|
Tratto da il caso Bagnara di Puntillo - Barilà ed. Periferia 1993 un capitolo che ci narra come si viveva a bagnara nel XVIII secolo Capitolo settimo prima parte FORTUNA E DECADENZA DELLA BAGNARA NEL SETTECENTO
Capitolo settimo
FORTUNA E DECADENZA DELLA BAGNARA
2.- Vita sociale a Bagnara nel XVIII secolo.
b) L'artigiano
In un contesto ove i rapporti fra i comuni erano difficili per mancanza di strade, la figura dell'artigiano divenne preziosa. Anche lui lavorava 15 ore al giorno producendo quanto occorreva all'Università. Vi erano «poteche» che lavoravano di tutto ma anche mastri fabbricatori e marinai addetti a trasporti e collegamenti. L'artigiano poteva fregiarsi del titolo di «mastro», esempio mastru scarparu (calzolaio) o 'u mastru custureri (sarto), aveva garzoni e portava una divisa di lavoro. Lavorava per di più per conto del nobile signore e dei magnifici costruendo case, scarpe, stoviglie, selleria, mobili, vestiti e quanto necessario ad abbellire le abitazioni e rendere confortevole la vita ma non produceva oggettistica di lusso, bella solo per il gusto di vederla, come soprammobili, gioielli ecc. Mancavano le forze a Bagnara per avere questa fascia di lavoro artigianale che veniva svolto nella grande città come Messina ove operavano argentieri, decoratori e altro ancora. Il mestiere di artigiano non era facile. Innanzitutto valeva la regola dell'avvicendamento per cui al padre succedeva il figlio che riceveva in eredita la potecha e poteva continuare l'attività paterna spesso senza problemi. Diversa la situazione dei garzoni. Decidevano d'andare a mastro colla speranza un giorno di potersi armare in proprio una potecha entrando nell'Arte prescelta. L'investimento per aprire un negozio era notevole per cui l'aspirante s'indebitava presso qualche convento ma frequentemente presso i locali magnifici annegando nelle rate i modesti guadagni dopo aver ceduto a costoro in garanzia casa e terreno. Era dunque naturale che spesso il garzone s'accontentasse di lavorare nella potecha del mastro tutta la vita, percependo un compenso ridicolo. La casa dell'artigiano era confortevole rispetto a quella del contadino anche se conviveva con quest'ultimo nei quartieri popolari. Il conforto consisteva in una baracca poco più solida con balcone e finestra con vetro, un lusso. L'artigiano mangiava le stesse cose del contadino. Forse un pò più di formaggio e qualche pesce fresco. Le regole comportamentali valevano anche per l'artigiano. Spesso era in grado di pagare la rata d'iscrizione a Fraternite e Confraternite e si legava a un elemento ivi influente seguendone le direttive, avesse o no ragione. L'artigiano acquistava le materie prime a Messina, Reggio e Napoli commissionando il necessario alle feluche che vi si recavano; talvolta tentava, di contrabbando, d'esportare qualcosa della sua produzione, in tal caso pagava un forte interesse al capobarca; se avesse esportato legalmente, la portolania del Duca e la Dogana del R. Fisco sarebbero state più inesorabili. L'artigiano quando moriva, riceveva le stesse onoranze funebri riservate al contadino, compresi lutti, pianti, litanie, e,cc. Ma se era iscritto a una Fraternita, poteva vantare privilegi quali un ricco funerale che la Fraternita d'appartenenza sosteneva partecipandovi con stendardo e in costume di «fratello» e la presenza di tutti i prelati del paese. Il cadavere veniva fatto scivolare dalla chiesa nei locali sottostanti ove veniva prelevato dai becchini, agganciato alla parete, sventrato e dissanguato e quindi messo ad asciugare nello stesso locale. Dopo tale operazione, la salma veniva inumata nella stanza della Fratemita, seduto o disteso in una delle nicchie a giorno ricavate nelle pareti. In caso di malattia o impossibilita' di proseguire il mestiere, l'artigiano era aiutato dalla Fraternita in una specie di mutuo soccorso che però non risolveva i problemi di sussistenza che sarebbero venuti a crearsi con la sospensione dell'attività lavorativa e poi era molto difficile ottenere l'ingresso nella Fraternita. Per statuto nella maggior parte di esse, l'accettazione era subordinata a una condotta esemplare lasciando quindi facoltà ai dirigenti di selezionare gli elementi fidati. Per tutte queste cose l'artigiano era col tempo divenuto più superstizioso del contadino e del pescatore (ma forse meno del benestante!...). Fra la moltitudine di situazioni e rituali magici che si seguivano e osservavano, certamente la più diffusa fu 'a passata j l'ogghiu (la passata dell'olio). Se c'era qualcosa o qualcuno della famiglia che stava andando male, il motivo poteva essere in qualche magaria che qualche invidioso aveva potuto scagliare contro di lui e la sua potecha. Allora il mastro si precipitava dalla vecchia donna del paese, che conosceva i meandri della rituale magica ed era una potente parlatrice coi morti, e portava seco, per esempio, la figlia che secondo lui aveva ricevuto la magaria. Allora la donna poneva le mani sul capo e fra i capelli dell'interessata e quindi ne accarezzava le guance con gli occhi chiusi perche in quei momenti doveva "sentire" se it soggetto era "disponibile" a ricevere la cura. Quindi la donna prendeva un piatto e vi versava dell'acqua, poi poneva il piatto sul capo del soggetto e versava nell'acqua tre gocce d'olio. Se l'olio non si frantumava il soggetto non era stato colpito dal malocchio, ma se folio si disperdeva in tre, sei o addirittura (mammamia!) una miriade di bollicine, allora c'era una potente magaria in corso, o come si diceva meglio all'epoca, al soggetto 'nci jettaru l'occhiu (gli hanno fatto l'occhio). La donna allora iniziava a sciorinare una frase rituale, dai contenuti religiosi simili alla litania della Settimana Santa per la tromba d'aria e magici insieme, una frase segreta, irripetibile (cosi abbiamo promesso). E mentre cosi mormorava a bassa voce, il piatto con l'olio veniva fatto girare con ampi gesti sul capo del soggetto, tre volte. Allora si assisteva all'evento sorprendente: l'olio frantumato in una moltitudine di bollicine, iniziava a raccogliersi in grandi bolle perche il rituale stava sconfiggendo la magaria. Se ciò non accadeva, bisognava buttare l'acqua con l'olio e con nuovi ingredienti ripetere il rituale fino a quando l'olio non si fosse compattato. Allora si diceva che il soggetto era stato mondato perche l'occhiu si cogghju malocchio era stato "ristretto" in un'unica bolla d'olio). A differenza del contadino, l'artigiano aspirò a posizioni di governo dell'Università, la figlia spesso andava a serva presso il magnifico nella sua grande casa o addirittura nelle stanze ducali o conventuali; egli discuteva col magnifico delle cose del paese pur rimanendo in atteggiamento ossequioso, veniva chiamato a far da testimone nella stesura di atti notarili, giocava a carte nei locali della Congrega o dell'Arte, aveva un posto a metà navata nella chiesa, partecipava alle riunioni per organizzare le feste paesane e religiose e nelle processioni, aveva il posto più lontano ma davanti alla bara del Santo e non dietro alla stessa, come per il contadino. Non sapeva leggere e scrivere ma faceva bene conti e misure. Qualcuno, per effetto dell'arte praticata, scriveva, leggeva e addirittura sapeva disegnare anche se con difficoltà. L'artigiano non si sentiva diverso dal contadino; era pur sempre uno del popolino ma andava fiero nei confronti degli altri per la posizione, oggi diremmo di "lavoratore autonomo" acquisita. Si sentì più solidale con esso che coi magnifici perchè era già in grado di discriminare e criticare la realtà ma non ebbe forza morale e possibilità materiali per gestire una lotta contro i poteri. Anzi li accettò perchè fonte dei propri guadagni, almeno secondo il suo punto di vista, limitato dall'isolamento e dalla mancata sensibilizzazione che avrebbe potuto scaturire dalla presenza di una classe d'intellettuali. A differenza del contadino, servì i potenti in un rapporto odio-amore che lo portò col tempo, a chiudersi in se stesso rendendolo di poche parole e disincantato; difficilmente si lasciò corrompere dalla compassione e dalla tenerezza, non per questioni di soldi quanto per ragioni di mestiere, l'arte della quale rimase schiavo e dalla quale non riuscì a liberarsi a favore dell'innovazione e razionalizzazione del lavoro.
capitoli precedenti
|