ARCHIVIO STORICO FOTOGRAFICO BAGNARESE
24 MAGGIO 1927
U
VINTIQUATTRU MAGGIU
Lu
vintiquattru maggio chi sventura
successi
alla Marina di Bagnara.
Successi
na timpesta troppu dura
per
ogni piscaturi chi piscava.
all'undici
a tramuntari ri la luna
lu
mari chiù staciva e cchiù ngrossava.
Lu
pudestà DeLeo cummendaturi
fici
dispacciu a tutti li cittati
"mi
veninu cu navi e cu vapuri
ca
se nc'è dannu pagu li spisati."
Nci
rispundiru cu lu telefùni
ca
non ponnu veniri pe nuia cosa
pecchì
la timpesta è assai periculosa.
Chindici
belli onesti marinari
sono
rimasti sutta l'unda di lu mari.
Me frati
nci cumandava a palamatara o patri i Coppulinu, e capisciu
ca 'mmanazzava i prima sira. Ma nci rissi a jiu u patruni:
" Se vai na varca a mari a mia av essiri a prima
"
Me frati,
piscaturi i nascita nci rissi "E vui aviti a veniri u primu".
E cosi jru. Ca varca erinu ccaffora. I corpi i mari
erinu ati quanto e scogghi.
Me
frati; a palamatara, (intesa come rete) a
jettau a mari, pigghiau e a ttaccau o vancu
ra varca, a ttaccau mentri veniva na mareggiata i fora, mi batti supra sutta
faciva cosi a
rizza, (gesto con le mani) e a varca na
battiu. Si jsava u mari quantu a na muntagna, i terra, e nautra
mareggiata veniva i fora e nui ne virivimu cchiuni e ndi
pistavimu.
Aviva du frati
jeu. Calammu a Maronna i Portusalvu nta riva, tutti i
cattolichi chi patrinosti e mani fandu preghieri. Erinu tutti
bandunati, sulu u frati meu cu nu pagghiolu cacciava mari
ra varca ma lleggerisci. Nda stu mentri spunta u vapuri "
'Ca rriva u nostru salvataggiu " nci griravimu i
riva, " Si " nci facivinu chij, morti,
menzi morti e basci. " Alluccà ca veni "
Nci
jettau u salvagenti, me frati nciù mollau a natra varca
aundi nc'era nu marinaru pè perdiri eppuru u cchiappau.
Nda stu mentri chi arrivava u vapuri, a giungiri na pioggia
di nivi, ma la fini del mondo, chi non si viriva chiù. Ausu
scuru e ddera menziornu. Non virivimu cchiù ne u
vapuri e ne i varchi.
Jmmu tutti a stazioni mi ndi nbarcamu mi virimu aundi i levavinu. I levaru o Faru, a Ganzirri. U vapuri i salvau.
Vui aviti a
viriri, scapulandu Favazzina, u mari, maretteia, oh maretteia, ma
meretteia, e ccà ja timpesta.
Si mentivinu a remari, non cnerinu motori, mi si sarvinu ma u mari i rifilava sempri pe ja. Cosi i salvaru. I salvaru, ma chij chi moriru, moriru. Mbestivinu nte scogghi varchi, cristiani. U mari era mpezzu i sangu.
Nci fu na
varca furtunata, non mi ricordu quali fu, ma ncorpu i mari a
chiappau e da minau nte giardini cu tutti i marinari.
Quandu calau u mari, arrestaru tutti ja, ca varca. Fu propria nu
miraculu chiju.
All'undici ra notti, a tramuntari ra luna, u mari 'chiù staciva e chiù ngrossava. Si ndi jvinu mi si sarvinu pe Scilla, ma ne faciva passari, u mari.
Il
ventiquattro maggio del millenovecentoventisette, verso le cinque
del mattino, una dura tempesta colpì decine di pescatori che si
erano attardati in mare.
La sera precedente, come di consueto nel periodo di pesca di
alalunghe e pescespada, poco dopo l'ora del vespro i pescatori si
ritrovarono sulla spiaggia vicino alle loro imbarcazioni pronti a
scendere in mare ( a varari).
Le nuvole in cielo e le onde del mare erano accarezzate da un
vento insolito che non faceva prevedere nulla di buono per la
notte prossima a venire.
I più anziani, forti della loro esperienza, percepirono subito
che quello che si stava preparando non sarebbe stato molto
piacevole e dopo animate discussioni molti rinunciarono al varo.
Altri, giovani e temerari, insieme ad alcuni capi barca poco
prudenti decisero di non rinunciare alla nottata di pesca, anche
perché nei giorni precedenti il pescato era stato scarso.
Maggio era il mese dell'anno più prolifico per la pesca e
perdere una nottata con la palamatara pensando alla carestia del
periodo invernale, era come rinunciare ad una fetta di guadagno.
Forse questa ragione favorì la decisione di alcuni capibarca
molto esperti all'uscita notturna.
La signora Grazia del rione Valletta, testimone del tragico
evento, ci narra quanto ricorda di un dialogo tra due pescatori:
Carmini e Cicciu.
CICCIU -
Carmini, è moriri! Pe na sira non si mori, pe sta sira non si
vara.
CARMINI - E
pecchì, Cicciu?
CICCIU -Pe na sira non si mori: stanotti c'è lu tirribiliu ri lu tempu.
Cicciu,
parente della nostra testimone, tornò a casa. Ma Carmini, più
bisognoso, fu quasi costretto dal destino fatto di fame e miseria
a trovarsi un'altra imbarcazione ed affrontare il pericolo. Forse
anche contro la sua stessa volontà, andò incontro alla morte.
A quei tempi la vita dei pescatori era molto dura ed il tipo di
pesca che Carmini quella notte doveva fare richiedeva molta
fatica. Grazie alla sua prestanza fisica trovò facilmente posto
ai remi di un'altra palamatara.
Le palamatare erano barche a otto remi e prendevano il nome dalle
reti con le quali si pescavano le alalunghe ed i pescespada. In
genere erano di proprietà dei signorotti del paese, i quali
annualmente rifacevano la ciurma in base alle esigenze del
capobarca a cui veniva data la licenza stagionale di capitano di
piccolo cabotaggio.
Il guadagno del pescato veniva diviso in parti già prestabilite
fra il padrone, il capobarca e la ciurma. Gli uomini
dell'equipaggio, oltre al loro lavoro di pescatori, avevano altri
compiti, come la manutenzione delle reti, della barca, il
tiraggio della stessa, la preparazione dello scalo per far
scivolare meglio la barca in mare.
La pesca con la palamatara non era delle più facili, soprattutto
se si pensa che dopo il calo delle reti nel luogo prefissato (posta)
bisognava mantenere la barca più vicina ad esse, faticando
contro il vento e le correnti marine. Davanti allo stretto di
Messina le correnti " scindenti e muntanti" spesso
mettono in serie difficoltà anche delle grosse imbarcazioni.
All'epoca di Carmini, la potenza di queste correnti aggiunta a
quella del vento veniva misurata in base a quanti remi della
barca riuscivano a contrastarla: " i rimi i ventu, "
che potevano essere due se debole o quattro o sei o addirittura
otto quando non si riusciva a vincere la corrente e bisognava
tornare in dietro. I rimi i ventu, erano dunque l'unità di
misura della potenza delle correnti e del vento in mare aperto.
Carmini sapeva tutto ciò, ma il destino di chi nasce povero e
deve sempre lavorare e rischiare la vita giorno per giorno per
poter sopravvivere, si misura con la vita stessa che gli riserva
sempre duro lavoro senza alcuna certezza.
Quella notte la pesca fu molto prolifica e più il mare si
increspava e più le barche si riempivano di pescato.
Durante le prime ore del giorno il tempo mutò in peggio. Quando
doveva cominciare ad albeggiare, il cielo si fece più scuro ed
il vento più forte.
Alcune imbarcazioni, a fatica, riuscirono a conquistare la riva, altri non avvertirono in tempo l'arrivo della tempesta e si ritrovarono stanchi ed inermi a lottare contro le onde. Erano le cinque del mattino quando, sotto una pioggia battente, i familiari degli sventurati intuendo la sciagura si riversarono sulla spiaggia nel tentativo di aiutarli.
Lentamente il
litorale si gremì di gente che portava come poteva il proprio
aiuto e la propria solidarietà a dei compaesani che stavano
lottando contro la morte in mezzo a quel mare che li aveva traditi.
Le barche furono tutte rovesciate e per i pescatori si
presentarono ore molto tragiche. Stremati dalla fatica, molti
lottarono contro le onde aggrappati ad un pezzo di legno. Quando
finalmente il cielo si rischiarò, uno spettacolo penoso si
presentò agli occhi della gente del paese che era oramai tutta
riversata sulla spiaggia.
Si cominciarono a recuperare i primi corpi privi di vita che il
mare aveva scaraventato sulla spiaggia. Fu subito trovato il
corpo di Carmini che pagò con la vita il guadagno di un pezzo di
pane. Due furono ritrovati sulla spiaggia di Palmi.
Molti furono salvati, aiutati da chi dalla riva lanciava funi in
mare nel tentativo di raggiungere i disperati. Altri, accecati
dal sale marino, annaspavano tra le onde con la sola forza
della disperazione come appiglio alla vita. Per alcuni la sorte
fu maligna. Mentre stavano giungendo salvi a riva, una mareggiata
li stroncò da terra sbattendoli sugli scogli. Li raccolsero con
le schiene spezzate fra le lacrime e la disperazione dei
familiari. Le vittime furono quindici e quando si avvicinarono i
primi mezzi di salvataggio chiamati alla disperata dal podestà
De Leo era quasi tutto finito, ma riuscirono a salvare una barca
con lintero equipaggio.
Oltre a Carmini, morirono pescatori forti e potenti come
Marrazzu, di cui parleremo anche dopo e il Melma che ottantenne
andava ancora per mare. Altri nomi di pescatori morti che abbiamo
strappato alla memoria del mare di quella notte sono quelli di
Cornu r'oru e Basili.
Alcune persone
nel tentativo di portare il loro aiuto rischiarono di essere
risucchiate dalle onde. Le barche vennero sbattute a pezzi sulla
spiaggia insieme a parte del pescato.
Una seconda e preziosa testimonianza c'è stata offerta dal Sig.
Luigi Oriana, presidente della pro loco bagnarese.
Il suo racconto si concentra tutto in un dialogo fra suo nonno
Micu ed un altro proprietario di barca, Patri Rosariu Gioffrè,
vecchio marinaio tra i pochi a tenere la bussola in barca.
MICU - E chi
nriciti Patri Rosariu?
PATRI ROSARIU - E' malutempuni Micu. Ieu mandaia tutti a casa.
Così Micu si lasciò ben consigliare e per quella sera
congedò il suo equipaggio. Due suoi marinai, dopo aver
protestato per il mancato varo, decisero di trovarsi un'altra
barca. Trighia e Marrazzu, quest'ultimo citato anche nella
testimonianza precedente, erano due muratori molto forti e capaci
e quindi non trovarono difficoltà a farsi ingaggiare dai Nenna,
famiglia numerosa di pescatori.
La sorte non risparmiò questa palamatara ed il giovane Marrazzo
perì ingoiato dalle onde assieme a due dei proprietari della
barca.
Questo triste evento fu tema di ampie e rissose discussioni fra
pescatori per tanti anni ogni qual volta si presentava il tempo
incerto. Da allora questa tragedia viene temuta e ricordata
grazie ad una filastrocca dialettale della quale siamo riusciti a
recuperare alcuni stralci grazie alla memoria di una donna
anziana.
U
VINTIQUATTRU MAGGIU
U
vintiquattru maggiu chi sventura
successi
alla marina di Bagnara.
Successi
na timpesta cosi dura
pè
ogni figghiu i mamma chi piscava.
Chindici
belli e onesti marinari
restaru
sutta l'unda ri lu mari.
Lu
putestà De leo, cummendaturi
fici
dispacciu a tutti li cittati:
"
veniti cu navi e cu vapuri,
ca
se nc'è dannu pagu li spisati."
Nci
rispundiru cu lu telefoni
ca
la timpesta è assai periculusa.
Come si potrà notare, a distanza di tanti anni, restando fermo
il contenuto saliente di quella cronaca, la filastrocca qui
ancora riproposta subisce alcune variazioni rispetto a quella
narrata dalla signora Maria, e senza dubbio altre decine di
versioni ancora diverse potremmo ascoltarle da altre persone.
Il
tempo ed il tramandarsi oralmente di queste strofe, solo dopo
poche generazioni acquistano forme diverse, come è prassi della
cultura popolare, mantenendo invariata la sostanza.
Dalla testimonianza precedente, notiamo che l'ora in cui viene
fissata la fase cruciale della tempesta è intorno alle cinque
del mattino, mentre qui sotto si parla delle undici di sera del
giorno precedente e quindi del 23 maggio.
Dettaglio, anche se poco indicativo, invece molto utile per
capire i vari modi con cui poi i pescatori narrarono la vicenda.
Probabilmente il maltempo si manifestò verso le undici di sera,
ma cominciò a rendere difficile la pesca, trasformandosi in
burrasca verso le cinque del mattino. E sta in questa
chiave di lettura, gran parte del rapporto di sensibilità che i
pescatori avevano con il mare. Alcuni capirono il mutare del
tempo e la pericolosità che poteva recare già verso le undici.
Altri pur notando un cambiamento meteorologico, non intuirono il
pericolo e si accorsero della gravità solo verso le cinque del
mattino. Piccole sensazioni, elaborate in attimi in cui si pensa
all'abbondanza del pescato, alla famiglia, ai figli e si sceglie
in base ad un qualcosa di non razionale e che forse non si riesce
a spiegare. In quell'attimo, apparentemente come tantissimi
altri, un niente decise la sorte di quindici persone. Nello
stesso attimo, altri, forse più paurosi, forse obbedendo al
primo istinto, forse ragionando, tornarono a riva. Altri ancora
pur restando in mare, lottarono contro le intemperie e si
salvarono: fortuna, destino, chissà ?