le vigne terrazzate,

i sentieri del castagno, i pendii di fichi

d’india. Era l’uva zibibbo e il pesce spada. Era,

insomma, tutto questo ed altro.

Ma Bagnara, per Mimì, era soprattutto il paese

delle bagnarote, queste mitiche

figure di donne-lavoratrici,

appartenenti alla classe

meno abbiente e più diffusa

della città: coffare, in casa; abili

venditrici ambulanti, fuori di

casa e, più spesso, lontano dal

paese; donne forti e intraprendenti

(conosciute, tra l’altro,

anche per il loro via-vai quotidiano

con la Sicilia per il contrabbando

del sale). E quindi:

camminatrici instancabili

(quasi sempre a piedi nudi),

divenute veri e propri mezzi di

trasporto di ogni genere di

merce. E, per questo, motore

storico dell’economia della città

fin dai tempi più lontani, e

fin quasi alle porte degli anni

Settanta.

Celebri, ad esempio, le foto

sulle bagnarote che trasportano

chili di sporte sulla testa,

del notissimo fotoreporter

Franco Pinna, negli anni Cinquanta.

Ancora più celebre la

surreale descrizione che ne fa

Stefano D’Arrigo nel suo monumentale

romanzo “Horcinus

Orca”, Mondadori 1975

(D’Arrigo, nel suo libro, le

chiama “femminote”, e Bagnara

la nomina come il “paese

delle femmine”).

Mimì era affascinata da questa straordinaria figura

femminile dalle vesti a drappi e a pieghe

greche che, più volte, da ragazzo, io mi cimentavo

a disegnare. Una sorta di amazzone calabrese,

insomma. E non perdeva mai occasione

per affermarla. Ad un intervistatore della Rai,

infatti, che una volta chiese a Mia Martini: «Se

non avessi fatto la cantante, cosa ti sarebbe piaciuto

fare?», lei, prontamente, e provocatoriamente,

rispose: «La bagnarota!». E bagnarota

Mimì, a parte i suoi evidenti tratti somatici

mediterranei, si sentì davvero tutta la vita nonostante

il suo trasferimento precoce da Bagnara

e nonostante il suo successo di cantante

nazionale e internazionale.

(Seconda parte)

Un bel ricordo di Mimì, all’indomani

della sua morte avvenuta

il 12 maggio di quindici anni

fa, ce lo da, via internet (attraverso

l’Archivio Storico-Fotografico

Bagnarese curato da

Gianni Saffioti), proprio Mimmo Villari che,

sempre tramite l’archivio, ce la fa ascoltare anche

in una inedita registrazione, alle prese con

una improvvisata, dolcissima (accompagnata

dallo stesso Mimmo alla chitarra -tastiera-) “calabrisella”;

o in un’altra eccezionale interpretazione di quella

canzone in dialetto bagnarse (Lucy) che fa: «… isativi, isativi

e curriti / curriti cu boddanza / c’aviti persu

tutta la sustanza…». E’ risaputo, infatti, che

Mia Martini abbia inciso più d’una canzone in

lingua dialettale locale.

Mimmo Villari, a parte questo ricordo a caldo

che ha mandato in internet, è restìo a parlare

dell’amicizia che lo ha legato a Mimì fin da bambini,

ed evita di pronunciarsi sulle iniziative avviatesi

(premio canoro compreso), dopo la sua

morte, nella stessa Bagnara, in nome e in ricordo

di Mia Martini. Ma qualcosa, sul sito, l’ha

messo anche per iscritto. E così veniamo a sapere

che, quando Mimì tornava a Bagnara, aveva

dei punti di riferimento ben precisi per trascorrere

le sue giornate. Oltre all’adorata zia; fuori di

casa, specie agli inizi degli anni ottanta: Radio

Perla del Tirreno, l’emittente locale fondata da

Mimmo, appunto. Ogni qual volta Mimì arrivava

in sede, è scritto, era una festa per tutti a Bagnara,

sia nei locali della Radio che fin dentro le

case della gente. Una delle cose che più la faceva

divertire, è scritto ancora, era parlare in diretta

con il pubblico che partecipava ai quiz musicali

indetti da Radio Perla e che, spesso e volentieri,

conduceva direttamente lei stessa dall’emittente.

Oppure esibirsi con “Mimmo e i Demoni”,

appunto, all’ex cinema-teatro “Italia” di Santi

Caratozzolo.

La bagnarota, dunque. Altre informazioni sul fenomeno

socio-lavorativo di questa storica figura

di donna a Bagnara le troviamo nelle continue

riproposte fatte da studiosi-amatoriali del luogo

come Tito Puntillo e lo stesso Gianni Saffioti: Bagnara,

al di fuori delle vie del mare (raccontano

i due ricercatori nei loro vari interventi), per la

sua configurazione geografica addossata alle

pendici dell’Aspromonte, non

aveva transiti agevoli, specie per

comunicare con il territorio

montano sovrastante. Fu così

che, dai tempi più addietro, le

donne di Bagnara dovettero sostituirsi

ai mezzi di locomozione,

assumendosi il gravoso

compito di fare da vettori per la

commercializzazione dei loro

prodotti, e spingendosi, per

questo, anche a distanze notevoli

dal paese. Un ruolo lavorativo,

questo del trasporto e del

commercio, che si tramandò

per secoli tra le donne di Bagnara,

e che rimase in mano loro fino

a tutto l’intero arco degli anni

Sessanta.

La descrizione delle bagnarote

e la grande ammirazione che ne

aveva Mimì di esse, la ritroviamo

nella recente pubblicazione

dedicata a Mia martini da Domenico

Gallo per l’editore Laruffa:

non è infrequente che Mimì

– scrive l’autore – parli con

ammirazione delle bagnarote

e del loro ruolo nella comunità

bagnarese, mettendo in risalto

il contributo da loro dato, in termini

di sacrificio (specie col lavoro

di ricostruzione dopo il

terribile terremoto del 1783 e

dopo, ancora, l’altro tremendo

sisma del 1908), all’economia e alla società civile

del paese. Nonché, nella monumentale monografia

della cantante, a cura di Menico Caroli,

per la Tea Edizioni. Dove, tra l’altro, si dice come,

negli anni, Mimì non perdeva occasione di

rivendicare con orgoglio il suo legame con queste

donne e con la sua terra d’origine: luogo magico

per lei, al quale si sentiva legata come «un

albero alle sue radici».

E difatti, a Bagnara Calabra, oltre a lei, era nata

anche Leda, la sorella più grande di Mimì. Così

come, lo stesso suo giorno, il 20 settembre di 3

anni più tardi, Loredana. Lì, nella casa della nonna

materna («creatura eccezionale» per Mia

Martini), dove i Bertè andavano a villeggiare ogni

estate. Solo Oliva, l’ultima delle sorelle, nacque

ad Ancona, poco tempo prima che i genitori di

Mimì, appunto, si lasciassero per sempre.

Un sussulto d’orgoglio, dunque, quello di Mia

Martini per Bagnara, una rivendicazione davvero

passionale delle sue origini. Forse in virtù anche

del fatto di voler reagire alla solitudine in

cui, più volte, era stata costretta a cedere per le

tristi vicende della sua vita. Non ultima, quella legata

all’isolamento a cui l’avevano costretta per

tanto tempo quelle assurde calunnie (dicevano

che portava iella) che, senza dubbio, per invidia,

più di qualcuno le aveva appiccicato addosso.

Cose incredibili, ridicole, ma che avevano fatto

breccia nel “meraviglioso” mondo della musica

leggera italiana. Eppure Mimì, dopo anni di silenzio,

pian piano si era rialzata da tutto e tutti.

Ed era tornata al successo come

prima, più di prima, specie

con quella splendida doppietta

di canzoni, “Almeno tu nell’universo”

(1989) e “Gli uomini non

cambiano” (1992).

Mimmo Villari, a chiusura del

suo ricordo, dalla finestra dell’Archivio

Storico Fotografico

Bagnarese, dice di lei poche e

semplici parole: «Era una ragazza

che aveva bisogno di cose

che non costano niente, aveva

bisogno di affetto, aveva bisogno

di amare e di essere amata».

 Ma Mimì non fu così fortunata.

Non aveva più un uomo,

non aveva figli; da tanto tempo

non aveva più una famiglia (e

con la sorella-cantante, Loredana,

come si sa, non c’era mai

stato un gran rapporto). E anche

l’immenso amore per la

musica, per la canzone, proprio

perché troppo grande in lei, forse

non le bastò più ad un certo

punto della vita.

Una tra le più belle canzoni di

Mia Martini “Piccolo uomo” dice:

è l’ultima occasione per vivere.

 Nell’omonima

biografia a lei dedicata, per

l’autore, Menico Caroli, l’ultima

occasione per vivere di Mimì

stava per essere quella del ritorno.

«Mimì – scrive Caroli – finito

il viaggio verso il successo,

stava per iniziarne un altro di

viaggi: non più di Mia Martini

però, ma di Domenica Bertè»:

un viaggio, dunque, alla ricerca

definitiva delle sue radici, della

sua Calabria, del suo paese. E

di un padre, infine, che già da

bambina, le era sempre mancato.

Nell’altra biografia, quella di

Domenico Gallo, inoltre, l’autore

ricorda ancora i ripetuti, quasi

ossessivi richiami di Mimì alle

sue origini, alle quali, con forza, lei intendeva

rimanere ancorata. E all’intervistatore che le sta

per chiedere: «Tu sei di origine calabrese…», lei

non lo lascia nemmeno finire di parlare. E con la

sua consueta provocazione, ormai; forse, addirittura,

con stizza, gli replica: «Io sono non di origine

calabrese, io sono proprio calabrese. Mia

madre è nata a Bagnara Calabra, mio padre lì vicino,

a Villa San Giovanni. Ed io sono nata a Bagnara…

più calabrese di così!». E altrove, per l’ennesima

e, purtroppo, ultima volta, Mimì ritorna

a confessare: «Le mie radici sono a Bagnara. Ho

dei parenti lì, ed io ci vado spesso laggiù: perché

le mie radici sono tutto per me, sono la mia sola

sicurezza, l’unica cosa certa della mia vita».

Post Author: Gianni Saffioti