Le casette dei cavallari nel sistema integrato di difesa costiera nel Regno di Napoli a cura del prof. Vincenzo Cataldo

Uno studio sulla difesa costiera del prof. Vincenzo Cataldo a cui vanno i nostri ringraziamenti per la concessione

Le casette dei cavallari nel sistema integrato di difesa costiera nel Regno di Napoli, in Defensive architecture of the Mediterranean XV to XVIII Centuries, Atti del Congresso Internazionale (FortMed), Firenze 2016, pp. 47-54

1.  Le torri di avvistamento

Fin dall’antichità, la posizione geografica della Calabria ha avuto strette connessioni con le vicende politiche ed economiche delle civiltà disposte sul Mediterraneo. In età moderna, la sua importanza strategica emerge in maniera considerevole quando diventa antemurale nel quadro del conflitto ispano-ottomano  in  atto tra XVI e XVII secolo. La  sconfitta dell’armata cristiana a Prevesa (1538) e a Gerba (1560) e l’ondata di terrore scatenata dalla Potenza Ottomana, costrinsero la Spagna a fortificare i luoghi ricadenti sotto la sua influenza; perciò nel 1563 il Vicerè di Napoli Parafan   de   Ribera,   rifacendosi   all’antico progetto del suo predecessore don Pedro de Toledo, predispose una linea difensiva costiera di torri lunga quasi 2.200 km, che si estendeva da Gaeta fino a S. Benedetto del Tronto. La Spagna avviò nei suoi domini italiani un programma che andò a costituire una formidabile cerniera di pietra per la cui difesa dovettero concorrere anche le università [Cataldo, 2014].       Scelti accuratamente i luoghi in base alle caratteristiche orografiche e alla proiezione ottica, la disposizione delle torri, come dimostra   ampiamente il Codice Romano Carratelli redatto alla fine del XVI secolo, si basava realisticamente sulla possibilità di ormeggio, sul rischio di imboscata, sulla sorveglianza di attività produttive, sulla intervisibilità con le altre torri, sull’adiacenza di fonti d’acqua dolce e sulla possibilità di intervento delle milizie. La posizione della torre consentiva di ottenere una gittata visiva di circa 15 km dal punto dell’orizzonte, corrispondenti a circa due ore di navigazione. Una volta riconosciuto il pericolo, il torriero attivava segnalazioni di fuoco, di fumo o più rapidamente si serviva di segnali acustici e della bocca da fuoco in dotazione. I primi due segnali ottici viaggiavano a non più di 80 km/h contro i circa 10 km/h delle imbarcazioni nemiche, con un rapporto abbastanza vantaggioso a favore dei punti di allertamento costieri. Ancora più favorevole risultava la segnalazione acustica, non tanto per la più rapida diffusione, quanto per la non schermabilità del segnale. A ridurre il vantaggio poteva incidere l’incertezza sull’esatta ubicazione della località prescelta come obiettivo di approdo da parte degli equipaggi nemici [Russo, 2007]. Appena il torriero irradiava il segnale entravano  in azione i cavallari, il cui compito era quello di percorrere in sella al loro destriero i litorali e le zone interne per avvisare tempestivamente la popolazione dell’imminente pericolo.  La Calabria già nel 1565 poteva vantare il dispiegamento di una discreta difesa che, per motivi orografici e strategici, non si estendeva solamente in linea costiera, ma era «spesso scaglionata anche in profondità e, molto frequente l’inserimento di primitive torri costiere, risultava integrato in più sofisticate difese castellane posteriori» [Faglia, 1984]. La chiusura balistica del Regno non pervenne mai ad una saturazione definitiva e, dalla documentazione disponibile, si può immaginare come un costante cantiere aperto, finché nel 1748, comprenderà complessivamente in tutto il territorio 379 torri [Pasanisi, 1926].

Dopo la battaglia di Lepanto (1571) il Mediterraneo  non  sarà  più  teatro  di  grandi conflitti, ma luogo in cui dominerà la guerra di corsa e la pirateria; una guerra non dichiarata costituita da continui saccheggi, raid e azioni navali circoscritte che destabilizzeranno e recheranno danni continui alle popolazioni rivierasche. La Calabria, protesa al centro del Mediterraneo – designata come trincea dell’impero asburgico prima e da quello spagnolo dopo – all’approssimarsi del grande scontro ispano-turco come tutto il regno di Napoli, si trovava in parte disarmata, munita solo di castelli obsoleti la cui efficacia difensiva era ridotta anche a causa dello sviluppo tecnologico dell’artiglieria. Le torri disposte sui litorali della regione erano insufficienti a contenere un’offensiva sempre più determinata e orientata a portare scompiglio e distruzione all’economia locale. Altrettanto critico e insufficiente era lo stato degli armamenti e delle stesse forze armate utilizzabili. Per sopperire a ciò, il governo viceregnale deliberò la formazione di una forza paramilitare costituita da fanti e cavalleggeri “volontari” armati, pronti ad intervenire in caso di necessità. Per la formazione di un battaglione – sul modello del terçio spagnolo – ogni università, proporzionalmente al numero dei fuochi, doveva fornire 5 soldati (quattro a piedi ed uno a cavallo) di età compresa fra i 20 e 40 anni. Ogni compagnia, costituita da circa 300 uomini, era posta sotto gli ordini di  un capitano. La milizia, munita di archibugi e picche, raggiunse un totale di circa 20 mila uomini [Di Salle, 1998].

1.  Un sistema difensivo integrato: le casette dei cavallari

Nella “Nuova Carta Geografica della Calabria Ulteriore”, stilata dall’ingegnere militare Luigi Ruel tra il 1784 e il 1786 in seguito al devastante sisma del 1783, le torri di avvistamento appaiono intervallate da una serie di segni quadrangolari spiegati su tutto il perimetro litoraneo della provincia. Le indicazioni corrispondono alle casette destinate ad ospitare il personale addetto al controllo  della  costa  formato  da  cavallari, pedoni, torrieri e aggiunti. La casetta dei cavallari era dotata di stalla; mentre quella destinata ai pedoni e ai torrieri era più semplice e senza stalla. In una dinamica di guerriglia continua ed imprevedibile, non era possibile affidare alle sole torri il servizio completo di vigilanza, senza l’ausilio di un supplementare sistema per coprire l’allerta notturna, quando le postazioni  assumevano un ruolo ancora più determinante per il servizio di guardia.

La ridotta visibilità notturna dalle torri, infatti, presupponeva un rafforzamento del controllo, tale da amplificare l’allertamento immediato in caso di avvistamento o di sbarchi nemici.

A ciò bisogna aggiungere che le casette avevano  un  costo  molto  inferiore  rispetto  a quello delle torri, sia in termini costruttivi che di equipaggiamento e manutenzione. Ad intervalli quasi regolari, allora, erano dislocate le casette, come dimostra la carta del Ruel perfettamente corrispondente alla numerazione riportata in due perizie dettagliate del 1791 [ASNa, Diplomatica, F. 207].

Queste erano state compilate dagli ingegneri Giovambattista Mori e Pietro Galdo, e dal Regio Soprastante Pasquale Ciampa sotto la direzione dell’ufficiale Pietro Antonio Rocchi, in base agli ordini ricevuti dall’ingegnere Claudio Rocchi, per verificare le spese occorrenti alla riparazione delle abitazioni dei cavallari, distrutte dal terremoto del 1783, ubicate nei Dipartimenti di Reggio, Gerace e in quello che da Montauro arrivava fino a Crotone [ASNa, Torri e castelli, b. 43].

Fig. 1- Calabria Ulteriore (L. Ruel, 1784-1786).

 

Difatti, nel 1791 la maggior parte delle 34 casette dei cavallari situate nel settore compreso tra Stilo e Capo Bruzzano, nel Dipartimento di Gerace, risultava crollata, tanto da scorgerne appena le vestigia [ASCz, Giunta di Corrispondenza di Cassa Sacra, b. 262]. Gli ingegneri regi effettuarono un calcolo delle spese  da  affrontare  in  base  alla  distanza  dai paesi ai quali appartenevano e allo stato strutturale. Le casette venivano suddivise fra quelle ormai crollate e quelle sulle quali era possibile effettuare un intervento di risarcitura. La casetta da elevare di sana pianta doveva ospitare non solo il cavallaro col suo cavallo, ma anche più uomini. Questa disposizione scaturiva dalla necessità di poter eventualmente accogliere persone scampate ai frequenti naufragi registrati «in queste marine scoverte ed esposte». L’ampliamento della casetta tendeva anche a favorire il commercio, poiché  il ricovero – affermava in sostanza l’ingegnere Diego Afan de Rivera – costituiva per i marinai e i mercanti sorpresi dai temporali un posto sicuro per non patire il freddo e il disagio di essere «gettati in queste deserte marine».

Dalle perizie si evince che la maggior parte delle casette crollate in passato erano state realizzate con fango e pietrame. I nuovi progetti prevedevano calce e pietra. Il prezzo dipendeva dalla lontananza della presa di acqua dolce, della pietra occorrente, dalla distanza della fornace per la cottura della calce e dal reperimento della sabbia. Un calcolo delle spese fu eseguito per le casette corrispondenti ai paesi dell’Ispezione di Reggio suddivisa in due Paranze: quella da Reggio a Levante, cioè da Capo Bruzzano fino alla marina della Motta, e la seconda compresa tra Reggio e la marina di Bagnara. Le casette dovevano erigersi tutte ex novo: della gran parte di esse non emergevano neppure i resti o non era possibile un risanamento.

Il litorale del primo settore figurava inabitato e lontanissimo dai rispettivi paesi. Se calce, tegole e mattoni potevano fabbricarsi in diversi luoghi delle marine, il legname trasportato da Reggio aveva un costo maggiore e poteva variare in base alla distanza del trasporto. Ciascuna casetta – lunga 30 palmi, larga 16 e alta 14 palmi, con annessa mangiatoia per due cavalli e divisorio per la conserva della paglia ed altri spazi utili per i cavalli – avrebbe avuto un costo di 113:50:10 ducati [ASCz, Giunta di Corrispondenza di C.S., b. 17].

Fig. 2- Casetta dei cavallari (ASNa).

A differenza di queste, le abitazioni degli aggiunti alle torri erano private dello spazio per i cavalli, poiché dovevano essere occupate da tre soli aggiunti e dal capitano torriero, per cui la spesa complessiva ammontava a 84:75:4 ducati. Il prezzo diminuiva ulteriormente quando, per esigenze logistiche, le casette venivano realizzate di forma più piccola come succederà nel Paraggio compreso tra Reggio a Bagnara. Questo settore a fine Settecento appariva tutto popolato; perciò le casette potevano essere più ristrette, non avendo bisogno di magazzino per conservare la paglia per i cavalli, in quanto era più facile reperirla negli stessi luoghi. In base alla perizia tecnica, questa tipologia di casetta avrebbe avuto un costo di 78:24:8 ducati.

All’individuazione dei cosiddetti posti destinati alle casette, periziati  dagli ingegneri, per alcune aree giungono in aiuto le rappresentazioni topografiche realizzate tra il 1774 e il 1783 dall’ingegnere regio Tommaso Rajola per conto del principe Vincenzo Maria Carafa, feudatario  dello Stato della Roccella [Fuda, 1995]. Nelle mappe, assieme ad altri dati antropici fondamentali venivano annotate quelle costruzioni fortificate ritenute importanti come torri e altre strutture di guardia. In questo contesto, difatti, il segno isolato è esattamente riconducibile alle casette dei cavallari posizionate molto spesso su strade contigue, per facilitare il collegamento con le altre postazioni e i centri interni. Come si evince da una relazione del Vicario Generale Francesco Pignatelli, indirizzata nel 1786 al ministro Giovanni Acton, per rimodulare la difesa litoranea calabrese – consistente nel consolidamento delle torri e nella costruzione di nuove casette a sostituzione delle provvisorie baracche chiamate pagliate – la Suprema Giunta di Corrispondenza inviò agli organi periferici una serie di dispacci per poterne quantificare i costi.

Il capitano sopraguardia del Paraggio del Marchesato, Erasmo Cuomo, durante un sopralluogo eseguito nelle marine del suo settore,  riferiva  di  aver  ritrovato  i  cavallari privi di ricoveri, costretti a starsene nei «fossi» dei casini di campagna dei benestanti a servire questi come garzoni, disattendendo conseguentemente la difesa del territorio. Poiché le università sulle quali ricadeva la giurisdizione delle torri non erano in grado di sostenere le spese di manutenzione previste, la Suprema Giunta nel 1790 interessò alla contribuzione tutti i comuni della Provincia di Calabria Ulteriore. Secondo i preventivi compilati dagli ingegneri Giovanbattista Mori e Pietro Galdo, per i due Dipartimenti di Stilo e di Rosarno occorrevano 6.294:67:8 ducati. Per i luoghi compresi nel Dipartimento da Montauro a Crotone, l’ingegnere Claudio Rocchi prevedeva una spesa di 4.802:40 ducati [ASNa, Diplomatica, F. 207].

Le stime effettuate dall’ingegnere Bernardo Morena sulla sistemazione dei ricoveri dei cavallari nel Dipartimento compreso tra Capo Suvero e Capo Zambrone, si basavano su una spesa di 3.477:80 ducati e su quelli compresi tra Capo Zambrone e la Marina di Nicotera l’importo ammontava a 1.366:09 ducati. In questa fascia costiera insistevano sei torri, in mezzo alle quali vi erano diverse pagliate, al posto delle quali si reputava la ricostruzione o l’edificazione ex novo delle casette. Qualche esempio dimostra l’importanza attribuita a questo sistema di difesa integrata. Nell’ambito della torre di Capo Suvero si è riscontrato un sistema difensivo con caratteristiche tecniche più complesse rispetto ad altri settori. In linea d’aria dalla torre, a circa 50 metri adiacente il mare, è stata individuata la casetta principale capace di interdire eventuali sbarchi sotto costa. A est insistono invece i resti di una casetta collocata su una cima più alta e alla destra della torre. Ancora più nelle retrovie, emerge una costruzione esagonale fortificata, munita di feritoie simmetriche  sui  lati adiacenti l’ingresso, molto stretto, e di sette aperture rettangolari interne, oggi tamponate. La struttura era forse destinata a deposito di polveri e di vettovaglie. A ovest della torre di Capo Suvero, un po’ più in alto, nella zona chiamata Altare emergono le vestigia di un’altra casetta. Il valore strategico dell’area, dalla quale era possibile controllare l’ingresso nord del Golfo di S. Eufemia, è anche suffragato dall’esistenza di una batteria, elevata probabilmente in epoca murattiana, sulla quale si progettava il posizionamento di un telegrafo [BNNa]. All’interno della struttura è inserita una costruzione quadrangolare da identificare con molta probabilità con la casetta di località Altare. Lo comprova la misura stessa corrispondente al prototipo delle stesse postazioni. Questo esempio di architettura militare si  completa con due organismi quadrangolari collegati da due linee di 10 metri ciascuna e da una linea posta lato mare di circa 17 metri, interrotta al centro da una costruzione circolare.

Sul litorale jonico, a Palizzi sorgeva torre Mozza. A qualche decina di metri anche in questo caso insiste una casetta destinata agli aggiunti, dotata di tre finestre esposte rispettivamente a est, nord e sud e di una porta collocata ad ovest.

Fig. 3- Torre Mozza di Palizzi e casetta per il personale di servizio.

Nella mappa del Rajola tra la torre “Spilincari” (Sperlongara) e quella di Capo Spartivento, in prossimità della battigia è collocata la casetta di guardia di S. Giorgio, identificata col nome Artelà (oggi Altalìa) nella perizia redatta dall’ingegnere Mori. Più a sud, in territorio di Bruzzano nella zona del Pantano Grande, in Rajola è segnata un’altra casetta di guardia compresa tra le foci dei torrenti Divina e Forgiaretto e dovrebbe corrispondere al “Posto il Marinaro” segnato nella perizia Mori. La struttura era stata costruita  adiacente  alla strada principale che correva lungo il litorale.

Il settore di pertinenza dell’università di Bianco è caratterizzato dalla postazione regolare delle casette ad intervalli di circa 526 metri. Oltrepassata la fiumara La Verde seguono le casette segnate nella perizia Mori come “Posto di Capo Bruzzano” e “Posto di guardia di Pigliàno”. Nel Lacco di Palazzi (oggi Palazzi di Casignana) si trovava la casetta denominata nella suddetta perizia “Posto i Palazzi”. Oltrepassato il fiume Buonamico ed entrati nel territorio  di Bovalino, soggetto alla giurisdizione dei feudatari Pescara-Diano, era collocato il “Posto la Musa o Frazzà”, nell’omonima contrada e, più avanti verso la fine  del moderno centro, il “Posto S. Elena”. Qualche chilometro prima di entrare nell’odierna Ardore Marina si trovava il “Posto Bamunti”; più avanti il “Posto del Feudo” e il “Posto Pozzicello o Casino di Marando”, collocati entrambi a breve distanza verso la fine dell’attuale paese.

Rientrati nei domini dei Carafa, nella pertinenza dell’università di Condojanne, tra lo scaro e la foce dell’attuale fiume Portigliola, si trova segnata la casetta di guardia che coincide con il “Posto il Fiume” nel documento Mori e, accanto, la casa di guardia che corrisponde nella perizia al “Posto Bottari”. Subito dopo emerge la torre di Pagliàpoli nel territorio dei principi Grimaldi di Gerace. In questo settore i tre posti elencati nella perizia Mori sono individuati nei pressi delle contrade Capozza (area del Museo archeologico), Licino (verso nord, dopo Contrada Basilea, sulla spiaggia) e Cancello, ubicata in una zona un po’ più interna nell’omonima contrada. Come già ricordato, per ragioni legate non solo all’orografia del territorio,  la  disposizione delle casette si ritrova alcune volte scaglionata in profondità, verso l’interno, col chiaro intento di rilanciare eventuali segnalazioni delle postazioni più prossime al litorale in direzione dei centri abitati. La casetta interna di contrada Cancello poteva, dunque, raccogliere il segnale dal litorale e inviarlo alla torre interna del Borgo Maggiore di Gerace, città ben attrezzata a respingere eventuali attacchi provenienti dalla costa.

A Siderno erano disposti il “Posto Tamburro” nelle adiacenze della chiesa di Portosalvo dove sorgeva la torre omonima e, nel prosieguo, il “Posto S. Caterina o il Casino di Marco”, individuato nell’odierno torrente Lordo. Non lontani, nei pressi della foce dell’attuale fiume Torbido sono collocati i punti “Turbolo e S. Anna”. A poca distanza, in terra di Gioiosa, una casetta è collocata a rientrare nel “Posto Fiume Messina”, un affluente del Torbido, ed un’altra in un non identificato “Posto Vallone” (forse l’odierno Vallone Fondo), ubicato dopo torre Spina e prima dell’avamposto di pertinenza di Roccella. Il fiume Torbido rappresentava un approdo importante e soggetto alla fonda da parte delle navi turche. Per questo motivo, nel modo in cui si nota anche nella rappresentazione cartografica del Ruel, il sistema degli appostamenti si infittiva. Come si può supporre, l’identificazione di alcune casette edificate lungo la battigia, distanziate quasi regolarmente dalle torri, costituiva un altro deterrente e nello stesso tempo un modo efficace e veloce per allertare la popolazione.

Appena addentrati nella giurisdizione di Roccella, nella carta topografica del Rajola si individua in contrada Barruca il posto omonimo con il torrente segnato a poca distanza. A poco più di 2.000 palmi emerge l’insediamento di Roccella con la torre di Pizzofalcone e poco distante una seconda casetta, non individuabile nel Rajola, riportata nella perizia Mori con “Posto Scaro”, che dovrebbe corrispondere allo scarricaturi (porticciolo) della città. A seguire, poco prima del vallone Canne nella mappa stilata dal Rajola, il segno antropico corrisponde alla casetta di guardia chiamata col medesimo nome nella perizia Mori. Nel Rajola si evidenziano una serie di costruzioni in prossimità del fiume Allaro (Capo Alaro nella relazione Mori), in territorio di Castelvetere, dove emerge chiaramente torre Camellari.

Lasciati i possedimenti dei Carafa, nel risalire lo Jonio si entra nella Paranza di Stilo con i suoi numerosi casali. Nella perizia Mori si identificano consecutivamente, da sud a nord, diversi Posti molti dei quali individuati. Stilo:

Posti Tomacelli, Nuovo, Vedera;  Camini: Posti Iaconi, Verdicchio; Riace: Posto Cola Cistri; Stignano: Posti La Pietra della Galera, La Gurna o li Notellari, Pattarella di Gallo; Castelvetere: Posti Pargamiti, Capo di Alaro, La Musa. Allo stesso modo, come dimostra il documento stilato dall’ingegnere Claudio Rocchi, dal Catanzarese fino a Crotone ad integrazione del sistema torriero si  irradiava una ragnatela di piccole costruzioni. Nelle 31 le casette che coprivano l’ampio litorale tra Montauro e Crotone emergono pure i nomi di quei Posti presenti nel linguaggio topografico attuale ed altri ormai scomparsi. A Stalettì, ad esempio, ritroveremo i Posti Roccelletta (dall’omonima basilica) e  Coscia  (odierna zona di Caminìa); a Montauro il “Posto Sainaro”, tuttora esistente nel linguaggio corrente localizzato alla fine dell’abitato di Soverato; a Catanzaro il Posto Bellino individuabile nei pressi della Stazione Lido e così via. Andando ancora più avanti, nel territorio contiguo tra Cropani e Belcastro sono segnati i posti Botro e Botricello e, nella sola competenza della seconda Università, il “Posto Puzzo Fetido” (oggi Puzzo Feto) corrispondente al torrente omonimo che si origina in territorio di Sersale. In territorio di Cutro si evidenziano le casette poste nei pressi del torrente Fegato e Puzzo di Fegato. Il “Posto Catinella”, segnato nel territorio di Mesuraca, oggi è in territorio di Petilia Policastro. Ad Isola le due casette erano poste una accanto alla torre di Capo Rizzuto e l’altra a Punta Cimiti (il toponimo si è trasformato in Capo Civiti), a nord di torre Manna come dimostra Ruel. Le postazioni elencate nel documento Rocchi terminano con quelle attribuite al territorio di Crotone: Capocolonna, Carrara (vicino alla Necropoli di Kroton, verso l’interno), Laganetto (con evidente riferimento a qualche zona acquitrinosa da identificare forse nella marina di   Strongoli   nella   zona   circoscritta  dagli attuali due torrenti) e Punta di Nieto (foce del fiume Neto).

Un sistema analogo di corpi di guardia, chiamati torrette, è documentato in Sicilia. Diversamente dalle casette calabresi, le torrette avevano pianta quadrata parallelepipeda, erano più piccole, a forma di garitta (ogni lato misura circa 3m), concludevano in genere con una copertura a piramide sormontata da una sfera in basalto e disponevano di 4 merli agli angoli. Lungo la Costa fra Catania e San Giovanni Li Cuti vi erano scaglionate almeno cinque garitte [Amico di Castellalfero, 1994]. La torretta di Ognina, posta nel Comune di Catania, sorge a pochissima distanza dal mare ed è in perfetta consonanza visiva con la torre omonima con la quale comunicava [Aa.Vv., 2008]. Anche qui, come in Calabria, si ravvisa la doppia funzione di controllo del mare e di segnalazione visiva alle torri lungo la costa.

1.  Conclusioni

L’installazione di una rete di casette evidenzia un programma difensivo molto articolato, pianificato dall’autorità regia e regolato con accuratezza. A volte qualche casetta spostata più a monte doveva appoggiarsi alle strutture fortificate di maggiore importanza, come potevano essere castelli o torri interne, in modo da perfezionare il più possibile una difesa che la sola barriera di torri non era in grado di sostenere. Il piano presentato dagli ingegneri regi prevedeva, quindi, tre tipologie di casette: la più grande (30 x 16 oppure 27 x 22 palmi) destinata ai cavallari e ad eventuali naufraghi, un’altra di media grandezza (24 x 16 palmi) riservata ai torrieri, agli aggiunti e ai pedoni di guardia. In alcuni settori, come quello reggino, la vicinanza dei centri abitati consentiva di erigere casette dalle dimensioni più ridotte (20 x 18 palmi).

Bibliografia

AA.VV.  (2008).  Le  torri  nei  paesaggi  costieri  siciliani  (secoli  XIII-XIX),  Regione  Siciliana, Palermo, Vol. II, pp. 154-156. Scheda di B. Sava

Post Author: Gianni Saffioti